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1840–1910

31 S'io fossi sei o sette

Vittorio Betteloni

S'io fossi sei o sette Secoli addietro nato, A studïar Pandette Già non mi sarei dato;

Oh m'avrei scelto pure Più dolci cure ! Cura all'armi e allo stile Dolce d'amor ponendo

Un trovator gentile, Un paladin tremendo, Se fossi allora nato, Io sarei stato.

Allo Studio di Pisa Non m'avrebber costretto A sciupar tempo, in guisa Di volgar giovinetto,

Come feci finora Per mia malora. Ma in opere d'ingegno, Non men che della mano

Fatto già forte e degno D'uscir del gregge umano, Andrei per l'ampia terra A farvi guerra

A farvi guerra agli empi4, A briganti, a ladroni, Lasciando eterni esempi Ai futuri campioni

Di mia prodezza, E gentilezza. Sì, di mia gentilezza: Perchè un ladro incontrando

Se tal gli avrei carezza Avventata col brando, Da batterlo sul suolo D'un colpo solo,

In cambio se avvenuto Mi fossi a una donzella, Man ponendo al liuto, La mia canzon più bella

A lei che si fa rossa Tosto avrei mossa. Non si pensi per questo, Che a un tratto io m'innamori;

Troppo error manifesto É l'esser pago ai fiori, Che ti vengan per via Veduti pria.

Anzi in mio cor sommessa Parla una voce arcana Di certa principessa, Che in terra ignota e strana,

Premio del valor mio Mi serba Iddio. Così per lungo errare, Dopo infinita pena,

A un'isola oltre mare Tocco di incanti piena, E non sì tosto a terra, Eccomi in guerra.

M'assalgono dragoni, Strigi ed arpie funeste E pallide gorgoni E serpenti con creste

E, con adunche mani, Giganti immani. Ben sette giorni e sette Io duro ad ammazzarne,

Ed a trinciar polpette Di quella sozza carne, Sol quando niun più resta Smetto la festa.

E' fu dura a dir vero Ed aspra la contesa; Se prode assai non ero, Altro di quella impresa

Non poteami seguire Che di morire. Ma fosse qui finita; Or viene appunto il bello.

Ivi un giardin m'invita A entrar; ma sul cancello Trovo una tetra Sfinge, Che mi respinge.

Peste vomita e foco, Ed io l'ammazzo a un tratto; E passo nel bel loco, Che con tal arte è fatto,

Ch'io non vel posso dire, Nè voi capire. Ariosto ha descritto, Cred'io, questo giardino,

Quindi io tiro diritto, Chè lungo è il mio cammino E di guardar l'Orlando Vi raccomando.

Or per diversi errori, Fra quanto può Natura In alberi ed in fiori Far meglio e con più cura,

Vengo ad un praticello Dov'è un castello. Qui appunto nel palazzo Sta la mia bella sposa,

Che or siede ad un terrazzo Con fronte in veli ascosa Pur mentre un dolce canto Io levo intanto.

La mia bella canzone In lei tosto fa breccia; Se per cuore un mattone Non ha, vi diè tal freccia,

Che non tosto guarita N'è la ferita. Scendon le ancelle allora Che a entrar mi fanno invito

In quell'alta dimora Che par d'oro forbito, Io con gentil decoro Vo dietro a loro.

Tosto la bella appare, Ma sempre ha il volto ascoso; Chi il vel la vede alzare Quegli sarà suo sposo;

Frattanto io vo' la mano Baciarle invano. Ella dice: "Non tocca Baciarmi a te la mano

Che puoi baciarmi in bocca O mio sposo e sovrano!… " Quindi il velo si toglie E al sen m'accoglie.

Or come il vel s'ha tolto E ch'io la miro fiso, Te in quel leggiadro volto, Te appunto in lei ravviso,

O mia recente e bella Traditorella. Nè me invaghir potea Altra sembianza invero,

Chè alla mia bella idea Rispondono col vero Solo le tue fattezze, Le tue bellezze.

Ma s'ella ha l'occhio uguale, La gota, il labbro, il crine, Ha spirto più leale, Più soave e più fine;

Non è a la tua maniera Costei leggera. Ella non ha un'amica Di quelle tue cotante,

Che tosto mal le dica Del suo fedele amante; Nel suo cor, benchè indegno, Io solo regno.

Così per sua bellezza, E mio gentil valore, Scambievole vaghezza Si desta in noi d'amore,

Nè cesserà codesto Speriam sì presto. Oh fossi allora nato, Allora e non adesso!

Che per essere amato Ora l'ingegno spesso O valor altro eguale A nulla vale.

Or l'abito elegante E lo stival sottile, Qualche po' di contante E il garbo signorile

D'amore ti fan degno Più che l'ingegno. Oh fossi nato allora Che il cor gentil fu in prezzo!

Capisco che a quest'ora Sarei morto da un pezzo; Ma poi questo malanno Non è gran danno:

Almen, se or fossi morto, Prima sarei vissuto; E invece or dubbio porto Che tanto a dì compiuto

Nemmen dire si possa Sulla mia fossa.

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