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1749–1803

SCENA II

Vittorio Alfieri

— Lode agli Dei! qui radunarsi veggio cittadini veri; e non frammisti con la torbida, audace, e sozza plebe, che col numero suo voi ne strascina

negli error suoi, mal grado vostro. — A Sparta inaudito spettacolo si appresta; il maggior, che ad uom libero mai possa appresentarsi: un vostro re, dai vostri

efori tratto, ed accusato, innanzi a voi. Gli error ne udrete, e le discolpe, e il giudizio, di cui voi stessi parte sarete, spero. Io, benché re, con gioia

pur ve l'annunzio. Ah! non ebb'io tal sorte in quel funesto a me, non fausto a Sparta, orribil giorno, in cui dal trono in bando cacciato, in forse della vita io stetti.

Non accusato, e non udito, a ria forza soggiacqui allora; eppur, più doglia che l'ingiusto mio esiglio, erami al core il sovvertito ordin di leggi, e il fero

periglio in cui lasciava io Sparta. Instrutti voi stessi al fin dai vostri danni appieno, me richiamaste, e in un le leggi, in trono: Agesilào, Cleòmbroto, e i lor fidi

efori, a Sparta traditori, in bando cacciaste. Agide resta: havvi chi reo nol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto, io preso il volli, e ad altro fin nol tengo,

che per chiarirlo in faccia a voi. S'ei fosse reo convinto pur mai, primier mi udreste implorar pel mio genero perdono: che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza

nol rende affatto or di pietade indegno. — Efori, senatori, cittadini, la vera vostra maestà non sorse a dritto mai più nobile di questo:

conoscer oggi, e perdonare i falli dei vostri re: che sottopongo io pure oggi a voi l'opre mie. Prova non lieve del cor mio puro, e del regnar mio giusto,

parmi, fia questa; ed io di darla anelo. A tremar delle leggi Agide insegni a Leonida re. — Ma, già si appressa Agide al vostro tribunale: ed ecco

ch'io taccio, e seggo; io, cittadino, attendo dai cittadin dell'alta lite il fine. Ben sostener d'ogni mia forza io giuro, qual ch'esser possa, la immutabil santa

libera vostra unanime sentenza.

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