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1754–1828

Libro ventesimoterzo

Vincenzo Monti

Mentre in Troia si piange, all'Ellesponto giungon gli Achivi, e spargesi ciascuno alla sua nave. Ma l'andar dispersi non permise il Pelìde ai bellicosi

suoi Mirmidóni, da cui cinto disse: Miei diletti compagni e cavalieri, non distacchiamo per ancor dai cocchi i corridori: procediam con questi

a piagnere Patròclo, a tributargli l'onor dovuto ai trapassati. E quando avrem del pianto al cor dato il diletto, sciolti i destrieri, appresterem le cene.

Disse, e tutti innalzâr ristretti insieme il fùnebre lamento, Achille il primo. Corser tre volte colle bighe intorno all'estinto ululando, e ne' lor petti

destò Teti di pianto alto desìo. Si bagnava di lagrime l'arena, di lagrime gli usberghi; cotant'era il desiderio dell'eroe perduto.

Ma fra tutti piagnea dirottamente Achille, e poste le omicide mani dell'amico sul cor, Salve, dicea, salve, caro Patròclo, anco sotterra.

Tutto io voglio compir che ti promisi. D'Ettore il corpo al tuo piè strascinato farò pasto de' cani, e alla tua pira dodici capi troncherò d'eletti

figli de' Teucri, di tua morte irato. Disse; ed opra crudel contra il divino Ettor volgendo in suo pensiero, il trasse per la polve boccon presso al ferètro

del figliuol di Menèzio: e gli altri intanto scinsero le corrusche armi, e staccati gli annitrenti corsier, folti sull'alta capitana d'Achille a lauto desco

s'assisero. Muggìan sotto la scure molti candidi buoi, molte belando cadean capre scannate e pecorelle, e molti di pinguedine fiorenti

cinghiai sannuti alle vulcanie vampe venìan distesi a brustolarsi. Il sangue scorrea dintorno al morto in larghi rivi. Al sommo Atride intanto i prenci achei

scortâr, vinto da' preghi, e per l'amico sempre d'ira infiammato il re Pelìde. Giunti i duci alla tenda, immantinente ai pronti araldi Agamennón comanda

che alle fiamme un gran tripode si metta, onde il Pelìde indur, se gli riesca, a lavarsi del sangue ogni sozzura. Recusollo il feroce, e fermamente

giurò: Non sia per Giove ottimo e sommo che lavacro mi tocchi anzi ch'io ponga l'amico mio sul rogo, e gli consacri sull'eretto sepolcro il crin reciso.

Ah! mai pari dolor, fin ch'io mi viva, in questo petto non cadrà, giammai. Nondimeno si segga all'abborrita mensa: ma tu, supremo Atride, imponi

alla tua gente che doman per tempo molta selva qua porti; e qual conviensi ad illustre defunto che nell'atra notte discende, le cataste appresti,

onde rapido il foco lo consumi, e tolto agli occhi il doloroso obbietto, tornin le schiere ai consueti offici. Obbedîr tutti al detto, e prontamente

poste le mense, a convivar si diero, e vivandò ciascuno a suo talento. Del cibarsi e del ber spenta la voglia, tutti sbandârsi alle lor tende, e al sonno

cesser le membra. Ma del mar sonante lungo il lido si stese in mezzo ai folti Tessali Achille su la nuda arena, di cui l'onda gli estremi orli lambìa.

Ivi stanco di gemiti e sospiri e della molta in perseguendo Ettorre sostenuta fatica, il dolce sonno alleggiator dell'aspre cure il prese,

soavemente circonfuso. Ed ecco comparirgli del misero Patròclo in vision lo spettro, a lui del tutto ne' begli occhi simìle e nella voce,

nella statura, nelle vesti, e tale sovra il capo gli stette, e così disse: Tu dormi, Achille, né di me più pensi. Vivo m'amasti, e morto m'abbandoni.

Deh tosto mi sotterra, onde mi sia dato nell'Orco penetrar. Respinto io ne son dalle vane ombre defunte, né meschiarmi con lor di là dal fiume

mi si concede. Vagabondo io quindi m'aggiro intorno alla magion di Pluto. Or deh porgi la man, ché teco io pianga anco una volta: perocché consunto

dalle fiamme del rogo a te dall'Orco non tornerò più mai. Più non potremo vivi entrambi, e lontan dagli altri amici seduti in dolci parlamenti aprire

i segreti del cor: ché preda io sono della Parca crudele a me nascente un dì sortita. E a te pur anco, Achille, a te che un Dio somigli, è destinato

il perir sotto le dardanie mura. Ben ti prego, o mio caro, e raccomando che tu non voglia, se mi sei cortese, dal tuo disgiunto il cener mio. Noi fummo

nella tua reggia allor nudriti insieme che Menèzio d'Opunte a Ftia menommi giovinetto quel dì che per la lite degli astragali irato e fuor di senno

d'Anfidamante a morte misi il figlio, mio malgrado. M'accolse il re Pelèo ne' suoi palagi umanamente, e posta nell'educarmi diligente cura,

mi nomò tuo donzello. Una sol'urna chiuda adunque le nostre ossa, quell'urna che d'ôr ti diè la tua madre divina. A che ne vieni, o anima diletta?

gli rispose il Pelìde; e a che m'ingiungi partitamente queste cose? Io tutto che comandi farò: ma deh t'appressa, ch'io t'abbracci, che stretti almen per poco

gustiam la trista voluttà del pianto. Così dicendo, coll'aperte braccia amoroso avventossi, e nulla strinse, ché stridendo calò l'ombra sotterra,

e svanì come fumo. In piè rizzossi sbalordito il Pelìde, e palma a palma battendo, in suono di lamento disse: Oh ciel! dell'Orco gli abitanti han dunque

spirito ed ombra, ma non corpo alcuno? Del misero Patròclo in questa notte sovra il capo mi stette il sospiroso spettro piangente, tutto desso al vivo,

e più cose m'ingiunse ad una ad una. Ridestâr delle lagrime la brama queste parole: raddoppiossi il lutto sul miserando corpo, e l'Alba intanto

col roseo dito l'Oriente aprìa. Da tutte parti allor fece l'Atride dalle trabacche uscir giumenti e turbe per lo trasporto del funereo bosco,

duce il valente Merïon, del prode Idomenèo scudier. Givan costoro di corde armati e di taglienti scuri co' giumenti dinanzi. E per distorti

aspri greppi montando e discendendo e rimontando, agli erti boschi alfine giunser dell'Ida che di fonti abbonda. Qui dier sùbita man con affilate

bipenni al taglio dell'aeree querce che strepitose al suol cadeano, e poscia legavansi spaccate in su la schiena de' giumenti, che ratte orme stampando

scendean bramosi d'arrivar pe' folti roveti alla pianura: e li seguièno carchi il dosso di ciocchi i tagliatori; ché tal di Merïon era il precetto.

