Era ormai già scorso un anno, Che il mio cor riposo avea Dai tormenti del tiranno Garzoncel di Citeréa.
Libertà di pace amica In gentil faccia serena Sciolta e rotta avea l'antica Amorosa mia catena:
E adunando a sè gli sparsi Multiformi erranti affetti, Tutti alfine ritirarsi Nel mio sen gli avea costretti;
Tranne alcun che per follía Dietro al viso e alle pupille Qualche volta sen fuggía Della candida Amarille.
Quindi io l'arte dei sospiri Tutta omai smarrita avea, E d'amore ai bei deliri Ritornar più non sapea.
La mia cetra, in Pindo avezza Delle ninfe più vezzose A cantar la gentilezza E mill'altre belle cose,
Pendea a un tronco derelitta D'armonía, d'onor già priva; E l'Inerzia zitta zitta Dentro ascosa vi dormiva.
Ma il figliuol dell'aurea Venere, Ch'ognor strugge alla sua face De'poeti l'alme tenere Nè giammai le lascia in pace,
Dalla benda c'ha sul ciglio Fuori un giorno il guardo mise; E in cert'aria di periglio Biecamente in me l'affise.
Non men dentro che di fuore Mi squadrò coll'occhio acuto; Vide starsi in ozio il core Già di ghiaccio divenuto;
Un per uno i miei nascosi Vari affetti esaminò; Duri tutti e rugginosi, Tutti inerti li trovò.
Arse il nume allor di sdegno Più di quel ch'io possa dirti: Arse l'aria; e d'ira in segno S'agitaro i sacri mirti.
Poi, qual uom che via cercando Di compir le sue vendette Per le strade va girando Più secrete e men sospette;
Là 've d'acque onusto e grosso Il Lamon col corno incalza Il bel ponte che sul dosso Le due torri al cielo innalza,
Entro un chiostro di ciarliere Solitarie monachelle, Ch'ognor stan su l'uscio a bere Del bel mondo le novelle,
Cheto cheto Amor celosse Meditando un tradimento. Nè stupir che ardito ei fosse D'appiattarsi colà drento.
Anche in mezzo a sacre mura Ei di freccia a trar si pone, Nè si piglia più paura Di salteri e di corone.
Veli e bende spesso assetta Alle vergini romite, Chè non son moda e toletta Or dai chiostri più sbandite.
Sta lontan dalle vegliarde Che lo guardano in cagnesco; Ma nel fianco investe ed arde Quelle poi c'han volto fresco.
Ad ognuna egli provvede Qualche amabile profano: Mette lor, se l'uopo il chiede, Penna e carta nella mano.
Di piacer con lor favella, Di diletti e vanità, Invocando invan la bella Già perduta libertà.
Fra li salmi e le novene Temerario il naso ficca, Ed a tutte su le schiene La tristezza e il tedio appicca.
Va con esse al letto, e dorme Dolci sonni lusinghieri: Poi scompiglia in varie forme I pudichi lor pensieri,
Che languenti e smorti in faccia Fuggon via, quai calabroni Che il villan col foco scaccia Dagli antichi covaccioni.
Alla cella al refettorio Al giardino all'orto al coro Alla porta al parlatorio, Da per tutto, è Amor con loro.
Colà dunque quell'astuto Traditor si mise al varco Dietro all'uscio, e ben acuto Adattò lo stral su l'arco.
Al medesmo loco intanto, E quel furbo lo sapea, Una ninfa prima alquanto Di lui tratto il piede avea;
Una ninfa, a cui fra l'altre Del Lamon donzelle amabili Largì il ciel bellezza e scaltre Grazie oneste incomparabili.
Ella, assisa sul secondo Limitar del monastero Su di cui fatale al mondo Stride il cardine severo,
D'una tenera e gentile Sua sirocchia in compagnia Varie cose in dolce stile Ragionando con lei gìa.
Mia fortuna o mio peccato Colà incauto ancor me trasse. Chi avría detto che in aguato Ivi il tristo s'occultasse?
Come gli occhi a primo aspetto In quel volto s'incontraro, Che quant'era più negletto Apparía più vago e caro;
Fe' volare Amor le penne Della freccia; e sì spedita Fu, che quasi al sen mi venne Pria del colpo la ferita.
— Poi, vedrem, gridò, se questa Saprà farti un po' più molle, E di piaga alta e molesta Trapassarti le midolle. —
Sì dicendo, dai begli occhi Di colei che a me s'offria Fa che un ratto un guardo scocchi Che del sen prenda la via,
E comincia dolcemente A cercarmi in petto il core, Che spogliossi di repente D'ogni vecchio suo rigore.
Così al soffio d'austro amico Soglion spesso i duri monti Liberar dal gelo antico Le canute alpine fronti.
