Quando commiato presi Dalla fanciulla mia Trovai ch'erano accesi I fanali per via.
Oh bella! chi avria detto C'oggi è notte sì presto ? Io non penso per questo D'andar senz'altro a letto.
Però senza curarmi Punto del dove andrei, La cura di portarmi Lasciando ai piedi miei,
Là là n'andavo lento, Come un picciolo iddio, Molto del fatto mio, Molto di me contento:
Ed ammirando il cielo, Che risplendea sereno, Nitido, senza velo, D'astri innumeri pieno,
Dicevo fra me stesso: Il Sol, vago sultano É di quel regno arcano: Pur mentre a letto adesso
Egli aspetta il mattino, Fan, con poco decoro, Le stelle capolino Fuor delle alcove loro;
Per femminil talento, Le odalische sue belle, Le lascivienti stelle Escono a cento a cento.
E spìan la terra intente Quasi di nostre cose E dell'umana gente Fossero curïose;
E a civettar si stanno Pur coi tremuli sguardi, Con gli uomini che tardi, La notte a zonzo vanno.
Ahi Sultan poveretto! Tu dormi e in sogno miri Più vago il loro aspetto, Dormi e ancor ne deliri;
Dormi e il tuo serto d'oro Di nuovi rai s'adorna, Dormi e ti fan le corna Mentre sogni di loro.
Pertanto io volgo in mente Che tu non sia felice, Pur come officialmente Dai poeti si dice.
Col tuo essere il Sole De' domestici guai Anche tu ce n'avrai Come quaggiù si suole.
Ben sopra noi vantaggi Innumeri tu vanti, Ed a buon dritto omaggi Ti son resi cotanti;
Contuttociò non sei Forse lieto gran fatto; Io, vedi, a nessun patto Essere in te vorrei.
Che se tu se' un bel nume, Un uomo io sono, intendi; Che se di più fai lume E in bel modo risplendi,
Chissà che a modo mio, D'inclito raggio adorno, Non faccia lume un giorno E non isplenda anch'io.
Ma forse in ciò mi sbaglio, E dico sol per dire, Pur quanto al tuo serraglio O mio leggiadro Sire
Di voluttà pasciuto, Io non ho che una bella, Io non ho che una stella, Che con le tue non muto.
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