Giunti sul lido, scaricâr le some, ne fêr catasta al luogo ove il Pelìde un tumulo sublime al morto amico ed a sé stesso disegnato avea.

E tutta apparecchiata in questa guisa l'immensa selva, riposâr seduti, nuovi cenni aspettando. Intanto Achille ai bellicosi Mirmidón comanda

di porsi in armi, ed aggiogar ciascuno alle bighe i destrier. Sursero quelli frettolosi e fur tutti in tutto punto. Montan su i cocchi aurighi e duci, e danno

alla pompa principio. Immenso un nembo di pedoni li segue, e a questi in mezzo di Pàtroclo procede il cataletto da' compagni portato, che sul morto

venìan gittando le recise chiome, di che tutto il coprìan. Di retro Achille colla man gli reggea la tremolante testa, e plorava sui funèbri onori

con che all'Orco spedìa l'illustre amico. Giunti al luogo lor detto, il mesto incarco deposero, e a ribocco intorno a quello adunâr pronti la funerea selva.

Recatosi in sé stesso, un altro avviso fece allora il Pelìde. Allontanossi dal rogo alquanto, e il biondo si recise, che allo Sperchio nudrìa, florido crine,

e al mar guardando con dolor, sì disse: Sperchio, invan ti promise il padre mio che tornando al natìo dolce terreno io t'avrei tronco la mia chioma, e offerto

una sacra ecatombe, ed immolato cinquanta agnelli accanto alla tua fonte ov'hai delubro, ed odorati altari. Del canuto Pelèo fu questo il voto:

tu nol compiesti. Poiché dunque or tolto n'è alla patria il ritorno, abbia il mio crine l'eroe Patròclo, e lo si porti seco. Così detto, alla man del caro amico

pose la chioma, e rinnovossi il pianto de' circostanti: e tra gli omei gli avrìa colti il cader della diurna luce, se non si fea davanti al grande Atride

il figlio di Pelèo con questi accenti: Agamennón, di lagrime potremo satollarci altra volta. Or tu, cui tutti obbediscon gli Achei, tu li congeda

da questa pira, e a ristorar li manda colla mensa le membra. Avrem del resto noi la cura, ché nostro innanzi a tutti dell'esequie è il pensiero, e rimarranno

nosco, a tal uopo di pietade, i duci. Udito questo, Agamennón disperse tosto le schiere per le tende, e soli vi restaro i deletti al ministero

dell'esequie e del rogo. Essi una pira cento piedi sublime in ogni lato innalzâr primamente, e sovra il sommo, d'angoscia oppressi, collocâr l'estinto;

poi davanti alla pira una gran torma scuoiâr di pingui agnelle e di giovenchi, e traendone l'adipe il Pelìde Coprìane il morto dalla fronte al piede,

e le scuoiate vittime dintorno gli accumolò. Da canto indi gli pose colle bocche sul fèretro inclinate due di miele e d'unguento urne ricolme.

Precipitoso ei poscia e sospiroso sulla pira gittò quattro corsieri d'alta cervice, e due smembrati cani di nove che del sir nudrìa la mensa.

Preso alfin da spietata ira, le gole di dodici segò prestanti figli de' magnanimi Teucri, e sulla pira scagliandoli, destò del fuoco in quella

l'invitto spirto struggitor, che il tutto divorasse, e chiamò con dolorosi gridi l'amico: Addio, Patròclo, addio ne' regni anche di Pluto. Ecco adempite

le mie promesse: dodici d'illustre sangue Troiani si consuman teco in queste fiamme, ed Ettore fia pasto delle fiamme non già, ma delle belve.

Queste minacce ei fea; ma gl'incitati mastin la salma non toccâr d'Ettorre, ché notte e dì sollecita la figlia di Giove Citerèa gli allontanava,

e il cadavere ugnea d'una celeste rosata essenza che impedìa del corpo strascinato l'offesa. Intanto Apollo sul campo indusse una cerulea nube

che tutto intorno ricoprìa lo spazio dal cadavere ingombro, onde alle membra e de' nervi al tessuto innocua fosse dell'igneo Sole la virtute attiva.

Ma del morto Patròclo il rogo ancora non avvampa. Allor prende altro consiglio il divo Achille. Trattosi in disparte, ai due venti Ponente e Tramontana

supplicando, solenni ostie promette, e in aurea coppa ad ambedue libando, di venirne li prega, e intorno al morto sì le fiamme animar, che in un momento

lo si struggano tutto, esso e la pira. Udito la veloce Iride il prego, ai venti lo recò, che accolti insieme nella reggia di Zefiro un festivo

tenean convito. S'arrestò la Diva su la marmorea soglia, e alla sua vista sursero tutti frettolosi: ognuno a sé chiamolla, ognun le offerse il seggio,

ma ricusollo la Taumanzia, e disse: Di seder non è tempo: alle correnti dell'Oceàno ritornar mi deggio nell'etìope terreno ove s'appresta

agl'Immortali un'ecatombe, e bramo ne' sacrifici aver mia parte io pure. Ma il Pelìde te, Borea, e te, sonoro Zefiro, prega di soffiar nel rogo

su cui giace di Pàtroclo la spoglia dagli Achei tutti deplorata, e molte vittime ei v'offre, se avvampar lo fate. Così detto, disparve; e quei levârsi

con immenso stridor, densate innanzi a sé le nubi. Si sfrenâr soffiando sulla marina, sollevaro i flutti, e di Troia arrivati alla pianura,

ruinâr su la pira; e strepitoso immane incendio sì destò. Dai forti soffii agitata divampò sublime tutta notte la fiamma, e tutta notte

il Pelìde da vasto aureo cratere il vino attinse con ritonda coppa, e spargendolo al suol devotamente, n'irrigava la terra, e l'infelice

ombra invocava dell'estinto amico. Come un padre talor piange bruciando l'ossa d'un figlio che morì già sposo, e morendo lasciò gli sventurati

suoi genitori di cordoglio oppressi; così dando alle fiamme il suo compagno, geme il Pelìde, e crebri alti sospiri traendo, intorno al rogo si strascina.

