Skip to content
1749–1803

SCENA II

Vittorio Alfieri

A udirmi ne vieni, o re, pria che ad altr'opre?... A udirti or vengo io, sì...

Dunque, a te solo io chieggo di favellar... Traetevi in disparte. — Eccomi solo: io t'odo.

A te non parlo, quale a suocero genero; ancor ch'io oltre ogni dire una consorte adori, ch'è delle figlie esemplo.

Alto legame ell'era, è ver, fra noi, pria che di Sparta tu mi cacciassi in bando. Il so; né debbo

parlarten ora, poiché allor tel tacqui. Non ch'io allor l'obliassi, e il sai; ma in core Sparta allor favellavami, al cui grido ogni altro affetto in me taceasi, e tace. —

Di Sparta il re, di me il nemico sei: ma, se nol sei di Sparta, oggi dai Numi già protettori della patria chieggio, e impetrar spero, un sì verace e forte

alto parlar, che da me stesso or vogli apprender tu pronto e sicuro il modo, onde ottenere oltre tue brame forse... Oltre mie brame? E ciò ch'io bramo, il sai?

Di me vendetta, a tutte cose innanzi, brami, e l'avrai; dartela piena io voglio. Durevol possa, è il tuo desir secondo; e additar ten vogl'io la vera base.

Né basta; io t'offro alto infallibil mezzo, onde acquistar cosa ben altra, a cui forse il pensier mai non volgesti; e tale, che pur (dov'ella ad acquistar sia lieve)

tu sprezzarla non puoi. Perenne, immensa procacciartela ancora... E fia?... La fama.

— Meglio sai torla, che insegnarla altrui. — Meco il trono occupasti; al ben di Sparta meco tu allor, per comun gloria nostra, concorrer mai non assentivi: al tuo

privato ben tu sol pensavi, e a farti su la rovina del mio nome un nome. Quindi all'esiglio me, Sparta al suo rogo, spingevi tu. Non io perciò disegno

far mie vendette; io ben di Sparta afflitta farle or dovrei; ma il vieta a me di vera pace l'amor: pace, cui presti ancora sono a sturbare (abbenché invano) i tuoi

pessimi tanti. Amor di pace, in somma, di Sparta a nome ora ad offrirti trammi perdono intero... Intero? è troppo. — Or via,

nessun qui c'ode; il simular, che giova? Ch'io non ti legga in cor, tu già nol credi; che tu il cangiassi, creder nol mi fai. Cred'io bensì, che il tormi e scettro e possa,

per or non basti a far sul trono appieno securo te. Ben sai, che infin ch'io vivo, un altro re collega tuo crearti ligio non puoi: ma, né pur osi a un tempo

uccider me, perché dei molti in core sai che tuttora io regno. Ecco i veraci tuoi più ascosi pensieri: odi ora i miei. — Io, mal mio grado, entro all'asil mi chiusi;

spontaneo n'esco; e oppor poss'io, se il voglio, alla forza la forza: all'arte opporre l'arte, né il so, né il voglio. Omai convinto esser tu dei, che in mio favor né stilla

versare io vo' di cittadino sangue. Solo or mi vedi; in tuo poter mi pongo; supplice me per la mia patria miri: non che la vita, io son per essa presto

a darti la mia fama. E intatta l'hai, questa tua fama che offerirmi ardisci? Intatta, sì, del tutto; e non indegna

d'Agide; e troppa, agl'invidi tuoi sguardi. — Me tu abborrisci; adoro io Sparta: or odi come al mio amor, e all'odio tuo, potresti servire a un tempo. Io libertà, grandezza,

virtude impresi a ricondurre in Sparta, col pareggiarne i cittadin fra loro. Tu, coi più rei, di opporviti, ma indarno, mai non cessasti; e non, che vero e immenso

tu non vedessi in ciò il comun vantaggio; non, che virtù co' suoi divini raggi via non s'aprisse entro il tuo chiuso petto, senza pure infiammarlo: ma in tuo petto

l'amor dell'oro, e di soverchia ingiusta possa, vincea d'assai l'util di Sparta, di veritade il grido, e il folgorante scintillar di virtù. Pubblica, e vera

Spartana voce dal tuo seggio allora te rimovea, chiamandoti nemico di Sparta: e tu la insopportabil taccia né smentir pur tentavi. In bando poscia,

proscritto, errante (il sai) vilmente ucciso stato saresti; io nol soffria: né il dico per rinfacciartel ora; ma per darti prova non dubbia, ch'io base posava

ai disegni alti miei l'alte spartane opre bensì, non la rovina tua. E in ciò pur, mal accorto, error non lieve tu salvandomi festi.

