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1754–1828

LXIX. PER NOZZE ILLUSTRI.

Vincenzo Monti

Su l'odorato talamo Ch'or la tua mano infiora, Odi, o figliuol di Venere, Odi il mio canto ancora.

È ver che, punta l'anima D'acerbe cure ingrate, Versi d'amor mal tentano Le corde abbandonate;

Che in queste soglie, ov'arbitro Solo il piacer s'aggira, Di vate melanconico Muta esser dee la lira:

Pur s'io qua vengo, indebito Non vengo; e dea mi move, Che più mi val d'Apolline, Che più mi val di Giove.

Tacciasi il nome, e chiudalo Fedel rispetto in core: Il volgo non intendemi: Ma tu m'intendi, Amore.

Dunque sul casto talamo Ch'or la tua mano infiora, Odi, o figliuol di Venere, Odi il mio canto ancora.

Son più soavi e amabili Certo le tue catene, Se ad infiorar le vengono Le rose d'Ippocrene.

Rammenta, o nume, i cantici Che per tua man guidate Sciolser le Muse, e pronube Premean le coltri aurate;

Quando il figliuol d'Agenore Vergin vezzosa e bella Strinse in divin connubio La bionda tua sorella:

E tu godevi il candido Cinto snodar frattanto, E sorridendo tergere Alla ritrosa il pianto.

Deh vieni, Amor. Licoride Non è men bella, il sai: Men dolci al cor non passano Di sue pupille i rai.

O il piè danzando movasi, Il piè che l'aure imita, O sulle corde musiche Scorron le rosee dita;

Mille sospir si svegliano, E vedi allor conquiso Il cor negli occhi ascendere E favellar sul viso.

Ed altre sponde, o barbaro, Beltà sì rara avranno? E noi dovrem qui piangere De' tuoi decreti il danno?

Forse un bel cor qui máncati, Che per sì caro oggetto Ha caldo ancor di palpiti E di sospiri il petto?

Tra i figli ancor di Romolo Forse virtù non vive? Forse men bello è il Tevere Delle sebezie rive?

Stolto fanciul fantastico, Nume tiranno, ingrato! Che dissi? O dio! perdonami L'accento sconsigliato.

Sì spesso astretto a gemere De' torti tuoi son io, Che trasformata in biasimo La pronta lode uscìo.

Oh! da colei che spinsemi Devoto a farti omaggio, Oh! per pietà non sappiasi L'involontario oltraggio.

Se chiederà qual ebbero Suoi cenni adempimento, Qual per la sua Licoride Spiegai l'ascrèo concento;

Dille che troppo è debole Per sì leggiadro segno Una dolente cetera Un travagliato ingegno.

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