Come poi nunzio della luce al mondo Lucifero brillò, dopo cui stende sul pelago l'Aurora il croceo velo, morì la vampa sul consunto rogo,

e per lo tracio mar, che rabbuffato muggìa, tornaro alle lor case i venti. Stanco allora il Pelìde, e dalla pira scostatosi, sdraiossi, e dolce il sonno

l'occupò. Ma il tumulto e il calpestìo de' capitani, che all'Atride in folla si raccogliean, destollo; ei surse, e assiso così loro parlò: Supremo Atride,

e voi primati degli Achei, spegnete voi tutti or meco con purpureo vino di tutto il rogo in pria le brage, e poscia raccogliam di Patròclo attentamente

le sacrate ossa; e scernerle fia lieve, imperocché nel mezzo ei si giacea della catasta, e gli altri all'orlo estremo separati, fur arsi alla rinfusa

e uomini e cavalli. Indi d'opimo doppio zirbo ravvolte, in urna d'oro le riporremo, finché vegna il giorno ch'io pur di Pluto alla magion discenda.

Non vo' gli s'erga una superba tomba, ma modesta. Potrete ampia e sublime voi poscia alzarla, o duci achei, che vivi dopo me rimarrete a questa riva.

Del Pelìde al comando obbedïenti con larghi sprazzi di vermiglio bacco di tutto il rogo ei spensero alla prima le vive brage, e giù cadde profonda

la cenere. Adunâr quindi piangendo del mansueto eroe le candid'ossa; le composer nell'urna avvolte in doppio adipe, e dentro il padiglion deposte,

di sottil lino le coprîr. Ciò fatto, disegnâr presti in tondo il monumento, ne gittaro dintorno all'arsa pira i fondamenti, v'ammassâr di sopra

lo scavato terreno, e a fin condotta la tomba, si partìan. Ma li rattenne il Pelìde, e lì fatto in ampio agone il popolo seder, de' ludi i premii

fe' dai legni recar; tripodi e vasi e destrieri e giumenti e generosi tauri e captive di gentil cintiglio e forbite armature. E primamente

alla corsa de' cocchi il premio pose una leggiadra in bei lavori esperta donzella a chi primier tocca la meta, con un tripode a doppia ansa, e capace

di ventidue misure. Una giumenta che al sest'anno già venne, ancor non doma, e il sen già grave di bastarda prole al secondo. Un lebète intatto e bello

e di quattro misure al terzo auriga; al quarto un doppio aureo talento, e al quinto una coppa dal foco ancor non tocca. Surto in piedi allor disse: Atride, Argivi,

gioventù bellicosa, a voi dinanzi ecco i premii che attendono nel circo degli aurighi il valor. S'altra cagione questi ludi eccitasse, i primi onori

miei per certo sarìan, ché la prestezza de' miei destrieri non ha pari, e voi lo vi sapete: perocché son essi immortali, e donolli il re Nettunno

al mio padre Pelèo, che a me li cesse. Queto io dunque starommi, e queti insieme i miei cavalli. I miseri perduto hanno il lor forte condottiero e mite,

che lavarne solea le belle chiome alla chiara corrente, ed irrorarle di liquid'olio rilucente; ed ora piangonlo immoti, colle meste giubbe

al suol diffuse, e il cor di doglia oppresso. Chiunque degli Achei pertanto ha speme ne' cocchi e ne' destrier, si metta in punto. Ciò disse appena, che animosi e pronti

presentârsi gli aurighi: Eumelo il primo, regal germe d'Admeto, e delle bighe perito agitator. Mosse secondo il gagliardo Tidìde Dïomede

co' destrieri di Troe tolti ad Enea, cui da morte campò l'opra d'Apollo. Il biondo Menelao, sangue di Giove, levossi il terzo, e sotto al giogo addusse

due veloci cavalli, il suo Podargo, ed Eta, del fratello una puledra, dell'aringo bramosa a meraviglia. Donata al rege Agamennón l'avea

l'Anchisìade Echepòlo, onde francarsi dal seguitarlo a Troia, e neghittoso nell'opulenta Sicïon sua stanza rimanersi a fruir le concedute

dal saturnio Signor molte ricchezze. Del magnanimo Nèstore buon figlio Antìloco aggiogò quarto i criniti suoi cavalli di Pilo, ancor del cocchio

buoni al tiro. Si trasse il vecchio padre a lui già saggio per sé stesso, e un saggio utile avviso gli porgea dicendo: Antìloco, te amâr Giove e Nettunno

giovane ancora, e t'erudîr di tutta l'arte equestre: perciò poco fia l'uopo d'ammaestrarti, perocché sai destro girar la meta: ma son tardi al corso

i tuoi destrieri, e qualche danno io temo. Destrier più ratti han gli altri, ma non arte né scïenza maggior. Dunque, o mio caro, tutti richiama al cor gli accorgimenti,

se vuoi che il premio da tue man non fugga. L'arte più che la forza al fabbro è buona; coll'arte in mar da venti combattuto regge il piloto la sua presta nave,

e coll'arte il cocchier passa il cocchiero. Chi sol del cocchio e de' corsier si fida, qua e là s'aggira senza senno; incerti divagano i cavalli, ed ei non puote

più governarli. Ma l'esperto auriga, benché meno valenti i suoi sospinga, sempre ha l'occhio alla meta, e volta stretto, e sa come lentar, sa come a tempo

