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1754–1828

Libro ventesimoprimo

Vincenzo Monti

Ma divenuti i Teucri alle bell'onde del vorticoso Xanto, ameno fiume generato da Giove, ivi il Pelìde intercise i fuggenti; e parte al muro

per lo piano ne incalza ove testeso davan le spalle al furibondo Ettorre scompigliati gli Achei (per l'orme istesse or dispersi si versano i Troiani,

e a tardarne il fuggir densa una nebbia Giuno intorno spandea), parte negli alti gorghi si getta dell'argenteo fiume con tumulto. La rotta onda rimbomba,

ne gemono le ripe, e quei mettendo cupi ululati, nuotano dispersi come il rapido vortice li gira. Qual cacciate dall'impeto del fuoco

alzan repente le locuste il volo sul margo del ruscello: arde veloce l'inopinata fiamma, e quelle in fretta spaventate si gettano nel rio:

tal dinanzi al Pelìde la sonante corsìa del Xanto riempìasi tutta di guerrieri e cavalli alla rinfusa. Su la sponda del fiume allor poggiata

alle mirìci la pelìaca antenna, strinse l'eroe la spada, e dentro il flutto come demòn lanciossi, rivolgendo opre orrende nel cor. Menava a cerchio

il terribile acciar; s'udìa lugùbre dei trafitti il lamento, e tinta in rosso l'onda correa. Qual fugge innanzi al vasto delfin la torma del minuto pesce,

che di tranquillo porto si ripara nei recessi atterrito, ed ei n'ingoia quanti ne giunge: paurosi i Teucri così ne' greti s'ascondean del fiume.

Poiché stanca d'ucciderli il Pelìde sentì la destra, dodici ne prese vivi e di scelta gioventù, che il fio dovean pagargli dell'estinto amico.

Stupidi per terror come cervetti fuor degli antri ei li tira, e co' politi cuoi di che strette avean le gonne, a tutti dietro annoda le mani, e a' suoi compagni

onde trarli alle navi li commette. Vago ei poscia di stragi in mezzo all'acque diessi di nuovo impetuoso, e il figlio del dardànide Prìamo Licaone

gli occorse in quella che fuggìa dal fiume. Ne' paterni poderi un'altra volta, venutovi notturno, egli l'avea sorpreso e seco a viva forza addutto

mentre inaccorto con tagliente accetta i nuovi rami recidendo stava di selvatico fico, onde foggiarne di bel carro il contorno: all'improvvista

gli fu sopra in quell'opra il divo Achille, che trattolo alle navi in Lenno il cesse per prezzo al figlio di Giasone Eunèo. Ospite poi d'Eunèo con molti doni

ne fe' riscatto l'imbrio Eezïone, che in Arisba il mandò. Di là fuggito nascostamente, alle paterne case avea fatto ritorno, e già la luce

undecima splendea, che con gli amici si ricreava di servaggio uscito; quando di nuovo il dodicesmo giorno un Dio nemico tra le mani il pose

del terribile Achille, onde inviarlo suo malgrado alle porte atre di Pluto. Riguardollo il Pelìde; e siccom'era nudo la fronte (ché celata e scudo

e lancia e tutto avea gittato oppresso dalla fatica nel fuggir dal fiume, e vacillava di stanchezza il piede), lo riconobbe, e irato in suo cor disse:

Quale agli occhi mi vien strano portento? Che sì che i Teucri dal mio ferro ancisi tornan dall'ombre di Cocito al giorno! Come vivo costui? come, venduto

già tempo in Lenno, del frapposto mare poté l'onda passar che a tutti è freno? Or ben, dell'asta mia gusti la punta. Vedrem s'ei torna di là pure, ovvero

se l'alma terra che ritien costretti anche i più forti, riterrà costui. Queste cose ei discorre in suo segreto senza far passo. Sbigottito intanto

Licaon s'avvicina desïoso d'abbracciargli i ginocchi, e al nero artiglio della Parca involarsi. Alza il Pelìde la lunga lancia per ferir; ma quello

gli si fa sotto a tutto corso, e chino atterrasi al suo piè. Divincolando l'asta sul capo gli trapassa, e in terra sitibonda di sangue si conficca.

