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1840–1910

2 Eran le note, i desolati accenti

Vittorio Betteloni

Eran le note, i desolati accenti Di Vïoletta, che piangendo addio Dice ai sogni ridenti, Di Vïoletta che in sinistro oblio,

Da tisi insieme e dal funesto amore Divorata si muore. Era l'april, che a dolci sensi alletta. Amor s'accende arcano ed infinito,

Dalla suprema vetta All'abisso che trepido, invaghito Prova anch'esso lo stimolo profondo D'esser fatto fecondo.

Han di connubio certo, hanno di prole Fatal desio tutte le cose allora; Si prolunga del Sole Il sacro influsso nella notte ancora,

Molle, temprato all'universa pace, Tanto meglio efficace. Era il vespero appunto. A me s'offria La tua sembianza, e dietro, l'orizzonte,

Dove il Sole moria, Cinger parea d'un nimbo la tua fronte E la bella persona tutta quanta, Come in tele una Santa.

Allo spirar dell'improvvisa brezza, Come d'arcana voluttà commosso, Sotto arcana carezza, L'arbor bisbiglia mollemente scosso;

Par che aggiunga all'artistico concento Natura il proprio accento. Gli occhi tuoi vaghi e la stagion che invita E i miei vent'anni m'anno messo il foco:

Or con cura infinita, Cerco farmiti accanto a poco a poco; Tu ben lo vedi e fai vista di nulla, Adorabil fanciulla!

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