con fermi polsi rattener le briglie, ed osserva il rival che lo precede. Or la meta, perché tu senza errore la distingua, dirò. Sorge da terra

alto sei piedi un tronco di larìce o di quercia che sia, secco e da pioggia non putrefatto ancor. Stan quinci e quindi, dove sbocca la via, due bianche pietre

da cui si stende tutto piano in giro de' cavalli lo stadio. O che sepolcro questo si fosse d'un illustre estinto, o confin posto dalla prisca gente,

meta al corso lo fece oggi il Pelìde. Tu fa di rasentarla, e vi sospingi vicin vicino il cocchio e i corridori, alcun poco piegando alla sinistra

la persona, e flagella e incalza e sgrida il cavallo alla dritta, e gli abbandona tutta la briglia, e fa che l'altro intanto rada la meta sì che paia il mozzo

della ruota volubile toccarla; ma vedi, ve', che non la tocchi; infranto n'andrebbe il carro, offesi i corridori, e tu deriso e di disnor coperto.

Sii dunque saggio e cauto. Ove la meta trascorrer netto ti riesca, alcuno non fia che poi t'aggiunga o ti trapassi, no, s'anco a tergo ti venisse a volo

quel d'Adrasto corsier nato d'un Dio, il veloce Arïone, o quei famosi che qui Laomedonte un dì nudrìa. Divisate al figliuol distintamente

queste avvertenze, si raccolse il veglio nell'erboso suo seggio. Ultimo intanto con bella coppia di corsier superbi Merïon nella lizza era venuto.

Montati i carri, si gittâr le sorti. Agitolle il Pelìde, e uscì primiero Antìloco; indi Eumelo, indi l'Atride, fu quarto Merïon, quinto il fortissimo

Dïomede. Locârsi in ordinanza tutti, ed Achille mostrò lor lontana nel pian la meta a cui giudice avea posto del padre lo scudier Fenice

venerando vegliardo, onde notasse le corse attento, e riferisse il vero. Stavano tutti colle sferze alzate su gli ardenti destrieri, e dato il segno,

lentâr tutti le briglie, e co' flagelli e co' gridi animaro i generosi corsier che ratti si lanciâr nel campo, e dal lido spariro in un baleno.

Sorge sotto i lor petti alta la polve che di nugolo a guisa o di procella si condensa, ed al vento abbandonate svolazzano le giubbe. Or vedi i cocchi

rader bassi la terra, ed or sublimi balzarsi, né perciò perde mai piede degli aurighi veruno, e batte a tutti per desiderio della palma il core;

e in un nembo di polve ognun dà spirto a' suoi volanti alipedi. Varcata la meta, e preso il rimanente corso di ritorno alle mosse, allor rifulse

di ciascun la prodezza, allor si stese nello stadio ogni cocchio. Innanzi a tutti le puledre volavano veloci del Ferezìade Eumelo; e dopo queste,

ma di poco intervallo, i corridori di Troe, guidati dal Tidìde, e tanto imminenti che ognor parean sul carro montar d'Eumelo, a cui co' fiati ardenti

già scaldano le spalle, e già le toccano colle fervide teste. E oltrepassato forse l'avrebbe, o pareggiato almeno, se al figlio di Tidèo Febo la palma

invidiando, non gli fea sdegnoso balzar dal pugno la lucente sferza. Lagrime d'ira e di dolor le gote inondâr dell'eroe, vista d'Eumelo

lontanarsi più rapida la biga, e per difetto di flagel più lenta correr la sua. Ma Pallade d'Apollo scòrta la frode, e del Tidìde il danno

presta a lui corse, e alla sua man rimessa la sferza, aggiunse ai corridor la lena. Indi al figlio d'Admeto avvicinossi irata, e il giogo gli spezzò. Turbate

si sviar le cavalle, andò per terra il timon, riversossi il cavaliero presso alla ruota, e il cubito e la bocca lacerossi e le nari, e su le ciglia

n'ebbe pesta la fronte: le pupille s'empîr di pianto, s'arrestò la voce, e Dïomede il trapassò sferzando gli animosi destrier che innanzi a tutti

scappan di molto, perocché Minerva gli afforza, e vincitor vuole il Tidìde. Vien dopo questi Menelao cui preme di Nèstore il figliuol che confortando

i paterni destrier, grida: Correte, stendetevi prestissimi: non io già vi comando gareggiar con quelli del forte Dïomede, a' quai Minerva

diè l'ali al piede, e a lui la palma: solo raggiungete l'Atride, e non soffrite restando addietro, ch'Eta, una giumenta, vi sorpassi di corso e disonori.

Che lentezza s'è questa? ov'è l'antica vostra prestanza? Io lo vi giuro, e il giuro s'adempirà: se pigri un premio vile riporterem, negletti, anzi trafitti

da Nèstore sarete. Or via, volate, ch'io di astuzia giovandomi senz'erro trapasserò l'Atride nello stretto. Antìloco sì disse, e quei temendo

le sue minacce rinforzaro il corso; ed ecco dopo poco il passo angusto del concavo cammin. V'era una frana ove l'acqua invernal, raccolta in copia

dirotta avea la strada, e tutto intorno affondato il terren. Per quella parte si drizzava l'Atride, onde il concorso ischivar delle bighe. Ivi si spinse

Antìloco pur esso; e devïando dalla carriera un cotal poco, e forte flagellando i corsier, lo stringe, e tenta prevenirlo. Temettene l'Atride,

e gridò: Dove vai, pazzo? rattieni, Antìloco, i destrier: stretta è la via. Aspetta che s'allarghi, e trapassarmi potrai: qui entrambi romperemo i cocchi.

Antìloco non l'ode, e stimolando più veemente i corridor, s'avanza. Quanto è il tratto d'un disco da robusto giovin scagliato per provar sue forze,

tanto trascorse la nestòrea biga. Iscansossi l'Atride, e volontario i suoi destrieri rallentò, temendo che da quegli altri urtati in quello stretto

non gli versino il cocchio, e al suol stramazzino essi medesmi nel voler per troppo amor di lode accelerarsi. Intanto dietro al figlio di Nèstore l'Atride

gridar s'udiva: Antìloco, non avvi il più tristo di te: va pure: a torto noi saggio ti tenemmo: ma tu premio non toccherai, per dio! se pria non giuri.