Supplichevole allor coll'una mano le ginocchia gli stringe il meschinello, coll'altra gli rattien l'asta confitta, né l'abbandona, e tuttavia pregando,

Deh ferma, ei grida: umilemente io tocco le tue ginocchia, Achille: ah mi rispetta; miserere di me: pensa che sacro tuo supplice son io, pensa, o divino

germe di Giove, che nudrito fui del tuo pane quel dì che nel paterno poder tua preda mi facesti, e tratto lungi dal padre e dagli amici in Lenno,

di cento buoi ti valsi il prezzo, ed ora tre volte tanti io ti varrò redento. È questa a me la dodicesma aurora che dopo molti affanni in Ilio giunsi,

ed ecco che crudel fato mi mette in tuo poter: ciò chiaro assai mi mostra che in odio a Giove io sono. Ahi! che a ben corta vita la madre a partorir mi venne,

la madre Laotòe d'Alte figliuola, di quell'Alte che vecchio ai bellicosi Lèlegi impera, e tien suo seggio al fiume Satnioente nell'eccelsa Pèdaso.

Di questo ebbe la figlia il re troiano fra le molte sue spose, e due nascemmo di lei, serbati a insanguinarti il ferro. E l'un tra i fanti della prima fronte

già domasti coll'asta, il generoso mio fratel Polidoro, ed or me pure ria sorte attende; ché non io già spero, poiché nemico mi vi spinse un Dio,

le tue mani sfuggir. E nondimeno nuovo un prego ti porgo, e tu del core la via gli schiudi. Non volermi, Achille, trucidar: d'uno stesso alvo io non nacqui

con Ettor che t'ha morto il caro amico. Così pregava umìl di Prìamo il figlio; ma dispietata la risposta intese. Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.

Pria che Patròclo il dì fatal compiesse, erami dolce il perdonar de' Teucri alla vita, e di vivi assai ne presi, ed assai ne vendetti: ora di quanti

fia che ne mandi alle mie mani Iddio, nessun da morte scamperà, nessuno de' Teucri, e meno del tuo padre i figli. Muori dunque tu pur. Perché sì piangi?

Morì Patròclo che miglior ben era. E me bello qual vedi e valoroso e di gran padre nato e di una Diva, me pur la morte ad ogni istante aspetta,

e di lancia o di strale un qualcheduno anche ad Achille rapirà la vita. Sentì mancarsi le ginocchia e il core a quel dir l'infelice, e abbandonata

l'asta, accosciossi coll'aperte braccia. Strinse Achille la spada, e alla giuntura lo percosse del collo. Addentro tutto gli si nascose l'affilato acciaro,

e boccon egli cadde in sul terreno steso in lago di sangue. Allor d'un piede presolo Achille, lo gittò nell'onda, e con acerbo insulto, Or qui ti giaci,

disse, tra' pesci che di tua ferita il negro sangue lambiran securi. Né te la madre sul funereo letto piangerà, ma del mar nell'ampio seno

ti trarrà lo Scamandro impetuoso, e là qualcuno del guizzante armento ti salterà dintorno, e sotto l'atre crespe dell'onda l'adipose polpe

di Licaon si roderà. Possiate così tutti perir finché del sacro Ilio sia nostra la città, voi sempre fuggendo, e io sempre colle stragi al tergo.

Né gioveranvi i vortici di questo argenteo fiume a cui di molti tori fate sovente sacrificio, e vivi gettar solete i corridor nell'onda.

Né per questo sarà che non vi tocchi di rio fato perir, finché la morte di Pàtroclo sia sconta e in un la strage che, me lontano, degli Achei faceste.

Dagl'imi gorghi udì Xanto d'Achille le superbe parole, e d'alto sdegno fremendo, divisava in suo pensiero come alla furia dell'eroe por modo,

e de' Teucri impedir l'ultimo danno. Intanto il figlio di Pelèo brandita a nuove stragi la gran lancia, assalse Asteropèo, figliuol di Pelegone,

di Pelegon cui l'Assio ampio–corrente generò Dio commisto a Peribèa, d'Acessamèno la maggior fanciulla. A costui si fe' sopra il grande Achille,

e quei del fiume uscendo ad incontrarlo con due lance ne venne. Animo e forza gli avea messo nel cor lo Xanto irato pe' tanti in mezzo alle sue limpid'onde

giovani prodi dal Pelìde uccisi spietatamente. Avvicinati entrambi, disse Achille primiero: Chi se' tu ch'osi farmiti incontro, e di che gente?

