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1749–1803

SCENA III

Vittorio Alfieri

Dal fresco esiglio inacerbito ei parla: ma, non ha Sparta l'ira sua. — Dovresti, tu cui son cari Agide e Sparta, il figlio piegare ai tempi alquanto, e indurlo...

A farsi vile, non io, né voi, né Sparta indurlo mai non potremmo. Che del re lo sdegno non sia sdegno di Sparta, assai mel dice

l'immenso stuolo di Spartani in folla presso all'asilo d'Agide ogni giorno adunati, che il chiamano con fere libere grida ad alta voce padre,

cittadin re, liberator secondo, nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera esser de' in lui la sua virtù, poich'osa laudarla ancor con suo periglio Sparta;

poiché, più del terror dell'armi vostre, può in Sparta ancor la maraviglia d'essa. Si affolla e grida il popolo; ma nulla opra ei perciò: né i ribellanti modi

altro faran, che inacerbir più sempre contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi, d'Agide madre, entro a spartani petti, e sovr'Agide più: quelli (a me il credi)

al cessar dai tumulti, e questo or traggi, per poco almeno, all'adattarsi ai tempi. Se il ben di tutti e il ben del figlio brami, fra violenze e rabide contese,

mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi caldamente adoprarti, e Sparta, ed io, e Leonida, a dritto allor nemici crederem voi di Sparta; allor parranno,

a certa prova, i vostri ampi tesori malignamente accomunati in prezzo, non di uguaglianza, di comun servaggio. Dell'alte imprese, ottima o trista, pende

dall'evento la fama. All'opre vostre generose, magnanime (se il sono) macchia non rechi il rio sospetto altrui, che giustamente voi pentiti accusa

del tanto dono; e del volerne infame traffico far, vi accusa. Io tutto appieno, qual cittadin, qual eforo, ti espongo; non qual nemico: a voi l'oprar poi spetta.

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