Quindi animando i suoi corsier, dicea: Non v'impigrite, non mi state afflitti; pria di voi perderan quelli la lena, ch'ei son vecchi ambidue. — Così lor grida,

e docili i destrieri alla sua voce doppiaro il corso, e tosto li raggiunsero. Nel circo assisi intanto i prenci achei stavansi attenti ad osservar da lungi

i volanti cavalli che nel campo sollevavan la polve. Idomenèo re de' Cretesi gli avvisò primiero, che fuor del circo si sedea sublime

a una vedetta. E di lontano udita del primo auriga, che venìa, la voce, lo conobbe, e distinse il precorrente destrier che tutto sauro in fronte avea

bianca una macchia, tonda come luna. Rizzossi in piedi, e disse: O degli Achei prenci amici, m'inganno, o ravvisate quei cavalli voi pure? Altri mi sembrano

da quei di prima, ed altro il condottiero. Le puledre che dianzi eran davanti forse sofferto han qualche sconcio. Al certo girar primiere le vid'io la meta;

or come che pel campo il guardo io volga, più non le scorgo. O che scappâr di mano all'auriga le briglie, o ch'ei non seppe rattenerne la foga, e non fe' netto

il giro della meta. Ei forse quivi cadde, e infranse la biga, e le cavalle deviâr furiose. Or voi pur anco alzatevi e guardate: io non discerno

abbastanza; ma parmi esser quel primo l'ètolo prence argivo Dïomede. Che vai tu vaneggiando? aspro riprese Aiace d'Oïlèo. Quelle che miri

da lungi a noi volar son le puledre. Più non sei giovinetto, o Idomenèo: la vista hai corta, e ciance assai, né il farne molte t'è bello ov'altri è più prestante.

Quelle davanti son, qual pria, d'Eumelo le puledre, e ne regge esso le briglie. E a lui cruccioso de' Cretesi il sire: Malèdico rissoso, in questo solo

tra noi valente, ed ultimo nel resto, villano Aiace, deponiam su via un tripode o un lebète, e Agamennóne giudichi e dica che corsier sian primi,

e pagando il saprai. Sorgea parato a far risposta con acerbi detti lo stizzito Oïlìde, e la contesa crescea: ma grave la precise Achille:

Fine, o duci, a un ontoso ed indecoro parlar che in altri biasmereste. In pace sedetevi e guardate. I gareggianti corridori son presso, e voi ben tosto

chi sia primo saprete, e chi secondo. Fra questo dire, a furia ecco il Tidìde avanzarsi, e le groppe senza posa tempestar de' cavalli che sublimi

divorano la via. Schizzi di polve incessanti percuotono l'auriga. D'ôr raggiante e di stagno si rivolve dietro i ratti corsier sì lieve il cocchio

che appena vedi della ruota il solco nella sabbia sottil. Giunto alle mosse, fra le plaudenti turbe il vincitore fermossi. Un rivo di sudor dal collo

e dal petto scorrea degli anelanti corsieri, ed esso dal lucente carro leggier d'un salto al suol gittossi, e al giogo lo scudiscio appoggiò. Né stette a bada

Stènelo, il forte suo scudier, che pronto il tripode si tolse e la donzella premio del corso, e consegnato il tutto ai prodi amici, i corridor disciolse.

Secondo giunse Antìloco che avea non per rattezza di destrier precorso Menelao, ma per arte; e nondimeno questi a tergo gli è sì, che quasi il tocca.

Quanto si scosta dalla ruota il piede di corsier che pel campo alla distesa tragge sul cocchio il suo signor, lambendo co' crini estremi della coda il cerchio

del volubile giro che diviso da minimo intervallo ognor si volve dietro i rapidi passi; iva l'Atride sol di tanto discosto allor dal figlio

di Nèstore, quantunque egli da prima fosse rimasto un trar di disco indietro. Ma dell'agamennónia Eta fu tale la prestezza e il valor, che tosto il giunse.

E l'avrìa pure oltrepassato, e fatta non dubbia la vittoria, ove più lunga stata si fosse d'ambedue la corsa. Seguìa l'Atride Merïon, preclaro

scudier d'Idomenèo, distante il tiro d'una lancia, perché belli, ma pigri i corridori egli ebbe, e perché desso era il men destro nel guidar la biga.

Ultimo ne venìa d'Admeto il figlio, a stento il cocchio traendo, e dinanzi cacciandosi i destrieri. Lo compianse, come lo vide, Achille, e circondato

dagli Achei, profferì queste parole: Ultimo giunge il più valente. Or via, diamgli il premio secondo; egli n'è degno. Ma il primo al figlio di Tidèo si resti.

Lodâr tutti il decreto, e fra gli applausi degli Achei sull'istante egli donata la giumenta gli avrìa, se posta in campo la sua ragione Antìloco al Pelìde

non si volgea dicendo: Achille, io teco mi corruccio davver, se il tuo disegno metti ad effetto. Perché un Dio gli offese i cavalli ed il cocchio, e non gli valse

la sua prodezza, mi vorrai tu dunque il mio premio rapir? Ché non pors'egli prima ai numi i suoi voti? Ei non sarìa ultimo giunto nell'illustre aringo.

Che se di lui pietà ti move, e questo al cor t'è grato, nella tenda hai molte d'auro e bronzo conserve, hai molto gregge, hai fanciulle e cavalli. E tu il presenta

di queste cose, e sian maggiori ancora, ma in altro tempo, o se il vuoi, pure adesso, onde ten vegna degli Achei la lode. Ma questa io non vo' darla, e dovrà meco

sperimentarsi ogni uom che la pretenda. Delle franche d'Antìloco parole compiaciuto, sorrise il divo Achille, cui caro amico egli era; e gli rispose:

Antìloco, tu vuoi che s'abbia Eumelo di ciò che in serbo io tengo, altro presente; e l'avrà. Gli darò d'Asteropèo la di bronzo lorica, a cui dintorno

scorre un bell'orlo di fulgente stagno; lavoro di gran pregio. — E così detto, al suo fedele Automedonte impose di recar dalla tenda la lorica.

