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1754–1828

XCII. PER IL CONGRESSO D'UDINE.

Vincenzo Monti

Agita in riva dell'Isonzo il Fato, Italia, le tue sorti; e taciturna Su te l'Europa il suo pensier raccoglie. Stannosi a fronte, e il brando insanguinato

Ferocemente stendono su l'urna Lamagna e Francia con opposte voglie; Ch'una a morte ti toglie, E dárlati crudel l'altra procura.

Tu muta siedi; ad ogni scossa i rai Tremando abbassi; e nella tua paura Se ceppi attendi o libertà non sai. Oh più vil che infelice! oh de' tuoi servi

Serva derisa! Sì dimesso il volto Non porteresti e i piè dal ferro attriti, Se dal natío valor prostrati i nervi Superba ignavia non t'avesse e il molto

Fornicar co' tiranni e co' leviti. Onorati mariti, Che a Caton preponesti a Bruto a Scipio! Leggiadro cambio, accorto senno in vero!

Colei che l'universo ebbe mancipio, Or salmeggia; e una mitra è il suo cimiero. Di quei prodi le sante ombre frattanto Romor fanno e lamenti entro le tombe,

Che avaro piè sacerdotal calpesta; E al sonito dell'armi, al fiero canto De' Franchi mirmidòni e delle trombe, Sussurrando vendetta alzan la testa.

E voi l'avrete, e presta, Magnanim'ombre. L'itala fortuna Egra è sì, ma non spenta. Empio sovrasta Il Fato, e danni e tradimenti aduna:

Ma contra il Fato è Bonaparte; e basta. Prometeo nuovo ei venne, e nell'altera Giovinetta virago cisalpina L'etereo fuoco infuse anzi il suo spirto.

Ed ella già calata ha la visiera; E il ferro trae, gittando la vagina, Desíosa di lauro e non di mirto. Bieco la guata ed irto

Più d'un nemico; ma costei nol cura. Lasciate di sua morte, o re, la speme: Disperata virtù la fa secura, Nè vincer puossi chi morir non teme.

Se vero io parlo, Crémera vel dica, E di Coclite il ponte, e quel di Serse, E i trecento con Pluto a cenar spinti. E noi lombardi petti, e noi nutrica

Il valor che alle donne etrusche e perse Plorar fe l'ombre de' mariti estinti. Morti sì; ma non vinti, Ma liberi cadremo, e armati, e tutti:

Arme arme fremeran le sepolte ossa, Arme i figli le spose i monti i flutti: E voi cadrete, o troni, a quella scossa. Cadrete: ed alzerà natura alfine

Quel dolce grido che nel cor si sente, Tutti abbracciando con amplesso eguale: E ragion su le vostre alte ruine Pianterà colla destra onnipossente

L'immobil suo triangolo immortale. Ira e fiamma non vale Incontro a lui di fulmini terreni, E forza in van lo crolla ed impostura:

Dio fra tuoni tranquillo e fra baleni Tienvi sopra il suo dito e l'assecura. Tu, magnanimo eroe, che su l'Isonzo, Men di te stesso che di noi pensoso,

Dei re combatti il perfido desío; Tu, che se tuona di Gradivo il bronzo, Fra le stragi e le morti polveroso Mostri in fragile salma il cor d'un dio;

All'ostinato e rio Tedesco or di', che sul Tesin lasciata Hai la donna dell'Alpi ancor fanciulla, Ma ch'ella in mezzo alle battaglie è nata

E che novello Alcide è nella culla. Molti per via le fan villano oltraggio, Ricchi infingardi, astuti cherci, ed altra Gente di voglie temerarie e prave.

Ella passa e non guarda; ed in suo saggio Pensier racchiusa non fa motto; e scaltra Scuote intanto i suoi mali, e nulla pave. Così lion, cui grave

Su la giubba il notturno vapor cada, Se sorride il mattin su l'orizzonte, Tutta scuote d'un crollo la rugiada, E terror delle selve alza la fronte.

Canzon, l'italo onor dal sonno è desto: Però dalla rampogna Che mosse il tuo parlar, prendi vergogna. Ma se quei vili che son forti in soglio

T'accusano d'orgoglio, Rispondi: — Italia sul Tesin v'aspetta A provarne la spada e la vendetta. —

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