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1754–1828

Libro ventesimo

Vincenzo Monti

Così dintorno a te, marzio Pelìde, gli Achei metteansi in punto appo le navi, e i Troi del campo sul rïalto. A Temi Giove allor comandò che dalle molte

eminenze d'Olimpo a parlamento convocasse gli Dei. Volò la Diva d'ogni parte, e chiamolli alla stellata magion di Giove. Accorser tutti, e, tranne

il canuto Oceàn, nullo de' Fiumi né delle Ninfe vi mancò, de' boschi e de' prati e de' fonti abitatrici. Giunti del grande adunator de' nembi

alle stanze, si assisero su tersi troni che a Giove con solerte cura Vulcano fabbricò. Prese ciascuno cheto il suo posto; ma dal mar venuto

obbedïente ei pure il re Nettunno, tra i maggiori sedendosi, la mente di Giove interrogò con questi accenti: Perché di nuovo, fulminante Iddio,

chiami i numi a consiglio? Alfin decisa de' Troiani vuoi forse e degli Achei pronti a zuffa mortal l'ultima sorte? Ben vedesti, o Nettunno, il mio pensiero,

Giove rispose; del chiamarvi è questa la cagion: benché presso al fato estremo e gli uni e gli altri in cor mi stanno. Assiso su le cime d'Olimpo io qui mi resto

l'ire mortali a contemplar tranquillo. Voi sul campo scendete, e a cui v'aggrada de' Teucri e degli Achei recate aita. Se pugna Achille ei sol, nol sosterranno

né pur tampoco i Teucri, essi che ieri solo al vederlo ne tremaro. Ed oggi, che d'ira egli arde per l'amico, io temo non anzi il dì fatal Troia rovini.

Disse, e di guerra un fier desire accese de' Celesti nel cor, che in due divisi nel campo si calâr: verso le navi Giuno e Palla Minerva e coll'accorto

util Mercurio s'avvïò Nettunno. Li seguìa zoppicando, e truci intorno gli occhi volgendo di sua forza altero Vulcano, ed il sottil stinco di sotto

gli barcollava. Alla troiana parte n'andâr dell'elmo il crollator Gradivo, l'intonso Febo colla madre e l'alma cacciatrice sorella e Xanto e Venere

Dea del riso. Finché dalle mortali turbe i numi fur lungi, orgoglio e festa menavano gli Achei, perché comparso dopo lungo riposo era il Pelìde,

e corse ai Teucri un freddo orror per l'ossa visto nell'armi lampeggiar, sembiante al Dio tremendo delle stragi, Achille. Ma quando le celesti alle terrene

armi fur miste, una ineffabil surse di genti agitatrice aspra contesa. Terribile Minerva, or sull'estremo fosso volando ed or sul rauco lido,

da questa parte orribilmente grida: grida Marte dall'altra a tenebroso turbin simìle, ed or dall'ardue cime delle dardanie torri, ed or sul poggio

di Colone lunghesso il Simoenta correndo, infiamma a tutta voce i Teucri. Così l'un campo e l'altro inanimando gli Dei beati gli azzuffâr, commisti

in conflitto crudel. Dall'alto allora de' mortali e de' numi orrendamente il gran padre tuonò: scosse di sotto l'ampia terra e de' monti le superbe

cime Nettunno. Traballâr dell'Ida le falde tutte e i gioghi e le troiane rocche, e le navi degli Achei. Tremonne Pluto il re de' sepolti, e spaventato

diè un alto grido e si gittò dal trono, temendo non gli squarci la terrena volta sul capo il crollator Nettunno, ed intromessa colaggiù la luce

agli Dei non discopra ed ai mortali le sue squallide bolge, al guardo orrende anco del ciel; cotanto era il fragore che dal conflitto de' Celesti uscìa.

Contra Nettunno il re dell'arco Apollo, contra Marte Minerva, e contra Giuno sta delle cacce e degli strali amante la sorella di Febo alma Dïana:

contra il dator de' lucri e servatore di ricchezze Mercurio era Latona, contra Vulcano il vorticoso fiume dai mortali Scamandro e dagli Dei

Xanto nomato. E questo era di numi contro numi il certame e l'ordinanza. Ma di scagliarsi fra le turbe in cerca del Prïamide Ettorre arde il Pelìde,

ché innanzi a tutto gli comanda il core di far la rabbia marzïal satolla di quel sangue abborrito. Allor destando le guerriere faville Apollo spinse

contro il tessalo eroe d'Anchise il figlio, e presa la favella e la sembianza del Prïameio Licaon gl'infuse ardimento e valor con questi accenti:

Illustre duce Enea, dove n'andaro le fatte fra le tazze alte promesse al re de' Teucri, che pur solo avresti contro il Pelìde Achille combattuto?

