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1749–1803

SCENA V

Vittorio Alfieri

Io dal tuo fianco non mi stacco, o padre; non cesso io, no, di atterrarmi a' tuoi piedi, non tue ginocchia d'abbracciar, se pria lo sposo a me non rendi; o se con esso

me di tua man tu non uccidi. O figlia diletta mia; deh! sorgi; a me dal fianco non ti partir, null'altro io bramo. Hai meco

generosa diviso i tanti oltraggi di rea fortuna, è ben dover, che a parte della prospera sii: niun più possente sarà di te sovra il mio cor: te voglio,

sotto il mio nome, arbitra far di Sparta: né cosa mai... Che parli? Agide chieggo; null'altro io voglio. A me tu il desti; e torre,

no, non mel puoi, se vita a me non togli; né torlo a Sparta, senza orribil taccia d'ingiusto re, d'uom snaturato e atroce. Come acciecarti or tanto puoi? Non vedi,

ch'Agide è reo? ma fosse anche innocente; non vedi, ch'egli in mio poter non stassi? Gli efori udirlo, giudicare il denno gli efori: nulla io per me sol non posso,

né a pro, né a danno suo. Sei padre; m'ami; a fera prova il filial mio amore hai conosciuto; e simular vuoi pure

con la tua figlia? — A tradimento, or dianzi, il potevi tu solo al carcer trarre, e innocente salvarlo or non potresti? Deh! non sforzarmi a crederti...

Che vale? Nulla in ciò posso: anzi, è mestier ch'io tosto d'Agide conto, e del mio oprar a un tempo, renda agli efori.

Ah, no! più non ti lascio: né crudo ordin puoi dar, che in parte anch'egli su la tua figlia non ricada... Or cessa;

torna alla reggia mia... Teco men vengo. Tutto farai, tutto dei fare, o padre, pel tuo innocente genero, che salva

t'ebbe la vita... Ah! no, svenar nol puoi, se la tua propria figlia non uccidi.

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