Lo san Febo e le dive Delle castalie rive Quante volte giurai Di non amar più mai.
Ecco il mio giuramento Ir ludibrio del vento; Ecco in preda d'amore Un'altra volta il core.
Amo ed ardo per cosa Sì vaga e graziosa, Che vederla e trafitto Non sentirsi è delitto.
Io ritrarla vorrei In colori febei: Ma di Febo il colore Troppo langue, e minore
Del soggetto gentile Si smarrisce lo stile. Pur su l'aonie carte Adombreronne in parte
La sembianza divina. Non sdegnarti, e perdona, O beltà peregrina, Se di te parla e suona
Presontuosa e frale Una lingua mortale. Ma qual da' vanti tuoi Dirò prima e qual poi?
Di mie semplici rime Abbia il bel crin le prime. Ben fu maligno e stolto Chi de' neri men belli
Disse i biondi capelli. Solo all'adusto volto Dell'irte spose alpine Nero conviensi il crine,
O alla fronte di cruda Vergine americana Che cacciatrice ignuda Sul barbaro Parana
Coll'arco nelle selve Affatica le belve. Quanto al raggio diurno Cede l'orror notturno,
Tanto i neri men belli Son dei biondi capelli. Bionde del sol fiammeggiano E degli astri vaganti
Le chiome tremolanti: Bionde le trecce ondeggiano Sul collo dell'Aurora Di Citeréa di Flora:
Biondi i ricciuti crini Dei giocosi Amorini: E biondo più dell'oro Il crin del mio tesoro.
Bello quando è raccolto, Più bel quando è disciolto E scherza errante e lieve Su la fronte di neve;
Come striscia leggiera Di vapore, che a sera Va serpeggiando, e splende Davanti al sol cadente,
O su la faccia pende Della luna sorgente. Ardon dolci e tranquille Le cerulee pupille.
Oh pupille beate! Stolto è ben chi vi mira E d'amor non sospira. Benchè brune non siate,
Fra mille brune e mille Chi v'eguaglia, o pupille? Dal color non dipende Degli occhi la bellezza,
Ma sol dalla dolcezza Che da lor piove e scende. I lor fasti e le glorie Son dei cuor le vittorie,
Ed è il color migliore Quel che più parla al core. Quante pupille brune Passano disprezzate
Senza palme e fortune, Perchè mute insensate Non san piegarsi in giro Nè destare un sospiro?
Ma voi, pupille amabili, Pupille incomparabili, Se uno sguardo volgete, Già il cor rapito avete.
Un trionfo non tardo Non vi costa che un guardo, O cerulee tranquille Vincitrici pupille.
E son puri innocenti Questi sguardi possenti, Come innocente e pura È nella notte oscura
La modesta fiammella Di solitaria stella. Chi mirar mai puote Il valor d'un sorriso
Che ravviva le gote D'un delicato viso? Egli è d'amor foriero E interprete sincero;
Ei nell'alma raccende La languente speranza; Degli affanni sospende La cruda rimembranza,
E prepara la via Al ben che si desía. Caro labbro cortese Di colei che m'accese,
Tu rapisci e conquidi Quando parli e sorridi. La gioia allor germoglia Nell'alma innamorata;
Fuggesi allor la doglia Dal cuor, che si dilata Combattuto da dolce Palpito che lo molce,
Al respiro simìle D'un'auretta gentile Che sotto il capo vola D'una fresca viola.
Oh peregrin sorriso Degno di paradiso! Oh sorriso che al mare Potría l'onde placare,
E pel campo celeste Serenar le tempeste, E le globe ritrose Vestir d'erbe e di rose!
Ma di beltà mortale A che, Musa, si loda L'onor fugace e frale? Ne insuperbisca e goda
Chi poca in sen racchiude Ricchezza di virtude. So che immago è del core La forma esteriore:
Ma l'immago sovente È fallace o languente. Dunque di questa eletta Bellissima angioletta
Cantiam gli aurei costumi, Maraviglia de' numi. Santa Onestà; che, schiva Del fallir nostro immondo,
Sbandita e fuggitiva Passasti ai boschi in fondo Fra i giunchi e fra le canne Di palustri capanne
A governar gli amori D'innocenti pastori, E di là pur talora Furtive e mal sicure
Volgi le luci ancora Alle cittadi impure, Di rintracciar bramosa Qualch'alma avventurosa
Che fra pudichi affetti Nel suo seno t'accetti; Santa Onestà, trovasti Fra cittadine mura
L'alma bennata e pura, Che tanto ricercasti. Io parlo, o dea, tu il vedi, Del bell'idol mio:
E conosco ben io Che al suo fianco tu siedi Dolce maestra e madre Di virtudi leggiadre,
Che teco lo corteggiano, Ed in amor gareggiano. V'è quel sì raro al mondo Bel Pudor verecondo;
V'è l'Amistà soave Che tien del cor la chiave; V'è l'Umiltà che l'opre Esalta e i pregi altrui,
E non conosce o copre D'un vel modesto i sui. Dove te lascio, o saggio Difficile Contegno
Che d'amore il linguaggio Mal soffri e il prendi a sdegno, E l'anime innamori Cogli stessi rigori?
Crescono contrastate D'amor le fiamme, e mancano Per soverchia pietate: Presto l'alme si stancano
D'un posseduto bene Che non costa più pene. Dunque, o luci vezzose, Siate in amar ritrose.
Quante belle, che il core Non armâr di rigore, Finalmente schernite Disprezzate tradite
Piansero una dannosa Tenerezza pietosa! Pianse fra i traci orrori Le funeste faville
Dei mal concessi amori L'abbandonata Fille; E per egual cagione Empiè la selva idea
D'inutil pianto Enone. Ahi! questa si dovea Inumana mercede, Misere, a tanta fede?
Dunque, o luci vezzose, Siate in amor ritrose. Un amor senza stento Invita al tradimento:
E una rosa d'aprile Quattro volte odorata Perde il suo bello, e vile Se 'n muore al suol gittata.
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