Prïamìde, e perché, contro mia voglia, Enea rispose, ad affrontar mi sproni quell'invitto guerrier? Gli stetti a fronte pur altra volta, ed altra volta in fuga

la sua lancia dall'Ida mi sospinse, quando, assaliti i nostri armenti, ei Pèdaso e Lirnesso atterrò. Giove protesse il mio ratto fuggir: senza il suo nume

m'avrìa domo il Pelìde, esso e Minerva che il precorrendo lo spargea di luce, e de' Teucri e de' Lèlegi alla strage la sua lancia animava. Alcun non sia

dunque che pugni col Pelìde. Un Dio sempre va seco che il difende, e dritto vola sempre il suo telo, e non s'arresta finché non passi del nemico il petto.

Se della guerra si librasse eguale dai Sempiterni la bilancia, ei certo, fosse tutto qual vantasi di ferro, non avrìa meco agevolmente il meglio.

E tu pur prega i numi, o valoroso, rispose Apollo, ché tu pure, è fama, di Venere nascesti, ed ei di Diva inferior, ché quella a Giove, e questa

al marin vecchio è figlia. Orsù dirizza in lui l'invitto acciaro, e non lasciarti per minacce fugar dure e superbe. Fatto animoso a questi detti il duce,

processe di lucenti armi vestito tra i guerrieri di fronte. E lui veduto per le file avanzarsi arditamente contro il Pelìde, ai collegati numi

si volse Giuno e disse: Il cor volgete, tu Nettunno e tu Pallade, al periglio che ne sovrasta. Enea tutto nell'armi folgorante s'avvìa contro il Pelìde,

e Febo Apollo ve lo spinge. Or noi o forziamlo a dar volta, o pur d'Achille vada in aiuto alcun di noi, che forza all'uopo gli ministri, onde s'avvegga

ch'egli ai Celesti più possenti è caro, e che di Troia i difensor fann'opra infruttuosa. Vi rammenti, o numi, che noi tutti scendemmo a questa pugna

perché nullo da' Teucri egli riceva questo dì nocumento. Abbiasi dopo quella sorte che a lui filò la Parca quando la madre il partorìo. Se istrutto

di ciò nol renda degli Dei la voce, temerà nel veder venirsi incontro fra l'armi un nume: perocché tremendi son gli Eterni veduti alla scoperta.

Fuor di ragione non irarti, o Giuno ché ciò sconvienti, rispondea Nettunno. Non sia che primi commettiam la pugna noi che siamo i più forti. Alla vedetta

di qualche poggio dalla via remoto assidiamci piuttosto, ed ai mortali resti la cura del pugnar. Se poscia cominceran la zuffa o Marte o Febo,

e rattenendo Achille impediranno ch'egli entri nella mischia, e noi pur tosto susciteremo allor l'aspro conflitto, e presto, io spero, dal valor del nostro

braccio domati, per le vie d'Olimpo ritorneranno all'immortal consesso. Li precorse, ciò detto, il nume azzurro verso l'alta bastìa che pel divino

Ercole un giorno con Minerva i Teucri innalzâr, perché a quella egli potesse riparato schivar della vorace Orca l'assalto allor che furibonda

l'inseguisse dal lido alla pianura. Qui co' numi alleati il Dio s'assise d'impenetrabil nube circonfuso. Sul ciglio anch'essi s'adagiâr dell'erto

Callicolon gli opposti numi intorno a te, divino saettante Apollo, e a Marte di cittadi atterratore. Così di qua, di là deliberando

siedono i Divi, e niuna parte ardisce, benché Giove gli sproni, aprir la pugna. E già tutto d'armati il campo è pieno, e di lampi che manda il riforbito

bronzo de' cocchi e de' guerrieri, e suona sotto il fervido piè de' concorrenti eserciti la terra. Ed ecco in mezzo affrontarsi di pugna desiosi

due fortissimi eroi, d'Anchise il figlio ed Achille. Avanzossi Enea primiero minacciando e crollando il poderoso elmo, e proteso il forte scudo al petto,

la grand'asta vibrava. Ad incontrarlo mosse il Pelìde impetuoso, e parve truculento lïone alla cui vita denso stuol di garzoni, anzi l'intero

borgo si scaglia: incede egli da prima sprezzatamente; ma se alcun de' forti assalitor coll'asta il tocca, ei fiero spalancando le fauci si rivolve

colla schiuma alle sanne; la gagliarda alma in cor gli sospira, i fianchi e i lombi flagella colla coda, e sé medesmo alla battaglia irrita: indi repente

con torvi sguardi avventasi ruggendo, di dar morte già fermo o di morire: tal la forza e il coraggio incontro al franco Enea sospinser l'orgoglioso Achille,

e giunti a fronte, favellò primiero il gran Pelìde: Enea, perché tant'oltre fuor della turba ti spingesti? Forse meco agogni pugnar perché su i Teucri

di Prìamo speri un dì stender lo scettro? Ma s'egli avvegna ancor che tu m'uccida, ei non porrallo alle tue mani, ei padre di più figli, e d'età sano e di mente.

