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1754–1828

XII. POEMETTO ANACREONTICO.

Vincenzo Monti

Un industre acheo pittore A ragion dipinse Amore Non già inerme fanciulletto Pauroso semplicetto,

Ma coll'ale e coll'incarco Di turcasso strali ed arco; Armi acute rilucenti, Armi tutte onnipossenti,

E ministre di trofei Sopra gli uomini e gli dèi. Quindi ei vago e stilibondo Di dar cruccio a tutto il mondo,

Cieco dio di voglie instabili, Batte i vanni infaticabili; E qua e là saetta e punge Quanti cor per via raggiunge;

Ed allor che il pensi meno Ei t'arriva e t'apre il seno. Ma non serba quel tiranno La misura in far del danno.

Prima sparge l'infedele Su le piaghe un po' di mèle; Poi dà mano ad un vasetto Pien di tôsco maledetto

Che per nostra disventura Porta appeso alla cintura, E lo stilla notte e dì Sopra i cuori che ferì.

Ah crudele ingiusto nume! S'hai sì barbaro costume, E chi mai ti chiamerà Un'amabil deità?

Ma tre volte avventurato, Se a gustar m'avessi dato Senza fiel senza amarezze Le soavi tue dolcezze!

Ma più ratto d'un momento Nacque e sparve il mio contento. Una ninfa eridanina Di sembianza pellegrina,

Che palesa quanto belle Sian del Po le pastorelle; Una ninfa dolce dolce Ch'ogni cuor rapisce e molce;

Con un ciglio che può fare Tigri ed orsi innamorare, Ciglio nero rubatore, Mi legò mi tolse il cuore:

Ed a pena la guardai Che mi piacque, ch'io l'amai; Anzi parve ch'io l'amassi Prima ancor che la guardassi.

Mentre io fiso la mirava; Ovunqu'ella indirizzava Delle luci il bel sereno, Ivi i fiori all'erbe in seno

Rugiadoso il capo alzavano E più vaghi diventavano, Desíosi d'essere tocchi Dal chiaror di quei begli occhi.

L'aere istesso a lei d'intorno Scintillar vedeasi, adorno Di faville tremolanti Che spargea da' bei sembianti

Questa cara benedetta Vezzosissima angioletta. E frattanto i venticelli Correan giù dagli arbuscelli

A lambirle lievemente Or la bocca sorridente Or le guance porporine Or le trecce del bel crine,

Ben mostrando ai molli fiati D'esser tutti innamorati Di quel vago e gentil viso Che fea in terra un paradiso.

A tal vista, oh come mai Sospirando anch'io bramai Di cangiarmi in qualche auretta Per volare su la vetta

Di quei labbri, ivi accogliendo Tutta l'alma, e confondendo Co' suoi placidi respiri Il calor de' miei sospiri!

Ma, quand'ella in dolci guise Riguardommi e poi sorrise, A quel guardo, a quel sorriso Ch'anche un serpe avría conquiso,

I nervetti più sottili E le fibre più gentili Con tremor soave e caro Per le membra s'agitaro.

A quell'impeto, a quel moto, Poi che insolito ed ignoto Fino all'alma penetrò, Ogni forza mi mancò;

E su i piedi vacillando E tremando e palpitando Di morire io mi credetti Nel pugnar di tanti affetti.

Cento volte io volli dirle, — Bella, io t'amo: — e poi scoprirle La mia lingua in van tentò Il desío che m'infiammò;

Chè la voce in su l'uscita Cento volte impaurita Palesarsi non ardì E sul labbro mi morì,

O cangiossi in un sospiro Testimon del mio martiro. Alfin senza nulla dire, Pien di tema e insiem d'ardire,

Al mio ben m'avvicinai, E al suo fianco mi posai. Ci guardammo: e in que' dolcissimi Cari sguardi languidissimi

Col silenzio mille cose Disser l'anime amorose. Mentre muto io non sapea Aprir labbro e mi credea

D'aver tronca la favella, — Perchè tanto, alfin diss'ella, Tu mi guardi, e il core in petto Ti sospira, o giovinetto? —

— Bella ninfa, io rispondei, Anch'io forse ti vedrei Sospirar, se un sol momento Tu provassi quel ch'io sento. —

Ella rise, e si compiacque D'ascoltar ch'io l'amo, e tacque: Poi mi diede un porporino Ben tessuto fiorellino,

Ch'io baciai di amor ripieno Mille volte o poco meno: E la man che mel donò Sul mio petto l'adattò,

Ove ascoso il porto ancora Per portarlo infin ch'io mora. Volli anch'io di fede in pegno Del mio amor lasciarle un segno;

Ed in cambio di quel fiore Le donai, non mica il core, Chè due volte non potea Darlo a lei che già il tenea,

Ma un bel nastro variato Di colore delicato; E la sorte oh quanto mai Del mio nastro invidiai!

Quando il prese e poi legollo Al ritondo eburneo collo. Crudo Amore, Amor ingrato; Ahi! che troppo fortunato

In quel punto io ti parea, Se una mano ingiusta e rea Non spargeva i tuoi tormenti Sul più bel de' miei contenti.

Oh contenti, oh rimembranze, Oh dilette mie speranze! V'ho perdute, e non son morto D'amarezza e di sconforto?

Giacchè sparso d'orror fosco Tutto intorno tace il bosco, E la mesta aura romita Solo a piangere n'invita;

Occhi miei, che far volete Se qui dunque non piangete? L'idol mio non è più mio, Chè un rival me lo rapìo.

Solitudini secrete, Selve tetre ed inamene, Qual ristoro mi darete Senza il volto del mio bene?