Chi m'attenta è figliuol d'un infelice. E a lui di Pelegon l'inclita prole: Magnanimo Pelìde, a che mi chiedi del mio lignaggio? Dai remoti campi

della Peonia qua ne venni (è questo già l'undecimo sole), e alla battaglia guido i Peonii dalle lunghe picche. Del nostro sangue è autor l'Assio di larga

bellissima corrente, e genitore del bellicoso Pelegon. Di questo io nacqui, e basta. Or mano all'armi, o prode. All'altere minacce alto solleva

il divo Achille la pelìaca trave. Fassi avanti del par con due gran teli l'ambidestro campione Asteropèo. Coglie col primo l'inimico scudo,

ma nol giunge a forar, ché l'aurea squama lo vieta, opra d'un Dio: sfiora coll'altro il destro braccio dell'eroe, di nero sangue lo sprizza, e dopo lui si figge

di maggior piaga desioso in terra. Fe' secondo volar contro il nemico la sua lancia il Pelìde, intento tutto a trapassargli il cor, ma colse in fallo:

colse la ripa, e mezzo infitto in quella il gran fusto restò. Dal fianco allora trasse Achille la spada, e furibondo assalse Asteropèo che invan dall'alta

sponda si studia di sferrar d'Achille il frassino: tre volte egli lo scosse colla robusta mano, e lui tre volte la forza abbandonò. Mentre s'accinge

ad incurvarlo colla quarta prova e spezzarlo, d'Achille il folgorante brando il prevenne arrecator di morte. Lo percosse nell'epa all'ombelico;

n'andâr per terra gl'intestini; in negra caligine ravvolti ei chiuse i lumi, e spirò. L'uccisor gli calca il petto, lo dispoglia dell'armi, e sì l'insulta:

Statti così, meschino, e benché nato d'un fiume, impara che il cozzar co' figli del saturnio signor t'è dura impresa. Tu dell'Assio che larghe ha le correnti

ti lodavi rampollo, ed io di Giove sangue mi vanto, e generommi il prode Eàcide Pelèo che i numerosi Mirmidóni corregge, e discendea

Eaco da Giove. Or quanto è questo Dio maggior de' fiumi che nel vasto grembo devolvonsi del mar, tanto sua stirpe la stirpe avanza che da lor procede.

Eccoti innanzi un alto fiume, il Xanto; di' che ti porga, se lo puote, aita. Ma che puot'egli contra Giove a cui né il regale Achelòo né la gran possa

del profondo Oceàno si pareggia? E l'Oceàn che a tutti e fiumi e mari e fonti e laghi è genitor, pur egli della folgore trema, e dell'orrendo

fragor che mette del gran Giove il tuono. Sì dicendo, divelse dalla ripa la ferrea lancia, e su la sabbia steso l'esanime lasciò. Bruna il bagnava

la corrente, e famelici dintorno affollavansi i pesci a divorarlo. Visto il forte lor duce Asteropèo cader domato dal Pelìde, in fuga

spaventati si volsero i Peonii lungo il rapido fiume, flagellando prontamente i corsier. Gl'insegue Achille e Tersìloco uccide e Trasio e Mneso,

Enio, Midone, Astìpilo, Ofeleste, e più n'avrìa trafitti il valoroso, se irato il fiume dai profondi gorghi non levava in mortal forma la fronte

con questo grido: Achille, tu di forza ogni altro vinci, è ver, ma il vinci insieme di fatti indegni, e troppo insuperbisci del favor degli Dei che sempre hai teco.