E chiara ammenda tu ne farai, me trucidando. I mezzi sol ne impara da me. — Sparta più inclina a libertà, che a tirannia: per certo

tienlo, ancorché per ora imposto il freno aspro di re tu le abbi. Un breve sdegno dei più contro all'infame Agesilào, or ti ha riposto in trono, e lui cacciato

d'eforo: or me de' suoi delitti a parte havvi chi pone, e non a torto affatto, finch'io pur taccio. A disgombrar del tutto su me tal dubbio, or tu non trarmi; è lieve

troppo il mostrar, che Agesilào tradiva Agide e Sparta a un tratto; ove ciò chiaro a tutti io faccia, allor tu forza usarmi non puoi, senza a te nuocere.

Tu il credi? Tu il sai. Ma, non temere. Io di Spartani Spartano re volli essere; te lascio re di costoro. A far me reo non basta

niuna tua forza: in faccia a Sparta, io voglio, io, colpevole farmi; io darti intera palma di me; pur che tu stesso farti grande ti attenti, e di grandezza vera,

contra tua voglia. Invan mi oltraggi... Adempi tu stesso, or sì, quant'io già audace impresi

a pro di Sparta e di sua gloria. In seggio riponi or tu, non le mie, no, ma l'alte, libere, maschie, sacrosante leggi del gran Licurgo: povertà sbandisci

in un coll'oro; ella dell'oro è figlia: del tuo ti spoglia: i cittadin pareggia: te fa' Spartano, e in un, Spartani crea:... Ciò far voll'io; tu il compi, e a me ne involi

la gloria eterna. — Ove ciò far mi giuri, a Sparta innanzi or mi puoi trar qual reo; e dir, ch'io velo a mie private mire fea del pubblico bene; e dir, che iniquo

era il mio fin, non le mie leggi. A questo aggiungerai, che rinnovar tu stesso vuoi con mente migliore e cor più schietto, di tua città la gloria. Intera Sparta

udrammi allor di meritata morte accusar reo me stesso; e dir, che mie eran le ingiurie e violenze usate da Agesilào; dirò, ch'io in lui creava

un precursor di tirannia; che un saggio voll'io per lui della viltà Spartana. Ciò basterà, cred'io. Morte, che darmi or tu non puoi, che a tradimento, (il vedi)

l'avrò così dai cittadini miei, e parrà lor giustissima. La fama, che in me ti offende, e che a me tor non puoi, io me la tolgo, e a te la dono. Io moro,

tu regni; ambo contenti: a te non toglie fama il regnare; a me l'infamia in tomba portar pur lascia l'unica mia speme, che a nuova vita abbia a risorger Sparta.

— Vil m'estimi così? Grande t'estimo; poich'atto a compier la mia grande impresa te credo...

A' tuoi disegni empi, dannosi, io por mano?... Me spento, appien tu scarco d'invidia resti: e gli alti miei disegni,

con tuo vantaggio, e in un, con quel di Sparta, puoi compier tu. Di mia grandezza ardisci grande apparir tu stesso: invido fosti; or, col mio sangue la viltà tua prisca

tu ammanti appieno. A non sperata altezza l'animo estolli, e al trono tuo ti agguaglia. Maggior di te, dei cittadini il grido già abbastanza mi fea; ma il perdonarti,

se a me il concede Sparta, assai darammi piena palma di te. Ch'io a Sparta intanto ti appresenti, m'è d'uopo. — Altro hai che dirmi? A dirti ho sol, ch'esser non sai tu iniquo,

né sai fingerti buono. Or, che i tuoi sensi tutti esponesti, anzi che a Sparta involi te di bel nuovo il tempio, in carcer stimo

doverti io trarre. — Olà, soldati... Io vado securo in carcere, qual non sei tu in trono. Sparta entrambi ci udrà; né meco a fronte

star potrai tu. — Se in carcere mi uccidi, te stesso perdi; e il sai. Pensa, e ripensa; a te salvare, a uccider me, niun mezzo, che quel ch'io dianzi t'additai, ti resta.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
SCENA II · Vittorio Alfieri · Poetry Cove