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1754–1828

XXX. AD AMORE.

Vincenzo Monti

Lasciami in pace, Amor. Per lo sentiero Del ciel tutto non anco Due volte rinnovò la luna il corno, Da che dopo il servir d'un lustro intero

Lo spirto infermo e stanco Fece alla prima libertà ritorno. De' miei sospiri ancor tepide intorno Van l'aure, e i piè profondamente impresso

Serbano il solco della tua catena. Di mia sofferta pena Fanno ancor fede il rio l'antro il cipresso, Ove il nome sì spesso

Di lei segnava, che sul fiume u' giacque L'arso Fetonte a morte mi spingea, Se del Tevere all'acque A sottrarmi dall'empia io non correa.

Ahi che la calma del mio cor fu breve! Si dileguò dal petto, Come lampo di luce disiata Che la selva trascorre incerto e lieve,

E il pellegrin soletto Si duol del raggio passeggiero, e guata. Perfido Amor, tu all'alma affaticata Nuovi stenti prepari e nuovi affanni;

E mentre Bacco dai domati Eoi A seppellir tra noi Torna del verno fuggitivo i danni, Tu fai vento coi vanni

Alle fiamme sopite; e una donzella Di sembianze m'additi alme e celesti, Che dall'Arno la bella Sponda latina a innamorar traesti.

Su la neve del collo intatta e viva Sparsa ell'avea la bruna Sua chioma, e il capo avvolto in crespi veli. Dalle vesti il bel seno un poco usciva,

Come candor di luna Che dalle nubi tremula trapeli. Dal più puro dei cieli Io la credea discesa, chè mortale

Già non sembrava; e ponea l'occhio attento Agli omeri d'argento A risguardar se vi spuntavan l'ale. Sua bocca liberale

Di sorrisi era sì gentili e bei, Di sì soavi angeliche parole, Che avría per l'aria i rei Nembi dispersi e in ciel fermato il sole.

Un freddo un foco allor mi corse al core, Che il piede instupidito Mi tremò sotto, e il volto scolorossi. Tentai tre volte palesar l'ardore,

E tre volte smarrito L'accento ch'era per uscir fermossi. Ma da secreta intelligenza mossi Parlaron gli occhi, e con sguardo languente

Emendando il tacer del labbro avaro L'interno disvelaro Alla nemica mia stato dolente. Ella il vide; e repente

Partì, quasi sdegnando la crudele D'un mortale i sospiri; e certo è degna Più che Leda e Semèle Che Giove istesso amante ne divegna.

Partissi; e al corto arnese al portamento Alle forme imitando Del primo ciel la cacciatrice diva Che lascia in dietro men veloce il vento

Cervi e damme stancando Del volubil Eurota in su la riva, Fra la baccante gioventù festiva Della bella progenie di Quirino

Sovra cocchio dorato ella comparve Girò le luci, e parve Un paradiso aprir quando vicino Trasse il volto divino.

Arser l'aure d'intorno, e d'amor tocchi Volaro a lei da cento palchi i cuori, Chè scritto era in quegli occhi — Io son cosa celeste; ognun m'adori. —

Stuol frattanto d'illustri lusinghiere Alme figlie di Tebro Per la contrada sopraggiunge e passa, Tutte legan di bende forastiere

Il crin prolisso e crebro. E qual greca ti sembra e qual circassa. La bionda capigliera in giù si lassa Negligente cader su i bianchi petti,

Bianchi qual fresca neve che in solinga Rupe il vento sospinga Quando il gelo imprigiona i ruscelletti. Volano i zefiretti

A lambir quelle chiome e que' bei volti, E innamorati li vorrian rapire: Ma non hanno gli stolti Del robusto aquilon l'ali e l'ardire.

Pur vista sì leggiadra ed improvvisa Non d'intero diletto Potea far dono all'anima meschina; Ch'essa tutta d'amor vinta e conquisa

In traccia d'altro oggetto Correa già dal suo corpo pellegrina. Indarno grida la ragion reina, E la richiama da sentier sì torto;

Chè la voce alla misera non giunge Corsa già troppo lunge. Indarno questa cetra al fianco io porto, Dolce un tempo conforto

Nei travagli d'amor; chè la possanza Langue del suono, onde nel cor mi venne Dolce un tempo speranza D'alzarmi all'etra su gagliarde penne.

N'è tua la colpa, Amor. Tu in me lentato Hai l'apollineo spirto, E la forza ch'io bebbi ai fonti ascrei. Forse, o crudo, al tuo carro incatenato,

L'allor cangiando in mirto, Solo i tuoi canterò dardi e trofei? Non fia: l'aura che vien dalli tarpei Maestosi dirupi un suon robusto

Mi chiede e degno di romana orecchia, Or che torna la vecchia Felice età del fortunato Augusto, Mercè di lui che al giusto

Forte braccio del provvido Fernando Commise il fren della difficil Roma, Perchè nato al comando E sa porle le mani entro la chioma.

Ve' come per lui tutta ella s'allegra; E al venerato impero Piega la fronte al mondo sì temuta; E nella gloria d'ubbidir rintegra

Il dolce onor primiero Della vantata libertà perduta. Ve' come esclama e padre lo saluta Dovunque passa: ed egli le sorride,

Qual sorride il gran Giove in lieto volto De' numi al popol folto Che beato d'intorno a lui s'asside. L'atro allor non gli stride

Fulmine in pugno, ma gli giace al piede Dimenticato e freddo; onde secura La terra esulta, e vede Di fior vestirsi il colle e la pianura.

Canzon, dal tuo cammin lungi tu vai. Del magnanimo eroe cui Roma applaude Dir tutta non potrai La meritata laude,

Se Amor che l'estro intorbida e confonde Non mi sgombra la cetra in cui s'asconde.

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