Da quel dì che il tuo sembiante Si fe incontro agli occhi miei, Da quel dì da quell'istante, Libertade, oimè!, perdei.
Forza ignota d'alto affetto Dentro il sen mi penetrò, Ed il core a mio dispetto Crudelmente n'involò.
Nè mi valse indosso avere Certa roba di magia, Che d'amor l'alto potere Rende nullo e il caccia via;
Un gran dente del feroce Can di Pluto, e l'orpimento E la scorza della noce Infernal di Benevento,
E la ruta ed il trifoglio E altre cose di valore Che portar in tasca io soglio Contro i mali dell'amore.
Quei begli occhi, quel sorriso Quel tuo labbro di corallo, Bella ninfa, avrían conquiso Anche un core di metallo.
Già d'amor non so lagnarmi, Che affidato alla virtù Del tuo volto condannarmi Volle a tanta servitù.
Aver l'alma e il cor legato Per cagion sì dolce, è un bene Senza prezzo; e fortunato Io vi bacio, o mie catene.
Sol mi spiace e dà tormento Che il mio amor tu prendi a gioco, E nè men per complimento Mi vuoi dir che m'ami un poco.
La mia sorte è sì infelice, Così meco è amor tiranno, Che fruir nè pur mi lice Il piacer d'un grato inganno.
E poi dicesi che tanto La fortuna a' vati arride, Che de' carmi il dolce incanto Delle belle il cor conquide.
Non v'è lauro che le chiome Alzi in riva al bel Permesso, Che di Fille il caro nome Per mia man non porti impresso:
Non vien dì che per la schiva, Come il cor dentro mi detta, Io d'amor non canti e scriva Qualche dolce canzonetta.
Ma con tutto l'Elicona, Ma con tutto l'Ippocrene, Fille sempre mi canzona, E niente mi vuol bene.
Ah! non fora, o Muse, stato Meglio assai, che a me natura D'estro invece avesse dato Più galante la figura?
Che piuttosto che le carte Di Maron, del cieco acheo, Mi ponessi la bell'arte A studiar del cicisbeo?
Certo allor sì infelice Con le donne io non sarei, E Licori Aglauro e Nice Correr dietro mi vedrei.
Ah! se questa è pur la via Di piacere all'idol mio; Addio dunque, poesia, Fonti ascrei, per sempre addio.
Io più vate non sarò, Giacchè magro è un tal destino; Ma il mestier comincierò Di smorfioso damerino.
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