Al tremor che in sen mi scosse Nervi e fibre tutte quante, Come s'urto e assalto fosse D'aspro foco elettrizzante;
Dall'elastiche cellette Del cerèbro a mille a mille Scoppiâr fuori insiem ristrette Le poetiche faville.
E la cetra, o fosse il vento Od un nume, ch'io nol so, Dal suo tronco in quel momento Due o tre volte s'agitò.
Quando il murmure l'ascosa Pigra Inerzia allor n'udì, Dal pertugio frettolosa Scappò fuori e via fuggì.
Poichè alfin dal peso indegno Sentì il grembo disgombrarsi; Cominciò l'arguto legno Tosto all'aria a dondolarsi,
E con certo mormorío Sibilando piano piano Parea dir che avea desío Di venirmi nella mano.
Diedi a pena a lui di piglio E il toccai, che allegri e snelli Dal lor tacito coviglio Sbucâr Fauni e Satirelli.
In udir le laudi intorno Risuonar di questa bella Dai pastor nomata un giorno La vezzosa Toscanella,
Plauser tutti; e vergognose L'altre ninfe si celarono, Che men vaghe e graziose Al confronto si mirarono.
Io non posso a parte a parte, Come al merto si conviene, Di costei spiegarti in carte I bei pregi, o mia Climene.
Lungo folto nereggiante Fiocca il crine, che la moda, Secondando il bel sembiante, In più buccole rannoda.
Giusta aperta e ben distesa È la fronte signorile, Che al di fuor mostra e palesa La bell'alma e il cor gentile.
Gli occhi neri, da cui piovere Vedi un dolce ardente foco, Son pietosi e lenti a movere, E fan strage in ogni loco.
Ivi i dardi arroventare Pria di batterli all'incude Suol Cupido, e puoi piagare La Lamonia gioventude.
Ivi ei parla ed eloquenti Rende i guardi più furtivi; Ivi ordisce i tradimenti, E castiga i cuor più schivi.
Un color che alquanto è bruno Su le guance le si mesce; Che non porta oltraggio alcuno Al suo bello, anzi l'accresce:
Tal fra i duri mietitori È la Dea d'Eleusi ancora, Tal dell'arme in fra gli orrori Di Gradivo è pur la suora.
Dolce dolce in giù declina Il gentil collo tornito, E sul petto indi confina; Che in via giusta compartito,
Mollemente, a trar del fiato, Qual liev'onda or sale or scende, Come quando il mar calmato Placid'aura increspa e fende.
Nodo e vena non eccede Su la liscia sottil mano, Che li baci aspetta e chiede Mille miglia da lontano.
Disinvolta agile e franca Tutta è poscia nella vita, Sì che par che dentro all'anca Abbia zolfo e calamita.
Ma tai pregi e che son mai, Se alla bocca io li pareggio, Ove Amore ed i più gai Suoi fratelli han posto il seggio?
Cede a lei la fronte il ciglio E la guancia e ogni altra cosa, Come il fior giacinto e il giglio Di beltà cede alla rosa.
Questo labbro delicato, Questo labbro così bello, Non pensar che travagliato Sia degli altri in sul modello.
La natura industre e saggia D'una stampa al mondo il diede Che tra noi su questa spiaggia Rado in uso andar si vede.
Essa, il dì che finalmente Di formarlo destinò, Per far l'opra più eccellente, In soccorso Amor chiamò.
Nel materno almo boschetto Corse allor di Pafo e Gnido A raccogliere un vasetto D'aurei favi il buon Cupido:
E, deposte l'armi usate, Colle mani sue divine Lo stillò su queste amate Vaghe labbra porporine.
Quindi è poi che tutto mele Escon fuori i gravi accenti, Che far molle il cor crudele Potrían d'orsi e di serpenti.
Quindi è poi che di là sfuggono Tante amabili graziette, Tanti vezzi che ti struggono, Tante dolci parolette.
Io che in petto ho un cuor nascosto Più solubil della neve Che su l'alpi il sol d'agosto Co' suoi raggi investe e beve,
Puoi pensarti, o mia Climene, S'or mi trovo a mal ridotto, Se del foco ho nelle vene, Se d'amor son arso e cotto.
Nè prestar poss'io conforto All'ardor che mi distrugge; Chè la cruda mi vuol morto, E davanti ognor mi fugge.
Ferma, o ninfa mia vezzosa, Per pietà deh ferma il piè! E cotanto frettolosa Non fuggir lungi da me.
O pur fuggi agli occhi miei In quel modo che ritrose Il soffiar de' venticei Talor fuggono le rose;
Che piegandosi da un lato L'urto sembrano schivarne, Ma di poi col capo alzato Vanno i baci ad incontrarne.
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