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1749–1803

SCENA III

Vittorio Alfieri

Figlio, e che? già fuori stai dell'asilo? in chi t'affidi? in questa rea figlia di Leonida? Ben io più certo asilo, ecco, ti adduco; ognora

costor fien presti... O madre, Agide meglio tu conoscer dovresti: o in me mi affido, o in nulla omai. Questa, che figlia appelli

di Leonida, è moglie, è amante, è parte del figliuol tuo. — Spartani, ove pur tali vi siate voi, che minacciosi in armi tumultuar qui di mia fama a danno

veggio; Spartani, or parla Agide a voi. — Io, contro a Sparta, in mio favor, non voglio armi nessune; asil nessuno io cerco; null'uomo io temo. A dimostrar la mia

piena innocenza, io basto: a vincitrice farla davver della malizia altrui, coll'arme no, ma con più fermi sensi, potuto avreste un dì voi stessi darmi

giusto un soccorso: ma fia tardo, e vano, e reo (ch'è il peggio) ogni presente aiuto. E inerme esporti alla maligna rabbia d'un Leonida vuoi? d'efori compri

agl'iniqui raggiri? Ah! no, nol soffro; né il soffriran questi Spartani veri, che qui son presti a dar la vita or tutti pel loro re.

Per Agide, noi tutti presti a morir veniamo. Agide e Sparta fur già sola una cosa; or ben distinti

gli ha in due la sorte; or, che a far salva Sparta, forse è mestier ch'Agide pera. Il sangue sparger non vuolsi mai; vie men, qualora rigenerar virtù non puote il sangue.

Per me morir, voi nol potreste omai, senza uccider molti altri: e in un le vostre e le altrui vite in Sparta, al par son tutte della patria, non vostre. Havvi, nol niego,

de' traviati cittadini molti: ma, per ritrargli al dritto, alto un esemplo memorabile appresto. A lor far forza potrò con esso; e vie più sempre voi

farò con esso di fortezza amanti. Misera me! tremar mi fai. Che dunque disegni?... Donna; or per chi tremi? parla;

pel marito, o pel padre? Ah! tu non sai, madre, qual rechi a me dolor, l'udirti trafigger la mia sposa! Ella, più cara

che mai nol fosse, appunto a me si è fatta, per la sua vera filial pietade. Madre, consorte, popolo, mi udite. — Ho fermo in core di convincer oggi

anco i maligni, e gli invidi, e i più rei, ch'io della patria sono amator vero. Ai cittadini, io cittadino e padre, io cittadino e re, null'altro apparvi;

se non m'inganno io pur: ma in altri forse da pria destai, con violenze, io stesso, dubbio alcuno di me: fui quindi ascritto, non a saviezza, a coscienza rea,

e a vil timor di meritata pena, questo mio scelto asilo. Agide n'ebbe di volgar re la insopportabil taccia? Qual sia 'l mio core, oggi il vedranno. Oh dolce

periglio a me, quel che affrontar m'è d'uopo, per ischiarir qual bene io far tentassi, e l'empia invidia di chi il ben non brama! Per la pubblica causa io re mostrarmi

seppi, ed osai; per la privata mia, oso anch'esser privato: e, non ch'io creda convincer ora i tanti iniqui; in core essi già il son pur troppo; ma coprirli,

di Sparta tutta alla presenza, io deggio di vergogna e d'infamia. Essi vorranno accusar me, lo spero: io più coll'opre, che non co' detti, a discolparmi imprendo:

soltanto a Sparta i miei disegni esporre vo' schiettamente pria, soggiacer poscia... Tu soggiacer? no, mai non fia. Noi tutti farem prestarti da quei vili orecchio...

Non voi, deh! no: sol per mia bocca il vero farà prestarmi orecchio. E, se a voi cale punto il mio onor; se presso a voi mai nulla io meritai; se nulla in me, se nulla

nella memoria almen dell'opre mie sperate poi, pregovi, esorto, impongo di depor l'armi, e meco sottoporvi, quai che sien essi, agli efori. Il tiranno

di Persia, allor che apertamente insorti entro il suo regno a sé nemici ei trova, col dispotico brando a lor favella: ma il re di Sparta, a lor di sé dà conto;

e alla calunnia egli da pria ragioni oppon; se invano, imperturbabil alma vi oppon di re. — Duolmi, e dorrammi ognora, che lo stesso Leonida che assale

or me così, dalla cittade vostra espulso andava, e inascoltato. Ei forse mal di sé dato avria ragion; né il volle pure tentar; ma glien doveva io 'l mezzo

ampio prestare. Agesilào la forza volle adoprarvi; io mi v'opposi indarno: non tutti il sanno: Agesilào vien quindi meco indistinto. Io da quel dì, ma tardi,

vedea, ch'egli era uno Spartan mentito: ma mi stringeano il tempo, e l'alta brama d'oprare il bene, a cui l'ostacol tolto di Leonida fero, il campo apriva.

Quindi l'esiglio suo, giusto, ma inflitto in modo ingiusto, a pro di Sparta usai. E chi non sa, che a lui la vita hai salva?... Sì, per lui sol l'aure di vita ancora

spira il mio padre. Io nel crudel periglio, io stessa, il vidi; agli inumani messi d'Agesilào già in mano ei stava quasi, quando opportuni d'Agide gli amici

gli ebber fugati, e noi ritratti illesi in securtà. Quindi pagar nel vuole Leonida oggi, a lui togliendo, iniquo,

non che la vita, anco la fama... E questa mai non sta nel tiranno: in me, nel mio solo operar, sta la mia fama.

E nasce sol dal tuo oprar l'altrui livore, e il fermo empio pensier di opprimerti. Ma, viene Anfare a noi? degno consiglio e amico

di Leonida... Udiamlo. Oh cielo! io tremo...

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