Se ti concesse di Saturno il figlio di tutti i Troi la morte, dal mio letto cacciali, e in campo almen fa tue prodezze. Di cadaveri e d'armi ingombra è tutta

la mia bella corrente, ed impedita da tante salme aprirsi al mar la via più non puote; e tu segui a farle intoppo di nuova strage. Orsù, desisti, o fiero

prence, e ti basti il mio stupor. — Scamandro figlio di Giove, gli rispose Achille, sia che vuoi; ma non io degli spergiuri Teucri l'eccidio cesserò, se pria

dentr'Ilio non li chiudo, e corpo a corpo non mi cimento con Ettòr. Qui deve restar privo di vita od esso od io. Sì dicendo, coll'impeto d'un nume

avventossi ai Troiani. Allor si volse Xanto ad Apollo: Saettante iddio, Giove fatto t'avea l'alto comando di dar soccorso ai Teucri insin che giunga

la sera, e il volto della terra adombri. E tu del padre non adempi il cenno? Mentr'egli sì dicea, l'audace Achille si scagliò dalla ripa in mezzo al fiume.

Il fiume allor si rabbuffò, gonfiossi, intorbidossi, e furiando sciolse a tutte l'onde il freno: urtò la stipa de' cadaveri opposti, e li respinse,

mugghiando come tauro, alla pianura, servati i vivi ed occultati in seno a' suoi vasti recessi. Orrenda intorno al Pelìde ruggìa la torbid'onda,

e gli urtava lo scudo impetuosa, sì ch'ei fermarsi non potea su i piedi. A un eccelso e grand'olmo alfin s'apprese colle robuste mani, ma divelta

dalle radici ruinò la pianta, seco trasse la ripa, e coi prostrati folti rami la fiera onda rattenne, e le sponde congiunse come ponte.

Fuor balza allor l'eroe dalla vorago, e, messe l'ali al piè, nel campo vola sbigottito. Né il Dio perciò si resta, ma colmo e negro rinforzando il flutto

vie più gonfio l'insegue, onde di Marte rintuzzargli le furie, e de' Troiani l'eccidio allontanar. Diè un salto Achille quanto è il tratto d'un'asta, ed il suo corso

somigliava il volar di cacciatrice aquila fosca che i volanti tutti di forza vince e di prestezza. Il bronzo dell'usbergo gli squilla orribilmente

sul vasto petto; con obliqua fuga scappar dal fiume ei tenta, e il fiume a tergo con più spesse e sonanti onde l'incalza. Come quando per l'orto e pe' filari

di liete piante il fontanier deduce da limpida sorgente un ruscelletto, e, la marra alla man, sgombra gl'intoppi alla rapida linfa che correndo

i lapilli rimescola, e si volve giù per la china gorgogliando, e avanza pur chi la guida: così sempre insegue l'alto flutto il Pelìde, e lo raggiunge

benché presto di piè: ché non resiste mortal virtude all'immortal. Quantunque volte la fronte gli converse il forte, mirando se giurati a porlo in fuga

tutti fosser gli Dei, tante il sovrano fiotto del fiume gli avvolgea le spalle. Conturbato nell'alma egli non cessa d'espedirsi e saltar verso la riva,

ma con rapide ruote il fiero fiume sottentrato gli snerva le ginocchia, e di costa aggirandolo, gli ruba di sotto ai piedi la fuggente arena.

Levò lo sguardo al cielo il generoso, ed urlò: Giove padre, adunque nullo de' numi aita l'infelice Achille contro quest'onda! Ah ch'io la fugga, e poi

contento patirò qualsia sventura. Ma nullo ha colpa de' Celesti meco quanto la madre mia che di menzogne mi lattò, profetando che di Troia

sotto le mura perirei trafitto dagli strali d'Apollo! Oh foss'io morto sotto i colpi d'Ettorre, il più gagliardo che qui si crebbe! Avrìa rapito un forte

d'un altro forte almen l'armi e la vita. Or vuole il Fato che sommerso io pèra d'oscura morte, ohimè! come fanciullo di mandre guardian cui ne' piovosi

tempi il torrente, nel guadarlo, affoga. Accorsero veloci al suo lamento, e appressârsi all'eroe Palla e Nettunno in sembianza mortal: lo confortaro,

il presero per mano, e della terra sì disse il grande scotitor: Pelìde, non trepidar: qui siamo in tua difesa due gran Divi, Minerva ed io Nettunno,

né Giove il vieta, né dal Fato è fisso che ti conquida un fiume; e tu di questo vedrai tra poco abbonacciarsi il flutto. Un saggio avviso porgeremti intanto,

se obbedirne vorrai. Dalla battaglia non ti ristar se pria dentro le mura dell'alta Troia non rinserri i Teucri quanti potranno dalla man fuggirti,

