Excelso mio Signor, questa ti scrivo per te narrar fra quante dubbie voglie, fra quanti aspri martir dogliosa io vivo. Non sperava da te tormento e doglie,
ché se 'l favor del Ciel t'era propizio perdute non sarian l'opime spoglie. Non credeva un Marchese ed un Fabrizio, l'un sposo e l'altro padre, al mio dolore
fosse sì crudo e dispietato inizio; del padre la pietà, di te l'amore, come doi angui rabidi affamati rodendo stavan sempre nel mio core.
Credeva più benigni aver i fati, ché tanti sacrifici e voti tanti il rettor de l'Inferno avrian placati; non era tempio alcun che de' miei pianti
non fosse madefatto, né figura che non avesse de' miei voti alquanti. Io credo lor dispiacque tanta cura, tanto mio lacrimar, cotanti voti,
ché spiace a Dio l'amor fuor di misura, benché li fatti tuoi al Ciel sian noti, e quei del padre mio volan tant'alto che mai di fama e gloria saran voti.
Ma or in questo periglioso assalto, in questa pugna orrenda e dispietata che m'ha fatto la mente e 'l cor di smalto la vostra gran virtù s'è dimostrata
d'un Ettor, d'un Achille; ma che fia questo per me, dolente, abbandonata? Sempre dubbiosa fu la mente mia; chi me vedeva mesta giudicava
che me offendesse absenzia o gelosia, ma io, misera me! sempre pensava l'ardito tuo valor, l'animo audace, con che s'accorda mal fortuna prava.
Altri chiedevan guerra; io sempre pace, dicendo: assai mi fia se 'l mio Marchese meco quieto nel suo stato giace. Non noce a voi seguir le dubbie imprese,
m'a noi, dogliose, afflitte, ch'aspettando semo da dubbio e da timore offese; voi, spinti dal furor, non ripensando ad altro ch'ad onor, contr'il periglio
solete con gran furia andar gridando. Noi timide nel cor, meste nel ciglio semo per voi; e la sorella il fratre, la sposa il sposo vuol, la madre il figlio;
ma io, misera! cerco e sposo e patre e frate e figlio; sono in questo loco sposa, figlia, sorella e vecchia matre. Son figlia per natura, e poi per gioco
di legge natural sposa; sorella e madre son per amoroso foco. Mai venia peregrin da cui novella non cercassi saper, cosa per cosa,
per far la mente mia gioiosa e bella, quando, ad un punto, il scoglio dove posa il corpo mio, che già lo spirto è teco, vidi coprir di nebbia tenebrosa,
e l'aria tutta mi pareva un speco di caligine nera; il mal bubone cantò in quel giorno tenebroso e cieco. Il lago a cui Tifeo le membra oppone
boglieva tutto, oh spaventevol mostro! il dì di Pasca in la gentil stagione; era coi venti Eulo al lito nostro, piangeano le sirene e li delfini,
i pesci ancor; il mar pareva inchiostro; piangean intorno a quel i dei marini, sentend'ad Ischia dir: «Oggi, Vittoria, sei stata di disgrazia a li confini,
bench'in salute ed in eterna gloria sia converso il dolor; ché 'l padre e sposo salvi son, benché presi con memoria». Alor con volto mesto e tenebroso,
piangendo, a la magnanima Costanza narrai l'augurio mesto e spaventoso. Ella me confortò, com'è sua usanza, dicendo: «No 'l pensar, ch'un caso strano
sarebbe, sendo vinta tal possanza». «Non può da li sinistri esser lontano», diss'io, «un ch'è animoso a li gran fatti, non temendo menar l'ardita mano.
Chi d'ambiduo costor trascorre gli atti vedrà tanto d'ardir pronto e veloce; non han con la Fortuna tregua o patti». Ed ecco il nuncio rio con mesta voce
dandoci chiaro tutto il mal successo, che la memoria il petto ognor mi coce. Se vittoria volevi io t'era a presso, ma tu, lasciando me, lasciasti lei,
e cerca ognun seguir chi fugge d'esso. Nocque a Pompeo, come saper tu dei, lasciar Cornelia, ed a Catone ancora nocque lasciando Marzia in pianti rei.
Seguir si deve il sposo dentro e fora, e s'egli pate affanno ella patisca, e lieto lieta, e se vi more mora; a quel che arrisca l'un l'altro s'arrisca;
equali in vita equali siano in morte, e ciò che avien a lui a lei sortisca. Felice Mitridate e tua consorte, che faceste equalmente di fortuna
i fausti giorni e le disgrazie torte! Tu vivi lieto, e non hai doglia alcuna, ché, pensando di fama il novo acquisto, non curi farmi del tuo amor digiuna;
ma io, con volto disdegnoso e tristo, serbo il tuo letto abbandonato e solo, tenendo con la speme il dolor misto, e col vostro gioir tempr'il mio duolo.
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