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1754–1828

PROSOPOPEA DI PERICLE

Vincenzo Monti

Io de' forti Cecropidi nell'inclita famiglia d'Atene un dì non ultimo splendor e maraviglia,

a riveder io Pericle ritorno il ciel latino, trionfator de' barbari, del tempo e del destino.

In grembo al suol di Catilo (funesta rimembranza!) mi seppellì del Vandalo la rabbia e l'ignoranza.

Ne ricercaro i posteri gelosi il loco e l'orme, e il fato incerto piansero di mie perdute forme.

Roma di me sollecita sen dolse, e a' figli sui narrò l'infando eccidio ove ravvolto io fui.

Carca d'alto rammarico sen dolse l'infelice del marmo freddo e ruvido bell'arte animatrice;

e d'Adriano e Cassio, sparsa le belle chiome, fra gl'insepolti ruderi m'andò chiamando a nome.

Ma invan; ché occulto e memore del già sofferto scorno, temei novella ingiuria, ed ebbi orror del giorno.

Ed aspettai benefica etade in cui sicuro levar la fronte, e l'etere fruir tranquillo e puro.

Al mio desir propizia l'età bramata uscìo, e tu sul sacro Tevere la conducesti, o Pio.

Per lei già l'altre caddero men luminose e conte, perché di Pio non ebbero l'augusto nome in fronte.

Per lei di greco artefice le belle opre felici van del furor de' secoli e dell'obblio vittrici.

Vedi dal suolo emergere ancor parlanti e vive di Periandro e Antistene le sculte forme argive.

Da rotte glebe incognite qua mira uscir Biante, ed ostentar l'intrepido disprezzator sembiante:

là sollevarsi d'Eschine la testa ardita e balda, che col rival Demostene alla tenzon si scalda.

Forse restar doveami fra tanti io sol celato, e miglior tempo attendere dall'ordine del Fato?

Io, che d'età sì fulgida più ch'altri assai son degno? io della man di Fidia lavoro e dell'ingegno?

Qui la fedele Aspasia consorte a me diletta, donna del cor di Pericle, al fianco suo m'aspetta.

Fra mille volti argolici dimessa ella qui siede, e par che afflitta lagnisi, che il volto mio non vede.

Ma ben vedrallo: immemore non son del prisco ardore: Amor lo desta, e serbalo dopo la tomba Amore.

Dunque a colei ritornano i Fati ad accoppiarmi, per cui di Samo e Carnia ruppi l'orgoglio e l'armi?

Dunque spiranti e lucide mi scorgerò dintorno di tanti eroi le immagini che furo Elleni un giorno?

Tardi nepoti e secoli, che dopo Pio verrete, quando lo sguardo attonito indietro volgerete,

oh come fia che ignobile allor vi sembri e mesta la bella età di Pericle al paragon di questa!

Eppur d'Atene i portici, i templi e l'ardue mura non mai più belli apparvero che quando io l'ebbi in cura.

Per me nitenti e morbidi sotto la man de' fabri volto e vigor prendevano i massi informi e scabri.

Ubbidiente e docile il bronzo ricevea i capei crespi e tremoli di qualche ninfa o dea.

Al cenno mio le parie montagne i fianchi apriro, e dalle rotte viscere le gran colonne usciro.

Si lamentaro i tessali alpestri gioghi anch'essi impoveriti e vedovi di pini e di cipressi.

Il fragor dell'incudini, de' carri il cigolio, de' marmi offesi il gemere per tutto allor s'udio.

Il cielo arrise: Industria corse le vie d'Atene, e n'ebbe Sparta invidia dalle propinque arene.

Ma che giovò? Dimentici della mia patria i Numi, di Roma alfin prescelsero gli altari ed i costumi.

Grecia fu vinta, e videsi di Grecia la ruina render superba e splendida la povertà latina.

Pianser deserte e squallide allor le spiagge achive, e le bell'Arti corsero del Tebro su le rive.

Qui poser franche e libere il fuggitivo piede, e accolte si compiacquero della cangiata sede.

Ed or fastose obbliano l'onta del goto orrore, or che il gran Pio le vendica del vilipeso onore.

Vivi, o signor. Tardissimo al mondo il Ciel ti furi, e coll'amor de' popoli il viver tuo misuri.

Spirto profan, dell'Erebo all'ombre avvezzo io sono; ma i voti miei non temono la luce del tuo trono.

Anche del greco Elisio nel disprezzato regno v'è qualche illustre spirito, che d'adorarti è degno.

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