Poi che 'l mio sol, d'eterni raggi cinto, nel bel cerchio di latte fe' ritorno, da la propria virtute alzato e spinto, già sette volte avea girato intorno
i segni ove ne fa cangiar stagione chi porta seco in ogni parte il giorno, e, lasciando il nimico d'Orione, spronando i suoi corsier leggieri, entrava
ad albergar col suo saggio Chirone. E con la rosea fronte alora alzava gli occhi a licenziar l'ultime stelle l'Aurora, e i bei crin d'or vaga mostrava
quand'io le voglie a la ragion rubelle conobbi, essendo il dì che 'l duolo antico fa che con maggior forza io rinovelle. Alor dal pianto amaro al dolce amico
pensier, che me consola e ben può darmi tutto quel bene onde il mio cor nudrico, stanca mi volsi, e ricordar pur parmi ch'egli alor prese avea l'usate penne
per poter poi da terra alta levarmi, ma, più che mai soave, un sonno venne, e l'alma, quasi del suo carcer fore, quel che da l'un volea da l'altro ottenne,
ché tanto ad alto, ove la scorse Amore, volò, che vide la mia luce ardente mostrar più vivo il suo divin splendore. Era ancor lungi sì ch'un'atra mente
non la vedria ch'al piacer falso in terra contra 'l dritto voler cieca consente, ma colui, che 'n un punto e pace e guerra può darmi e tuor, tanto al suo dolce lume
m'avezza che non sempre il desir erra; onde strada al mio andar fece il costume di seguir l'orme chiare e fuggir l'ombra, e diede al mio volar veloci piume,
e giunsi al sol ch'agli occhi miei disgombra quel d'ignoranza vel ch'a noi mortali spesso il veder interno appanna e adombra, ed udii dir: «Perché fra tanti mali
t'implichi ognor? Vien meco acciò tu scorgi spirti ch'al merto tuo non sono equali. Ma pria convien che tutta umil mi porgi gli occhi ed intenti, sì che di quel poco
raggio che 'n me lampeggia almen t'accorgi, onde la vista accesa a poco a poco acquisti tal virtù che non la offenda maggior di questo e assai più chiaro foco.
Convien che 'l modo e la ragion tu intenda come a chi qua su vien dolor si tolga e di vero piacer la veste prenda, e che sappi fra noi quanto si dolga
chi in terra vede alcun ch'abbia già amato che 'n vèr gli scogli la sua barca volga; ché, se si appaga e gode ogni beato nel mirar solo il primo eterno Amante,
il natural desio non è cangiato d'amar chi ama; anzi è ferma e constante carità vera qui, che non si scema pel variar de l'opre o del sembiante».
«Tu scorgi», alor diss'io, «com'arde e trema dinanzi ai raggi tuoi la mia virtute, e qual speme e timor l'ingombri e prema; da fiamme vive e da saette acute
arso e punto fu il cor quel giorno ch'io posi ne le tue man la mia salute. Vorrei gli umani error porre in oblio, ch'essendomi tu guida a maggior cose
ch'a mio stato non lice ergo il desio». Per man lieto mi prese, e non rispose ai detti miei ma alor seco mi strinse sì che nel suo splendor tutta m'ascose;
ond'io potea, sì del suo bel mi cinse, veder quasi in un specchio quel che 'l Cielo sol per suoi pregi agli occhi miei dipinse. Ma pria sentii com'un squarciar di velo
a me d'intorno, e un caldo e puro vento tutta infiammarmi d'amoroso zelo; fa' ch'io possa ridir quel che pavento, tu che lo stato e la salute al mondo,
Amor, donasti, e sei di te contento. Io vidi alora un carro, tal che a tondo il ciel, la terra e 'l mar cinger parea col suo chiaro splendor vago e giocondo.
Sovra l'Imperador del Cielo avea, Quel che scese fra noi per noi scampare dal servir grave e da la morte rea; e, come molti empier l'invide, avare,
de' beni altrui superbi trionfando, vil voglie d'un ingordo empio regnare, Costui vinse e donò il Suo Regno quando in sacrificio Se medesmo diede,
col puro sangue il nostro error lavando. Sua la vittoria e nostra la mercede fece; ché vita abbiam dal Suo morire noi ch'eravam del gran nimico prede.
Io avea già di tanto aspro martire da mille inteso, e 'n mille carte letto, e con sospir di quel solea gioire; però dinanzi a sì novo conspetto
non mi fu ad uopo la mia scorta presta a trar d'errori e dubbi l'intelletto. Io vedea l'onorata e sacra testa, che suol aver di stelle ampia corona,
di spine acute averla ora contesta, e piagata la man che toglie e dona al ciel corso, al sol luce, ai mortai vita, qui virtù, là su gloria eterna e buona.
Sugli omer santi, acciò che al Ciel gradita sia l'umil nostra spoglia, io vidi il segno ch'a pianger sempre il primo error m'invita, quel del nostro gioir sicuro pegno
ch'adorar con le man giunte si deve perché sostenne il nostro ver sostegno. Non fu a le sante spalle il peso greve; quanto devrebbe, oimè! del nostro affanno
tal rimembranza farne il peso leve! Sul carro a la Sua dextra in real scanno la Vergin vidi, d'ogni virtù exempio, per cui possiam fuggir l'eterno danno;
costei fu innanzi a tutti i tempi tempio a Dio sacrato, e vidi e sapea come con umiltà calcò il superbo ed empio. Ai santi pie' colei che simil nome
onora vidi, ardendo d'amor, lieta risplender, cinta da l'aurate chiome. La mosse a pianger qui ben degna pieta, onde il Ciel vuol che con equal misura
per seme di dolor or gloria mieta. Poi che la rese l'alta fe' sicura non volse il pie' già mai, né strinse il pianto, ma col cor fermo e con pietosa cura
sola rimase, e dentro al suo bel manto mille chiare virtù davan conforto a l'alta voglia, al grand'animo santo. Al sepolcro, cercando il Signor morto,
l'apparve vivo, e diede alto e felice al gran mar de le sue lacrime porto. Beata lei, che 'l frutto e la radice sprezzò del mondo, e dal suo Signor ora
altra dolcezza e sempiterna elice; ond'io, che d'altro Sol più vaga aurora illustrata vedea, con altro caldo da quel che i nostri fiori apre e 'ncolora
tenni qui gli occhi fissi e 'l pensier saldo.
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