Volò quegli, e recolla al suo signore che in man la pose dell'allegro Eumelo. Contro Antìloco allor surse il cor pieno di doglia e d'ira Menelao. L'araldo

misegli tosto nelle man lo scettro, e silenzio intimò. Quindi l'eroe così a dir prese: O tu, che per l'innanzi grido avevi di saggio, che facesti?

Disonestasti, o Antìloco, la mia gloria, e cacciati per inganno avanti li tuoi corsieri assai da meno, i miei sconciamente offendesti. Or voi qui fate,

prenci achivi, ragione ad ambedue senza rispetti; ch'io non vo' che poi dica qualcuno degli Achei: l'Atride colle menzogne Antìloco aggravando

via la giumenta si menò, vincendo di cavalli non già, ma di possanza e di forza. Ma che? Senza paura di biasmo io stesso finirò la lite,

e fia retto il giudizio. Orsù, t'accosta prode alunno di Giove, e giusta il rito statti innanzi alla biga, e d'una mano impugnando la sferza agitatrice,

e sì coll'altra i corridor toccando, giura a Nettunno non aver volente né con frode impedito il cocchio mio. Re Menelao, mi compatisci, accorto

l'altro rispose: giovinetto ancora son io: tu d'anni e di virtù mi vinci, e dell'etade giovanil ben sai i difetti: cuor caldo e poco senno.

Siimi dunque benigno. Ecco a te cedo l'ottenuta giumenta; e s'altro brami del mio, darollo di cuor pronto, e tosto, anzi che l'amor tuo per sempre, o prence,

perdere e farmi ai sommi iddii spergiuro. Sì dicendo, di Nèstore il buon figlio la giumenta condusse, ed alle mani la ponea dell'Atride a cui di gioia

intenerissi il cor. Siccome quando su i sitibondi culti la rugiada spargesi e avviva le crescenti spighe: a te del pari, o Menelao, nel petto

si sparse la letizia, e dolcemente gli rispondesti: Antìloco, a te cedo, deposta l'ira, io stesso. Unqua non fosti né leggier né bizzarro. Oggi fu vinto

da sconsigliata giovinezza il senno. Ma il ben guardarsi dagl'inganni è bello co' maggiori. Nessun m'avrìa placato sì facilmente degli Achei: ma molto

coll'egregio tuo padre e col fratello per mia cagion tu soffri, e molto sudi; perciò m'arrendo al tuo pregare, e questa, ch'è mia, ti dono, a fin che ognun si vegga

che né fier né superbo ho il cor nel petto. Diè, ciò detto, d'Antìloco al compagno Noemón la giumenta, indi si tolse il fulgido lebète; e Merïone,

che quarto giunse, i due talenti d'oro. Restava il quinto guiderdon, la coppa. La prese Achille, e traversando il pieno circo, accostossi al buon Nestorre, e lieto

presentolla all'eroe con questi accenti: Tieni, illustre vegliardo, e questo dono ricordanza ti sia delle funèbri pompe del nostro Pàtroclo, cui, lasso!

non rivedrem più mai. Questo vogl'io che gratuito sia, poiché del cesto, e dell'arco il certame e della lotta, e del corso pedestre a te si vieta

dalla triste vecchiezza che ti grava. Tacque, e la coppa fra le man gli mise. Lieto il veglio accettolla, e sì rispose: Ben parli, o figlio: le mie forze tutte

sono inferme, o mio caro: il piè va lento: dispossato mi pende dalle spalle l'un braccio e l'altro. Oh! giovine foss'io e intero di vigor siccome il giorno

che in Buprasio gli Epèi diero al sepolcro il rege Amarincèo, proposti i ludi dai regali suoi figli! Ivi nessuno né degli Epèi né de' medesmi Pilii

pari mi stette di valor, né manco de' magnanimi Etòli. Io vinsi al cesto il figliuolo d'Enòpe Clitomède, Alcèo Pleuronio nella lotta a cui

m'avea sfidato: superai nel corso l'agile Ifìclo, e nel vibrar dell'asta Polidoro e Filèo. Soli all'equestre lizza innanzi m'andâr d'Attore i figli,

che due contr'un gelosi invidiârmi una vittoria d'infinito prezzo. Indivisi gemelli, uno reggeva sempre sempre i destrier, l'altro di sferza

li percotea. Tal fui già tempo: or lascio siffatte imprese ai giovinetti, e forza m'è l'obbedire alla feral vecchiezza. Ma tra gli eroi fui chiaro anch'io. Tu segui

del morto amico ad onorar la tomba co' fùnebri certami. Il tuo bel dono m'è caro, e il prendo. Mi gioisce il core al veder che di me, che t'amo, ognora

sei memore, e sai quale al mio canuto crine si debba dagli Achivi onore: di ciò ti dien gli Dei larga mercede. Tutta udita di Nèstore la lode,

entrò il Pelìde nella calca, e il duro pugilato propose. Addur si fece ed annodar nel circo una gagliarda infaticabil mula, a cui già il sesto

anno fiorìa, non doma, ed a domarsi malagevole: premio al vincitore. Pel vinto pose una ritonda coppa. Indi surse, e parlava: Atridi, Achei,

ecco i premii alli due che valorosi vorranno al cesto perigliarsi. Quegli, cui doni amico la vittoria il figlio di Latona, e l'affermino gli Achei,

s'abbia la mula, e il perditor la coppa. Disse, e un uom si levò forte, membruto, pugilatore assai perito, Epèo, di Panope figliuol. Stese alla mula

costui la mano, e favellò: S'accosti chi vuol la coppa, ché la mula è mia. Niun degli Achivi vincerammi, io spero, nel certame del cesto, in che mi vanto

prestantissimo. E che? forse non basta che agli altri io ceda in battagliar? Non puote a verun patto un solo esser di tutte arti maestro. Io vel dichiaro, e il fatto

proverà ciò che dico: al mio rivale spezzerò il corpo e l'ossa. Abbia vicino molti assistenti a trasportarlo pronti fuor della lizza da mie forze domo.