né alle navi tornar che spento Ettorre: noi ti daremo di sua morte il vanto. Disparvero, ciò detto, e ai congiurati numi tornâr. Riconfortato Achille

dal celeste comando, in mezzo al campo precipitossi. Il campo era già tutto una vasta palude in cui disperse de' trafitti nuotavano le belle

armature e le salme. Alto al Pelìde saltavano i ginocchi, ed ei diretto la fiumana rompea, che a rattenerlo più non bastava: perocché Minerva

gli avea nel petto una gran forza infuso. Né rallentò per questo lo Scamandro gl'impeti suoi, ma più che pria sdegnoso contro il Pelìde sollevossi in alto

arricciando le spume, e al Simoenta, destandolo, gridò queste parole: Caro germano, ad affrenar vien meco la costui furia, o le dardanie torri

vedrai tosto atterrate, e tolta ai Teucri di resister la speme. Or tu deh corri veloce in mio soccorso, apri le fonti, tutti gonfia i tuoi rivi, e con superbe

onde t'innalza e tronchi aduna e sassi, e con fracasso ruotali nel petto di questo immane guastator che tenta uguagliarsi agli Dei. Ben io t'affermo

che né bellezza gli varrà, né forza, né quel divin suo scudo che di limo giacerà ricoperto in qualche gorgo voraginoso. Ed io di negra sabbia

involverò lui stesso, e tale un monte di ghiaia immenso e di pattume intorno gli verserò, gli ammasserò, che l'ossa gli Achei raccorne non potran: cotanta

la belletta sarà che lo nasconda. Fia questo il suo sepolcro, onde non v'abbia mestier di fossa nell'esequie sue. Disse, ed alto insorgendo e d'atre spume

ribollendo e di sangue e corpi estinti, con tempesta piombò sopra il Pelìde. E già la sollevata onda vermiglia occupava l'eroe, quando temendo

che vorticoso nol rapisca il fiume, diè Giuno un alto grido, ed a Vulcano, Sorgi, disse, mio figlio; a te si spetta pugnar col Xanto: non tardar, risveglia

le tremende tue fiamme. Io di Ponente e di Noto a destar dalla marina vo le gravi procelle, onde l'incendio per lor cresciuto i corpi involva e l'arme

de' Troiani, e le bruci. E tu del Xanto lungo il margo le piante incenerisci, fa che avvampi egli stesso; e non lasciarti né per minacce né per dolci preghi

svolger dall'opra, né allentar la forza s'io non ten porga con un grido il segno. Frena allora gl'incendii e ti ritira. Ciò detto appena, un vasto foco accese

Vulcano, e lo scagliò. Si sparse quello prima pel campo, e i tanti, di che pieno il Pelìde l'avea, morti combusse. Si dileguâr le limpid'acque, e tutto

seccossi il pian, qual suole in un istante d'autunnale aquilon sciugarsi al soffio l'orto irrigato di recente, e in core ne gode il suo cultor. Seccato il campo,

e combusti i cadaveri, si volse contro il fiume la vampa. Ardean stridendo i salci e gli olmi e i tamarigi, ardea il loto e l'alga ed il cipero in molta

copia cresciuti su la verde ripa. Del caldo spirto di Vulcano afflitti, e qua e là per le belle onde dispersi guizzano i pesci. Il cupo fiume istesso

s'infoca, e in voce dolorosa esclama: Vulcano, al tuo poter nullo resiste de' numi: io cedo alle tue fiamme. Ah cessa dalla contesa: immantinente Achille

scacci pur tutti di cittade i Teucri; di soccorsi e di risse a me che cale? Così riarso dalle fiamme ei parla. Come ferve a gran fuoco ampio lebète

in cui di verro saginato il pingue lombo si frolla; alla sonora vampa crescon forza di sotto i crepitanti virgulti, e l'onda d'ogni parte esulta:

sì la bella del Xanto acqua infocata bolle, né puote più fluir consunta ed impedita dalla forza infesta dell'ignifero Dio. Quindi a Giunone

quell'offeso pregò con questi accenti: Perché prese il tuo figlio, augusta Giuno, su l'altre a tormentar la mia corrente? Reo ti son forse più che gli altri tutti

