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1754–1828

LXXII. A QUIRINO.

Vincenzo Monti

Padre Quirino, io so che a Maro e a Flacco Diè l'invidia talor guerra e martello: Io so che Mevio fu molesto a quello, Pantilio a questo; e fu villano attacco.

Ma dinne: avean coloro il cor vigliacco Come i vigliacchi che a me dan rovello? Venían di trivio anch'essi e di bordello, Briachi di livor più che di Bacco?

Squadrali tutti ad uno ad uno; e vedi Ch'ei sono infami non aventi il prezzo Neppur del fango che mi lorda i piedi. Come abbian carca l'anima di lezzo

Brami, o padre, saper? Storia mi chiedi Che risveglia, per dio, sdegno e ribrezzo. Questi che salta in mezzo, Picciol di mole e di livor gigante,

Di menzogne gran fabro e petulante Celebrato furfante, Cui del ventre la fame i versi inspira, Onde son nomi di vergogna e d'ira

Azzodìno e Saìra; Questi ier l'altro mi baciava in viso. Non istupir: quel ladro circonciso Per cui fu Cristo occiso

Gli fu maestro ed impiccossi al fico. L'altro a cui fanno le parole intrico Sovra il labbro impudico, Di Pilato è il cantor mimico e sordo,

Fra i giumenti d'Arcadia il più balordo. Di cicaleggi ingordo Gli vien di costa il trombettier di Pindo, L'universale adulator Florindo.

Buffon canuto e lindo Che mai vivo non fosti, io non m'abbasso A ragionar di te, ma rido e passo. O di nequizie ammasso,

Che tolto dianzi avresti il manto a Rocco, Vissuto di limosina e di stocco, Insaziato pitocco, Strazio d'orecchi, ciurmador convulso,

Sempre fabbro di motti e sempre insulso, Che al male oprar l'impulso Fin dagli stessi beneficii hai preso; Dunque tu pur m'affronti, e l'arco hai teso

Nell'arena disceso? Dimenticasti presto, Iro novello, Lo sdrucito calzar l'unto mantello Onde ti fea sì bello

Di vecchi cenci il venditor Giudeo. Cangiasti i panni, e non cangiasti il reo Sentimento plebeo; E poichè l'epa empiesti insino al gozzo,

La man mordesti che ti porse il tozzo. Or tu mi dài di cozzo, Nè rammenti il passato. Esser sofferto Ruffian potevi, e detrattor diserto

D'ogni più saldo merto, E proco de' Batilli, e sgherro, e tutto; Ma non ingrato. Or va'; lungi ti butto, Vaso d'ira e di lutto:

Tu chiudi feccia impura troppo e torba, E mandi un puzzo che le nari ammorba. Vuoi tu, Quirin, ch'io forba La cute agli altri? Un vende a tutte voglie

Della figlia la carne e della moglie. Veste un altro le spoglie Di Levi, agnello in volto ed in cor lupo; E la contrada semina di strupo.

Da toscano dirupo Qual venne, e scrigni e d fracassa; Qual è brigante, truffator, bardassa. Ed altri l'estro ingrassa

Nelle taverne, e di Lièo si spruzza, E con Ascanio s'imbriaca e puzza. Altri è rasa cocuzza In vil cappuccio avvolta, e si dimena

Di serafico brodo unta e ripiena. D'Aliberti la scena Sporca tal altro con nefande rime, Poltron censore ed animal sublime.

Dove voi lascio, o prime Bestie di Pindo, che v'avete eletto Fra stalle e mondezzai raminghe il tetto? O ben degno ricetto,

U' fan eco al grugnir vostro infinito De' cavalli le zampe ed il nitrito! E tu pur mostra a dito N'andresti, o chierca scappucciata, o sue

Pria d'Agostino ed or di Pietro bue. Ma su le colpe tue Tacciasi: intera ti darò la mancia Se alla cicala tenterai la pancia.

Dopo costor poi ciancia Il mietitor di barbe il calzolaio Il merciaio il beccaio il salumaio; E mi stracciano il saio

Indegnamente: ed io le spalle gobbe Feci finora, e più soffrii che Giobbe. Or mia ragion conobbe Esser pur tempo di spiegar l'artiglio.

Dammi, padre Quirin, dammi consiglio. Ammorza l'ire, o figlio. Morde e giova l'Invidia: e non isfronda Il suo soffrir l'allor, ma lo feconda.

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