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1754–1828

XLVIII. ELEGIA SECONDA.

Vincenzo Monti

O dolci amiche di segreto speco, Chi fia di voi che voli, aure pietose, Fuor di quest'antro tenebroso e cieco? Chi fia di voi che sopra ali gelose

Porti all'orecchio del bell'idol mio La voce che su i labbri Amor mi pose? Qualunque sei che al grato officio e pio, Cortese auretta, il vol sciogliere or devi

E girtene là dove ir non poss'io; Pria di spiccar da questo orror le lievi Rapide piume, deh! che sian ben tutte De' miei caldi sospir focose e grevi.

Deh! che sul dorso d'Appennin le brutte Non ti riscontrin d'aquilone e noto Perigliose a mirarsi orride lutte. Deh! che smarrita per sentier remoto

Mai non t'assorba, aerea pellegrina, Qualche caverna di dirupo ignoto. Non accostarti troppo alla marina, Ove sovente delle vaghe aurette

Fanno i nembi crudei strage e rapina. Tienti alle basse amene collinette, Contenta di libar sol le fragranti Cime de' fiori e delle molli erbette.

E finchè a quella, a cui t'invìo, davanti Tu non sia giunta, non fermai giammai Le invisibili al guardo ale volanti. Tu certo non ancor conoscerai

L'almo sembiante del mio ben; ma molto Per rintracciarlo da vagar non hai. Ove l'aria è più pura, ove più folto È il suol di rose in solitaria parte,

Ivi è la luce del gentil suo volto. Ma pria, nunzia fedel, di palesarte, Guarda ben se opportuno è il tempo, il loco; Guarda che alcun non venga ad ascoltarte.

Tenera madre, in fanciullesco gioco S'ella trastulla il pargoletto figlio, E or ride or finge corrucciarsi un poco, Poscia ai begli occhi e al labbricciuol vermiglio

Con mille baci gli s'avventa e il sugge; Di restartene indietro io ti consiglio. Ma se soletta alla fresca ombra fugge De' taciti boschetti, ed al cocente

Leon s'invola che in ciel arde e rugge, Tu non smarrirti allor; ma dolcemente Tra ramo e ramo sussurrando, e a lei Ventilando la chioma leggiermente,

Dille donde ne vieni e chi tu sei E chi ti manda; e poscia ad uno ad uno Deponle tutti al piede i sospir miei. Se Amor gli assiste, se di tanti alcuno

Le passa all'alma, se non have il core Pur di tutta pietà vôto e digiuno; Vedrai coprirsi di gentil pallore Le rubiconde guance, e al suol chinarsi

Lo sguardo di sua doglia accusatore. Forse ancor que' leggiadri occhi bagnarsi Vedrai di pianto, e udrai dell'infelice I gemiti pietosi al ciel levarsi.

Oh piacciati, mia fida ambasciatrice, Parte recarmi delle sue querele, Nè d'altro ritornarmi apportatrice; Se agli amanti non sei sorda e crudele.

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