protettori de' Troi? Pur se il comandi, mi rimarrò, ma si rimanga anch'esso questo nemico, e non sarà, lo giuro, mai de' Teucri per me conteso il fato,

no, s'anco tutta per la man dovesse de' forti Achivi andar Troia in faville. La Dea l'intese, ed a Vulcan rivolta, Férmati, disse, glorïoso figlio:

dar cotanto martìr non si conviene per cagion de' mortali a un Immortale. Spense Vulcano della madre al cenno quell'incendio divino, e ne' bei rivi

retrograda tornò l'onda lucente. Domo il Xanto, quetârsi i due rivali, ché così Giuno comandò, quantunque calda di sdegno: ma tra gli altri numi

più tremenda risurse la contesa. Scissi in due parti s'avanzâr sdegnosi l'un contro l'altro con fracasso orrendo: ne muggì l'ampia terra, e le celesti

tube squillâr: sull'alte vette assiso dell'Olimpo n'udì Giove il clangore, e il cor di gioia gli ridea mirando la divina tenzone: e già sparisce

tra gli eterni guerrieri ogn'intervallo. Truce di scudi forator diè Marte le mosse, e primo colla lancia assalse Minerva, e ontoso favellò: Proterva

audacissima Dea, perché de' numi l'ire attizzi così? Non ti ricorda quando a ferirmi concitasti il figlio di Tidèo Dïomede, e dirigendo

della sua lancia tu medesma il colpo, lacerasti il mio corpo? Il tempo è giunto che tu mi paghi dell'oltraggio il fio. Sì dicendo, avventò l'insanguinato

Marte il gran telo, e ne ferì l'orrenda egida che di Giove anco resiste alle saette. Si ritrasse indietro la Diva, e ratta colla man robusta

un macigno afferrò, che negro e grande giacea nel campo dalle prische genti posto a confine di poder. Con questo colpì l'impetuoso iddio nel collo,

e gli sciolse le membra. Ei cadde, e steso ingombrò sette jugeri; le chiome insozzârsi di polve, e orrendamente l'armi sul corpo gli tonâr. Sorrise

Pallade, e altera l'insultò: Demente! che meco ardisci gareggiar, non vedi quant'io t'avanzo di valor? Va, sconta di tua madre le furie, e dal suo sdegno

maggior castigo, dell'aver tradito pe' Teucri infidi i giusti Achei, t'aspetta. Così detto, le lucide pupille volse altrove. Frattanto al Dio prostrato

Venere accorse, per la mano il prese, e lui che grave sospira, e a fatica riaver può gli spirti, altrove adduce. L'alma Giuno li vide, ed a Minerva,

Guarda, disse, di Giove invitta figlia, guarda quella impudente: ella di nuovo fuor dell'aspro conflitto via ne mena quell'omicida. Ah vola, e su lor piomba.

Volò Minerva, e gl'inseguì. Di gioia il cor balzava, e fattasi lor sopra, colla terribil mano a Citerèa tal diè un tocco nel petto che la stese:

giaceano entrambi riversati, e altera su lor Minerva gloriossi, e disse: Fosser tutti così questi di Troia proteggitori a disfidar venuti

i loricati Achei! Fossero tutti di fermezza e d'ardir pari a Ciprigna di Marte aiutatrice e mia rivale! E noi, distrutte d'Ilïon le torri,

già poste l'armi da gran tempo avremmo. Udì la Diva dalle bianche braccia il motteggio, e sorrise. A Febo allora disse il sire del mar: Febo, già sono

gli altri alle prese; e noi ci stiamo in posa? Ciò del tutto sconviensi; onta sarìa tornar di Giove ai rilucenti alberghi senza far d'armi paragon. Comincia

tu minore d'età; ché non è bello a me, più saggio e antico, esser primiero. Oh povero di senno e d'intelletto! Non ricordi più dunque i tanti affanni

che noi da Giove ad esular costretti intorno ad Ilio sopportammo insieme, noi soli e numi, allor che all'orgoglioso Laomedonte intero un anno a prezzo

pattuimmo il servir? Duri comandi il tiranno ne dava. Ed io di Troia l'alta cittade edificai, di belle ampie mura la cinsi, e di securi

baluardi; e tu, Febo, alle selvose idèe pendici pascolavi intanto le cornigere mandre. Ma condotta dalle grate Ore del servir la fine,

ne frodò la mercede il re crudele, e minaccioso ne scacciò, giurando che te di lacci avvinto e mani e piedi in isola remota avrìa venduto,

e mozze inoltre ad ambeduo l'orecchie. Frementi di rancor per la negata pattuita mercede, immantinente noi ne partimmo. È questo forse il merto

ch'or le sue genti a favorir ti move, anzi che nosco procurar di questi fedifraghi Troiani e de' lor figli e delle mogli la total ruina?

