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1749–1803

SCENA I

Vittorio Alfieri

Tardo assai giungi; e il tempo stringe. Al padre l'indugio dona: mi fu forza or dianzi fin nella reggia accompagnar la figlia.

Io dal fianco spiccarmela a gran pena potea, sì forte ella in pianto stempravasi per lo suo sposo. Assai gran doglia in core il suo pianto mi lascia.

E che? turbato, commosso sei? Più della figlia forse ti cal, che non di tua vendetta? Abborro

Agide più, che non m'è caro il trono: ma pure, i detti della figlia, e i pianti, duri a me sono. — Eccomi all'opra: il tutto disposto hai tu?

Nol vedi? In questo vasto limitar delle carceri mi parve fosser da porsi i seggi nostri; il loco, men capace che il foro, assai men feccia

ragunerà di plebe: ma pur tanta introdur qui sen può, quanta n'è d'uopo a nostre mire. Havvi all'entrar chi veglia, e in copia ammette i nostri fidi. — Or mira;

già più che mezzo è riempiuto il loco; né alcun v'ha quasi degli avversi a noi. Per anco il grido non s'è sparso appieno del gran giudizio: e spero, anzi che giunga

a intorbidarlo con sua fera scorta l'ardita madre, avrem compito il tutto. Ma, sei tu certo, che tornarne a danno or non possa tal fretta?

Oltre la nostra dignità, stan per noi forze non poche. Grande accortezza, or nell'espor le accuse, vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessi

dobbiamo, e del lor ben, più che del nostro, caldi amatori. Alcun tumulto forse insorger può; previsto è già. Ma basta per noi, che più non esca Agide vivo

di queste mura. Al primo impeto audace della plebe far fronte i tuoi soldati, e i cittadini nostri appien potranno, e degli efori il nome, e l'ardir tuo.

Tempo intanto si acquista; e avrem dal tempo piena poi la vittoria... Ecco il senato; ecco gli efori tutti: il popol molto

li segue, e par non torbido in aspetto; lieto anzi par di assistere all'accusa di un re sovvertitore. Ardire, ardire. Mentr'io gli animi lor, con opportune

lusinghe adesco, al carcer entra, e in breve Agide a noi ben custodito traggi.

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