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1754–1828

LVII. PENSIERI D'AMORE.

Vincenzo Monti

Tutto pêre quaggiù. Divora il tempo L'opre i pensieri. Colà dove immenso Gli astri dan suono, e qui dov'io m'assido E coll'aura che passa mi lamento,

Del nulla tornerà l'ombra e il silenzio. Ma non l'intera eternità potría Spegner la fiamma, che non polsi e vene, Ma la sostanza spirital n'accese;

Fiamma immortal, perchè immortal lo spirto Entro cui vive e di cui vive e cresce. Quest'occhi adunque chiuderà di morte Il ferreo sonno, nè potrà quel sonno

Lo sguardo estinguer che dagli occhi uscìo. Cesserà il cuor di palpitarmi in petto, E il frale che mi cinge andrà nel turbo Della materia universal confuso;

Ma incorruttibil dal corporeo fango, Come raggio dall'onda, emergeranne L'amoroso pensier, che tante in seno Faville mi destò tanti sospiri.

Poichè dunque n'avrà pietoso il fato Della spoglia terrena ambo già sciolti, E d'altre forme andrem vestiti in altro Men scellerato e più leggiadro mondo,

Noi rivedremci, o mio perduto bene; E sarà nosco amor. Noi de' sofferti Oltraggi allor vendicheremo amore; Nè d'uomo tirannìa nè di fortuna

Franger potranne o indebolir quel nodo Che le nostre congiunse alme fedeli. Perchè dunque a venir lenta è cotanto, Quando è principio del gioir, la morte?

Perchè sì rado la chiamata ascolta Degl'infelici e la sua man disdegna Troncar le vite d'amarezza asperse?

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