Tacque, e tutti ammutiro. Eravi un figlio del Taleònio Mecistèo, di quello che un dì nell'alta Tebe ai sepolcrali ludi venuto del defunto Edippo,

tutti vinse i Cadmei. Costui di nome Eurialo, e guerrier di divo aspetto, fu il solo che s'alzò. Molto dintorno gli si adoprava il grande Dïomede,

e co' detti il pungea, lui desiando vincitore. Egli stesso al fianco il cinto gli avvinse, e il guanto gli fornì di duro cuoio, già spoglia di selvaggio bue.

Come in punto si fûro, ambi nel mezzo presentârsi gli atleti, e sollevate l'un contra l'altro le robuste pugna, si mischiâr fieramente. Odesi orrendo

sotto i colpi il crosciar delle mascelle, e da tutte le membra il sudor piove. Il terribile Epèo con improvvisa furia si scaglia all'avversario, e mentre

questi bada a mirar dove ferire, Epèo la guancia gli tempesta in guisa, che il meschin più non regge, e balenando con tutto il corpo si rovescia in terra.

Qual di Borea al soffiar l'onda sul lido gitta il pesce talvolta, e lo risorbe; tale l'invitto Epèo stese al terreno il suo rivale, e tosto generosa

la man gli porse, e il rialzò. Pietosi accorsero del vinto i fidi amici che fuor del circo lo menâr gittante atro sangue, e i ginocchi egri traente

col capo spenzolato, ed in disparte condottolo, il posâr de' sensi uscito: ed altri intorno gli restaro, ed altri a tor ne giro la ritonda coppa.

Tronco ogn'indugio, Achille il terzo giuoco propose, il giuoco della dura lotta, e de' premii fe' mostra; al vincitore un tripode da fuoco, e a cui di dodici

tauri il valore dagli Achei si dava, ed al perdente una leggiadra ancella quattro tauri estimata, e che di molti bei lavori donneschi era perita.

Rizzossi Achille, e a quegli eroi rivolto, Sorga, disse, chi vuole in questo ludo del suo valor far prova. Immantinente surse l'immane Telamònio Aiace,

e il saggio mastro delle frodi Ulisse. Nel mezzo della lizza entrambi accinti presentârsi, e stringendosi a vicenda colle man forti s'afferrâr, siccome

due travi che valente architettore congegna insieme a sostener d'eccelso edificio il colmigno, agli urti invitto degli aquiloni. Allo stirar de' validi

polsi intrecciati scricchiolar si sentono le spalle, il sudor gronda, e spessi appaiono pe' larghi dossi e per le coste i lividi rosseggianti di sangue. Ambi del tripode

a tutta prova la conquista agognano, ma né Ulisse può mai l'altro dismuovere e atterrarlo, né il puote il Telamònio, ché del rivale la gran forza il vieta.

Gli Achei noiando omai la zuffa, Aiace all'emolo guerrier fe' questo invito: Nobile figlio di Laerte, in alto sollevami, o sollevo io te: del resto

abbia Giove la cura. E così detto, l'abbranca, e l'alza. Ma di sue malizie memore Ulisse col tallon gli sferra, al ginocchio di retro ove si piega,

tale un sùbito colpo, che le forze scioglie ad Aiace, e resupino il gitta con Ulisse sul petto. Alto levossi de' riguardanti stupefatti il grido.

Tentò secondo il sofferente Ulisse alzar da terra l'avversario, e alquanto lo mosse ei sì, ma non alzollo. Intanto l'altro gl'impaccia le ginocchia in guisa

che sossopra ambedue si riversaro e lordârsi di polve. E già risurti sarìano al terzo paragon venuti, se il figlio di Pelèo levato in piedi

non l'impedìa, dicendo: Oltre non vada la tenzon, né vi state, o valorosi, a consumar le forze. Ambo vinceste, e v'avrete egual premio. Itene, e resti

agli altri Achivi libero l'aringo. Obbedîr quegli al detto, e dalle membra tersa la polve, ripigliâr le vesti. Pose, ciò fatto, i premii alla pedestre

corsa: al primo un cratere ampio d'argento, messo a rilievi; contenea sei metri, né al mondo si vedea vaso più bello. Era d'industri artefici sidonii

ammirando lavoro, e per l'azzurre onde ai porti di Lenno trasportato l'avean fenicii mercatanti, e in dono cesso a Toante. A Pàtroclo poi diello

il Giasònide Eunèo, prezzo del figlio di Prìamo Licaone: ed or l'espose premio il Pelìde al vincitor del corso in onor dell'amico. Un grande e pingue

tauro al secondo; all'ultimo d'ôr mette mezzo talento, e ritto alza la voce: Sorga chi al premio delle corse aspira. E sursero di sùbito il veloce

Aiace d'Oïlèo, lo scaltro Ulisse, e il Nestòride Antìloco, il più ratto de' giovinetti achei. Posti in diritta riga alle mosse, additò lor la meta

il Pelìde, e diè il segno. In un baleno s'avventâr dalla sbarra, e innanzi a tutti l'Oïlìde spiccossi: Ulisse a lui vicino si spingea quanto di snella

tessitrice al sen candido la spola, quando presta dall'una all'altra mano la gitta, e svolge per la trama il filo, e sull'opra gentil pende col petto:

così l'incalza Ulisse, e col seguace piè ne preme i vestigi anzi che s'alzi il polverìo dintorno; e sì correndo gli manda il fiato nella nuca. Un grido

sorge di plauso d'ogni parte, e tutti gli fan cuore alla palma a cui sospira. Eran del corso ormai presso alla fine, quando a Minerva l'Itaco dal core

mandò questa preghiera: Odimi, o Dea, e soccorri al mio piè. — La Dea l'intese, gli fe' lievi le membra, i piè, le braccia; e come fur per avventarsi entrambi

ad un tempo sul premio, l'Oïlìde da Minerva sospinto sdrucciolò in lubrico terren sparso del fimo de' buoi mugghianti dal Pelìde uccisi

di Pàtroclo alla pira. Ivi il caduto nari e bocca insozzossi. Il precorrente divo Ulisse il cratere ampio si prese, e l'Oïlìde il bue. Della selvaggia

