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1754–1828

LVII. PENSIERI D'AMORE.

Vincenzo Monti

Limpido rivo, onde del patrio colle, Che dolce mormorando per la via Lo stanco ed arso passeggiero inviti; È gran tempo, lo sai, che su l'erbetta

Del tuo bel margo a riposar non vengo; E d'accanto ti passo frettoloso, Nè mi sovviene di pur darti un guardo. Scusa l'errore, amabil rio; perdona

L'involontaria scortesía. Se noto L'orror ti fosse del mio stato, e quali Ravvolgo in mente atri pensieri, e quanta Guerra nel petto, orrenda guerra, io porto;

Certo t'udrei su l'alta mia sventura Gemer pietoso e andar più roco al mare. Ma ben crudo se' tu, che i segni ancora Serbi di mia felicità perduta.

Perchè quei cespi alimentar, che spesso D'affanni scarco m'accoglieano in grembo, Quando il cor visse solitario, e tocco D'Amor la face non l'avea pur anco?

Perchè riveggio queste piante, e l'ombra Che i miei sonni coperse? E tu soave Aura d'april, perchè sì dolce intorno Batti le piume e mi carezzi il volto?

Fuggi, e le gote a lusingar ten vola Non bagnate di pianto. Ah fuggi! e queste Che mi rigan la guancia ultime stille Non asciugarmi, e in libertà le lascia

Cader nell'onda che mi scorre al piede.

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