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1840–1910

17 Pur gli era nel segreto, ch'io nutria

Vittorio Betteloni

Pur gli era nel segreto, ch'io nutria Fede maggior che non nell'arte mia. S'io menavo di questa sì gran vanto Suol fare ognun dell'arte sua lo stesso;

Ma dell'arte poetica qual sia Provar l'effetto non vorrei pertanto, Se fra belve a provarlo io fossi messo. E però nel segreto assai nutria

Fede maggior che non nell'arte mia. E quel segreto era la tua bellezza, Se quel segreto lo si vuol sapere; La tua bellezza, o fior di leggiadria,

Che umane belve a dominar fu avvezza Molto dell'altre più crudeli e fiere. E però nel segreto assai nutria Fede maggior che non nell'arte mia.

Vaga e gentil negli atti e nell'aspetto Quale, fanciulla mia, tu sempre sei, Meco spesso venivi in compagnia; Ivi a mostrar miracoloso effetto

Presa con me, portento mio, t'avrei. E quest'era il segreto in che nutria Fede maggior che non nell'arte mia. Come avrian messo il dente sul tuo bianco,

Tenero collo? e quale, io chieggo, è belva, Che ti veda e con te mite non sia, E ponga invece l'ugna nel tuo fianco, E di te ardisca insanguinar la selva?

Questo, questo è il segreto in che nutria Fede maggior che non nell'arte mia. Palpitanti d'amore e di dolcezza, Penso che ai piedi tuoi si sarian messi,

Pur che tu loro usassi cortesia, Pur d'avere da te qualche carezza, Non che i cignali ma i leoni istessi. Questo, questo è il segreto in che nutria

Fede maggior che non nell'arte mia. Se non che tutto ciò sta bene assai: Ma contro me quei personaggi strani Potean pertanto entrare in gelosia,

E perchè m'ami ancor potean, non sai, Volgendo gli occhi tu, me fare in brani. Or del segreto oppur dell'arte mia Davver ch'io non so più qual peggio sia.

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