fera il corno impugnò l'eroe doglioso, la lordura sputando, e fra la turba ruppe in questo lamento: Empio destino! Per certo i piedi mi rubò la Dea

che da gran tempo va d'Ulisse al fianco, e qual madre sel guarda. — Accompagnaro tutti il suo cruccio con un dolce riso. Ultimo giunto Antìloco si tolse

l'ultimo premio, e sorridendo disse: Amici, i numi, lo vedete, onorano i provetti mortali. Aiace innanzi mi va di poca etade: Ulisse al tempo

de' nostri padri è nato, e nondimeno egli è rubizzo e verde, e nullo al corso superarlo potrìa, tranne il Pelìde. Questo sol disse: e l'esaltato Achille

così rispose: Antìloco, non fia detta invan la tua lode. Eccoti d'oro altro mezzo talento. — E sì dicendo gliel porse, e quegli giubilando il prese.

Dopo ciò, fe' recarsi, e nell'arena depose Achille una lunghissim'asta, uno scudo ed un elmo, armi rapite già da Patròclo a Sarpedonte; e ritto

nel mezzo degli Achei, Vogliamo, ei disse, che per l'esposto guiderdone armati due guerrier de' più forti con acuto tagliente acciar davanti all'adunanza

combattano. Chi pria punga la pelle dell'avversario e, rotte l'armi, il sangue ne tragga, avrassi questo brando in dono di tracia lama, e bello e tempestato

d'argentei chiovi. Di quest'arme io stesso Asteropèo spogliai. L'altre saranno premio comune. Ai combattenti io poscia nelle tende farò lauto banchetto.

Surse subitamente al fiero invito lo smisurato Telamònio Aiace, surse del par l'invitto Dïomede, e armatisi in disparte ambo nel campo

pronti alla pugna s'avanzâr gli eroi con terribili sguardi. Alto stupore tutti occupava i circostanti Achei. L'uno all'altro appressati a fiero assalto

si disserrâr tre volte, e tre alla vita impetuosi s'investîr. Primiero Aiace traforò di Dïomede il rotondo brocchier, ma non la pelle

dall'usbergo difesa. Indi il Tidìde sopra la penna dello scudo all'altro spinse rapido l'asta, e nella strozza gliel'appuntò. D'Aiace al fier periglio

spaventarsi gli Achivi, e della pugna gridâr la fine, e premio egual. Ma il brando col bel cinto l'eroe diello al Tidìde. Grezzo, qual già dalla fornace uscìo,

un gran disco il Pelìde allor nel mezzo collocò. Lo solea l'immensa forza scagliar d'Eezïone; a costui morte diè poscia il divo Achille, e nelle navi

con altre spoglie si portò quel peso. Ritto alzossi, e gridò: Sorga chi brama così bel premio meritarsi. In questo il vincitor s'avrà per cinque interi

giri di Sole di che all'uopo tutto provveder de' suoi campi anche remoti: né suoi bifolchi né pastori andranno per bisogno di ferro alla cittade,

ché questo ne darà quanto è mestiero. Levossi il bellicoso Polipete; levossi Leontèo, forza divina; levossi Aiace Telamònio, e seco

il muscoloso Epèo. Locârsi in fila, e primo Epèo scagliò l'orbe rotato, ma sì mal destro, che ne rise ognuno. Il rampollo di Marte Leontèo

fu secondo a lanciar: terzo il gran figlio di Telamone, che con man robusta ogni segno passò: quarto alla fine con fermo polso Polipete il disco

afferrò. Quanto lungi un pastorello gitta il vincastro che rotato in alto vola sopra l'armento; andò di tanto fuor del circo il suo tiro. Applause tutto

il consesso: affollârsi i fidi amici del forte Polipete, e alla sua nave portâr del disco la pesante massa. Invitò quindi i saettieri, e in mezzo

dieci bipenni espose e dieci accette; e piantato lontano nell'arena un albero navale, avvinse a questo con sottil fune al piede una colomba,

segno alle frecce. Le bipenni prenda chi l'augel coglie, e le si porti. Quello che il fallisca, e a toccar vada la fune, essendo inferior, s'abbia l'accette.

Ciò detto appena, presentossi il forte re Teucro, e Merïon d'Idomenèo prode sergente, e in un sonoro elmetto agitate le sorti, uscì primiero

Teucro, e tosto lo stral tirò di forza. Ma perché non avea votata a Febo di primo–nati agnelli un'ecatombe, sfallì l'augello (ché tal lode il Dio

gl'invidïò); sol colse al piè la fune che legato il tenea. Tagliolla il dardo; libera la colomba a volo alzossi per lo cielo, e fuggì; cadde la fune,

e di plausi sonar s'udìa l'arena. Ratto allora di mano a Teucro tolse Merïon l'arco, e ben presa la mira colla cocca sul nervo, al saettante

nume promise un'ecatombe; e in alto adocchiata la timida colomba che in vario giro s'avvolgea, la colse sotto l'ala. Passolla il dardo acuto,

e ricadde, e s'infisse alto nel suolo di Merïone al piè. Ma la ferita colomba si posò sovra l'antenna, stese il collo, abbassò l'ali diffuse,

e dal corpo volata la veloce alma, dal tronco piombò. Stupefatte guardavano le turbe. Allor si tolse le scuri Merïon, Teucro l'accette.

Produsse Achille all'ultimo nel mezzo una lunga lunga asta, ed un lebète non violato dalle fiamme ancora, del valore d'un tauro, e sculto a fiori,

premio alla prova delle lance. Alzossi l'ampio–regnante Atride Agamennóne e il compagno fedel del re cretese Merïon. Ma levatosi il Pelìde,

trasse innanzi, e parlò: Figlio d'Atrèo, sappiam noi tutti come tutti avanzi e nel vibrar dell'asta e nella possa. Prenditi dunque questo premio, e il manda

alla tua nave. A Merïon daremo, se il consenti, la lancia; ed io ten prego. Acconsentì l'Atride. A Merïone diede Achille la lancia, ed all'araldo

d'Agamennón lo splendido lebète.

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