Possente Enosigèo, rispose Apollo, stolto davvero ti parrei se teco a cagion de' mortali io combattessi, che miseri e quai foglie or freschi sono,

or languidi e appassiti. Usciamo adunque del campo, e sia tra lor tutta la briga. Ciò detto, altrove s'avvïò, né volle alle mani venir, per lo rispetto

di quel Nume a lui zio. Ma la sorella di belve agitatrice aspra Dïana con acri motti il rampognò: Tu fuggi, tu che lunge saetti? e tutta cedi

senza contrasto al re Nettun la palma? Vile! a che dunque nelle man quell'arco? Ch'io non t'oda più mai nella paterna reggia tra' numi, come pria, vantarti

di combattere solo il re Nettunno. Non le rispose Apollo; ma sdegnosa si rivolse alla Dea di strali amante la veneranda Giuno, e sì la punse

con acerbo ripiglio: E come ardisci starmi a fronte, o proterva? Di possanza mal tu puoi meco gareggiar, quantunque d'arco armata. Gli è ver che fra le donne

ti fe' Giove un lïone, e qual ti piaccia ti concesse ferir. Ma per le selve meglio ti fia dar morte a capri e cervi, che pugnar co' più forti. E se provarti

vuoi pur, ti prova, e al paragone impara quanto io sono da più. — Ciò detto, al polso colla manca le afferra ambe le mani, colla dritta dagli omeri le strappa

gli aurei strali, e ridendo su l'orecchia li sbatte alla rival che d'ogni parte si divincola; e sparse al suol ne vanno le aligere saette. Alfin di sotto

le si tolse, e fuggì come colomba che da grifagno augel per venturoso fato scampata ad appiattarsi vola nel cavo d'una rupe. Ella piangendo

così fuggìa, lasciate ivi le frecce. Parlò quindi a Latona il messaggiero Argicida: Latona, io non vo' teco cimentarmi; il pugnar colle consorti

del nimbifero Giove è dura impresa. Va dunque, e franca fra gli eterni Dei d'avermi vinto per valor ti vanta. Così dicea Mercurio, e quella intanto

gli sparsi per la polve archi e quadrelli raccogliea della figlia, e la seguìa, ché all'Olimpo salita entro l'eterne stanze di Giove avea già messo il piede.

Su i paterni ginocchi lagrimando la vergine s'assise, e le tremava l'ambrosio manto sul bel corpo. Il padre la si raccolse al petto, e con un dolce

sorriso dimandò: Chi de' Celesti temerario t'offese, o mia diletta, come colta in error? — La tua consorte, Cinzia rispose, mi percosse, o padre,

Giunon che sparge fra gli Dei le risse. Mentre in cielo seguìan queste parole, Febo entrava nel sacro Ilio a difesa dell'alto muro, perocché temea

nol prendesse in quel dì pria del destino degli Achivi il valor. Ma gli altri Eterni all'Olimpo tornaro, irati i vinti, festosi i vincitori, e ognun dintorno

al procelloso genitor s'assise. Il Pelìde struggea pel campo intanto i Troiani, e stendea confusamente cavalli e cavalier. Come fra densi

globi di fumo che si volve al cielo un gran fuoco, in cui soffia ira divina, una cittade incende, e a tutti arreca travaglio e a molti esizio; a questa immago

dava Achille ai Troiani angoscia e morte. Stava sull'alto d'una torre il veglio Prìamo, e visti fuggir senza ritegno, senza far più difesa, i Troi davanti

al gigante guerrier, mise uno strido, e calò dalla torre, onde ai custodi degl'ingressi lasciar lungo le mura questi avvisi: Alle man tenete, o prodi,

spalancate le porte insin che tutti nella città sien salvi i fuggitivi dal diro Achille sbaragliati. Ahi giunto forse è l'ultimo danno! Come dentro

siensi messe le schiere, e ognun respiri, riserrate le porte, e saldamente sbarratele; ch'io temo non irrompa fin qua dentro il furor di questo fiero.

