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1749–1803

SCENA IV

Vittorio Alfieri

Fuor del tuo sacro asilo, Agide, in mezzo d'una tal turba io non credea trovarti. Ma pur, più grati testimon di questi io bramar non potea. Vengo ad esporti

di Sparta i sensi. E son?... Di pace. E quale?

Vera: ove pace alle tue mire avversa non sia pur troppo; ove in tumulti e risse securtà tu non cerchi e in un grandezza. Io discolparmi or presso a te non deggio:

forse il farò presso a chi il deggio. Udiamo, di Leonida udiam la pace intanto. Son io messo del re? Di Sparta io sono eforo; e a te parlo di Sparta in nome.

Ove piegarti ai cittadin tu vogli, (ai veri e saggi) e la città tranquilla rifar, dannando ogni tua nuova legge tu stesso; il seggio, onde scaduto sei

col tuo fuggirne, Sparta oggi ti rende. Agide... Madre, a te son figlio; or posa secura in me. — Tu, che di Sparta in nome,

pur ch'io indegno men renda, il trono m'offri; pregoti, al re Leonida in risposta reca, ch'io seco favellar vorrei, pria che in giudicio a Sparta innanzi io parli.

Io pur ten prego, Anfare, vanne al padre, e a ciò lo induci: a lui ritorna in mente, che senz'Agide in vita ei non sarebbe. ch'ei la diletta unica figlia sua

diede ad Agide in moglie... A lui null'altro non rammentar, fuorché di Sparta entrambi siam cittadini; e che il comun vantaggio

vuol, ch'ei mi ascolti. È dubbio assai, s'ei possa, o venir voglia ad abboccarsi teco, fin ch'ei non sa, se tu i proposti patti

nieghi, od accetti. In guisa niuna ei puote negar d'udirmi, e nol vorrà. L'asilo io per sempre abbandono; a me dintorno

corteggio nullo io vo'. — Spartani, ad alta voce vel grido; io rimaner qui voglio, solo, ed inerme, ed innocente. — Il vedi, Anfare, il vedi; il tempo, il loco, il modo,

opportuno or fia tutto. Io fra brev'ora tornerò in questo foro; e qui non sdegni venirne il re. Solo sarovvi; egli abbia al fianco i suoi satelliti: veduti

sarem da quanti cittadini ha Sparta, ma non sarem da nessun d'essi uditi. Poiché tu il vuoi, tosto a recarne avviso a Leonida volo.

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