Voi che siete e che son io Senza il caro idolo mio? Ah, se mai tra queste spesse Piante amiche il piè volgesse

L'indiscreto invidioso Turbator del mio riposo; Già non chieggo che a' miei prieghi La vostr'ombra a lui si nieghi,

Che per lui tra sassi l'onda Roco e mesto il suon diffonda, O che il vento e gli antri bui Sian funesti ai sonni sui;

Chieggo solo che a lui stesso Qualche tronco di cipresso Dica il pianto che distilla L'una e l'altra mia pupilla,

Dica il duol che si fa gioco Del mio core, e a poco a poco Dai tormenti indebolita Fa mancarmi in sen la vita;

Come soffio di leggiero Venticello passeggiero, Che calando dalle cupe Grotte alpestri d'una rupe

In suon basso e moribondo Fra la tenebra notturna Va a disperdersi nel fondo D'una valle taciturna.

Ma che giovan le querele, Se l'affanno mio crudele Diventò lo schermo acerbo Del nemico mio superbo?

Che non fece e non tentò, E qual'arte risparmiò Quel rival, per tôrmi, oh Dio!, La mia speme e l'amor mio?

Ei garzon di bell'aspetto (E lo dico a mio dispetto); C'ha due rose su le guance, E negli occhi tien due lance

Onde far strage e ruina D'ogni bella madamina; C'ha le ciocche dei capelli Ben disposte in torti anelli,

Ove Amor con reti e piaghe Guasta il cor di tante vaghe; Che sul labbro ha sempre i favi D'eloquenza i più soavi,

Mescolati alle natìe Veneziane furberìe; Egli vide (oh giorno, oh vista Per me sempre amara e trista!)

Della ninfa il bel sembiante, E restonne anch'egli amante; E giurò due volte o tre Pe' suoi ricci e pel tupè

Di voler senza dimore Conquistarsi ancor quel core. Colla brama e col talento D'adempire il giuramento

Alzò al ciel devoto i lumi Invocando tutti i numi; Ma le preci rivolgea Sopra tutto a Citeréa

E al suo figlio che difende Degli amanti le vicende. Quindi all'uno e all'altra insieme, Coraggioso e pien di speme,

Già fatt'emulo e seguace Di quel chiaro inglese audace Che con forbici improvvise Di Belinda il crin recise,

Di Belinda il crin che poi Pianser tanto i Silfi suoi; Nella stanza ai riti eletta Della lucida toletta,

Fra manteche fra pastiglie E d'aranci e di giunchiglie, Fra tinture fra vasetti Specchi polveri e fiocchetti,

Sopra un terso tavolino Tosto innalza un altarino Fabbricato di amorosi Sei romanzi spiritosi

Fertilissimi di strane Novellette oltramontane; Poi su questi riverente Pone un guanto gentilmente

Un ventaglio due merletti E due fini manichetti E altri arnesi guadagnati Negli amor dei tempi andati.

Ben disposte queste cose, Con tre lettere amorose L'ara accende; e pien d'affetto Dal profondo del suo petto

Esalando con tre fiati Tre sospiri appassionati, Cresce il foco; che bel bello Tutto investe l'altarello.

Poscia, umìle inginocchiandosi E le mani incrocicchiandosi, Formò questi preghi ardenti: — O delizia de' viventi,

Dea gentil che accende i petti De' leggiadri giovinetti, E maestra ognor di vari Tradimenti necessari

Assottigli il capo infido De' seguaci di Cupido; E tu vago garzoncello, Della madre non men bello,

Che ti pasci di spergiuri E di fervidi scongiuri, Ingannando le ritrose Donzellette timorose;

Se il mio volto ha mai saputo Per vostr'opra e vostro aiuto Cento donne innamorare; Se mai feci spasimare

Di furor di gelosia La sconvolta fantasia Dei mariti vigilanti, Che stan sempre palpitanti

Sul periglio delle spose Troppo amabili e vezzose; Se volubile e incostante Sempre fui di tutte amante,

E adorai la deità Della bella infedeltà; Se per vostro onor pugnai, E pugnando trionfai;

Chieggo e prego a voi rivolto Che aumentar non mi sia tolto Coll'acquisto di costei Lo splendor de' miei trofei. —

Così disse: e Amor l'udia Della madre in compagnia, E ridendo gli accordò La preghiera; e poi spruzzò

Su la fronte e su le gote Del devoto sacerdote Una scelta quintessenza Di bei vezzi e di avvenenza;

E dettògli indi un cortese Complimento alla francese, Con cui lieto alfin dovea Presentarsi alla sua dea.

Di quest'armi egli si valse, E con queste alfin l'assalse. Ella intanto a'suoi lamenti Sciolse il labbro in questi accenti:

— Dolci aurette che spirate, Deh temprate Il mio duol l'affanno mio; Chè così non posso, oh dio!,

Questa vita sostener. — Alle note sue dogliose Per pietà l'eco rispose; E l'aurette sussurranti

S'agitaro a lei davanti Per temprarle gli affannosi Crudi ardori tormentosi. Ella intanto i suoi lamenti

Rinnovò con questi accenti: — Non so dir se pena sia Quel ch'io provo, o sia contento: Ma se pena è quel ch'io sento,

Oh che amabile penar! È un penar che mi consola, Che m'invola ogn'altro affetto, Che mi desta un nuovo in petto

Ma soave palpitar. — In tal guisa ella cantò, E qui tacque e sospirò. E il garzon che vinto avea,

Ringraziando Citeréa, — Altro, disse, or più non voglio: — E lo disse con orgoglio. Crudelissima Amarille,

Tu le chete ore tranquille De' miei giorni intorbidasti, Poi nel pianto mi lasciasti; Tu non pensi ai mali miei,

E pietosa più non sei: Ma io non posso abbandonarti Benchè ingrata; e voglio amarti Finch'io vivo; e t'amerò

Quando morto ancor sarò.

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