Al comando regal schiusero quelli tosto le porte, e ne levâr le sbarre, onde una via s'aperse di salute. Fuor delle soglie allor lanciossi Apollo

in soccorso de' Troi che dritto al muro fuggìan da tutto il campo arsi di sete, sozzi di polve. E impetuoso Achille, come il porta furor, rabbia, ira e brama

di sterminarli, gl'inseguìa coll'asta; ed era questo il punto in che gli Achei dell'alta Troia avrìan fatto il conquisto, se Febo Apollo l'antenòreo figlio

Agènore, guerrier d'alta prestanza, non eccitava alla battaglia. Il Dio gli fe' coraggio, gli si mise al fianco, onde lungi tenergli della Parca

i gravi artigli, ed appoggiato a un faggio, di caligine tutto si ricinse. Come Agènore il truce ebbe veduto guastator di città, fermossi, e molti

pensier volgendo, gli ondeggiava il core, e dicea doloroso in suo segreto: Misero me! se dietro agli altri io fuggo per timor di quel crudo, egli malgrado

la mia rattezza prenderammi, e morte non decorosa mi darà. Se mentre ei va questi inseguendo, io d'altra parte m'involo, e d'Ilio traversando il piano,

dell'Ida ai gioghi mi riparo, e quivi nei roveti m'appiatto, indi la sera lavato al fiume, e rinfrescato a Troia mi ritorno… Oh che penso? Egli non puote

non veder la mia fuga, e arriverammi precipitoso con più presti piedi. E allor dall'ugna di costui, che tutti vince di forza, chi mi scampa? Or dunque,

poiché certa è mia morte, ad incontrarlo vadasi in faccia alla cittade. Ei pure ha corpo che si fora, e un'alma sola; e benché Giove glorïoso il renda,

mortal cosa lo dice il comun grido. Verso Achille, in ciò dir, volta la fronte, e desioso di pugnar l'aspetta. Come da folto bosco una pantera

sbucando affronta il cacciator, né teme i latrati, né fugge, e s'anco avvegna ch'ei l'impiaghi primier, la generosa il furor non rallenta, innanzi ch'ella

o gli si stringa addosso, o resti uccisa: così ricusa di fuggir l'ardito d'Antènore figliuol, se col Pelìde pria non fa prova di valor. Protese

dunque al petto lo scudo, e nel nemico tolta la mira, alto gridò: Per certo de' magnanimi Teucri, illustre Achille, atterrar ti speravi oggi le mura.

Stolto! n'avrai penoso affare ancora, ché là dentro siam molti e valorosi che ai cari padri, alle consorti, ai figli difendiam la cittade, e tu, quantunque

guerrier tremendo, giacerai qui steso. Sì dicendo, lanciò con vigoroso polso la picca, e nello stinco il colse sotto il ginocchio. Risonò lo stagno

dell'intatto stinier, ma il ferro acuto senza forarlo rimbalzò respinto dalle tempre divine. Impetuoso scagliossi Achille al feritor, ma ratto

gl'invidiando quella lode Apollo, involò l'avversario alla sua vista l'avvolgendo di nebbia, e queto queto dal certame lo trasse, e via lo spinse.

Indi tolta d'Agènore la forma, diessi in fuga, e svïò con quest'inganno dalla turba il Pelìde che veloce dietro gli move e incalzalo, e piegarne

vêr lo Scamandro studiasi la fuga. Nol precorre il fuggente a tutto corso, ma di poco intervallo, e colla speme sempre l'alletta d'una pronta presa,

e sempre lo delude. Intanto a torme spaventati si versano i Troiani dentro le porte. In un momento tutta di lor fu piena la città, ché nullo

rimanersene fuori non sostenne, né il compagno aspettar, né dei campati dimandar, né de' morti. Ognun che snelle a salvarsi ha le piante, alla rinfusa

dentro si getta, e dal terror respira.

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Libro ventesimoprimo · Vincenzo Monti · Poetry Cove