O forse i Teucri, se mi metti a morte, un eletto poder bello di viti ti statuiro e di fecondi solchi? Ma dura impresa t'assumesti, io spero;

ch'altra volta, mi par, ti pose in fuga questa mia lancia. Non rammenti il giorno che soletto ti colsi, e con veloce corso dall'Ida ti cacciai lontano

dalle tue mandre? Tu volavi, e, mai non volgendo la fronte, entro Lirnesso ti riparasti. Col favore io poi di Giove e Palla la città distrussi,

e ne predai le donne, e tolta loro la cara libertà, meco le trassi. Gli Dei quel giorno ti scampâr; non oggi lo faranno, cred'io, come t'avvisi.

Va, ritìrati adunque, io te n'assenno, rientra in turba, né mi star di fronte, se il tuo peggio non vuoi, ché dopo il fatto anche lo stolto dell'error si pente.

Me co' detti atterrir come fanciullo indarno tenti, Enea rispose; anch'io so dir minacce ed onte, e l'un dell'altro i natali sappiamo, e per udita

i genitori; ché né tu conosci per vista i miei, ned io li tuoi. Te prole dell'egregio Pelèo dice la fama, e della bella equòrea Teti. Io nato

di Venere mi vanto, e generommi il magnanimo Anchise. Oggi per certo o gli uni o gli altri piangeranno il figlio. Ché veruno di noi di puerili

ciance contento non vorrà, cred'io, separarsi ed uscir di questo arringo. Ma se più brami di mia stirpe udire al mondo chiara, primamente Giove

Dàrdano generò, che fondamento pose qui poscia alle dardanie mura. Perocché non ancora allor nel piano sorgean le sacre iliache torri, e il molto

suo popolo le idèe falde copriva. Di Dàrdano fu nato il re d'ogni altro più opulente Erittònio. A lui tre mila di teneri puledri allegre madri

le convalli pascean. Innamorossi Borea di loro, e di destrier morello presa la forma alquante ne compresse, che sei puledre e sei gli partoriro.

Queste talor ruzzando alla campagna correan sul campo delle bionde ariste senza pur sgretolarle; e se co' salti prendean sul dorso a lascivir del mare,

su le spume volavano de' flutti senza toccarli. D'Erittònio nacque Troe re de' Troiani, e poi di Troe generosi tre figli Ilo ed Assàraco,

e il dëiforme Ganimede, al tutto de' mortali il più bello, e dagli Dei rapito in cielo, perché fosse a Giove di coppa mescitor per sua beltade,

ed abitasse con gli Eterni. Ad Ilo nacque l'alto figliuol Laomedonte; Titone a questo e Prìamo e Lampo e Clìzio e l'alunno di Marte Icetaone:

Assàraco ebbe Capi, e Capi Anchise, mio genitore, e Prìamo il divo Ettorre. Ecco il sangue ch'io vanto. Il resto scende tutto da Giove che ne' petti umani

il valor cresce o scema a suo talento, potentissimo iddio. Ma tregua omai fra l'armi a borie fanciullesche. Entrambi possiam d'ingiurie aver dovizia e tanta

che nave non potrìa di cento remi levarne il pondo. De' mortai volubile è la lingua, e ne piovono parole d'ogni maniera in largo campo, e quale

dirai motto, cotal ti fia rimesso. Ma perché d'onte tenzonar siccome stizzose femminette che nel mezzo della via si rabbuffano, col vero,

spinte dall'ira, affastellando il falso? Me qui pronto a pugnar non distorrai colle minacce dal cimento. Or via alle prove dell'asta. — E così detto,

la ferrea lancia fulminò nel vasto terribile brocchier che dell'acuta cuspide al picchio rimugghiò. Turbossi il Pelìde, e dal petto colla forte

mano lo scudo allontanò, temendo nol trafori la lunga ombrosa lancia del magnanimo Enea. Di mente uscito eragli, stolto! che mortal possanza

difficilmente doma armi divine. Non ruppe la gagliarda asta troiana il pavese achillèo, ché la rattenne dell'aurea piastra l'immortal fattura,

e sol due falde ne forò di cinque che Vulcano v'avea l'una sull'altra ribattute; di bronzo le due prime, le due dentro di stagno, e tutta d'oro

la media che il crudel tronco represse. Vibrò secondo la sua lunga trave il Pelìde, e colpì dell'inimico l'orbicolar rotella all'orlo estremo,

ove sottil di rame era condotta una falda, e sottile il sovrapposto cuoio taurino. La pelìaca antenna da parte a parte lo passò. La targa

rimbombò sotto il colpo: esterrefatto rannicchiossi e scostò dalla persona Enea lo scudo sollevato; e l'asta, rotti i due cerchi che il cingean, sul dorso

trasvolò furiosa, e al suol si fisse. Scansato il colpo, si ristette, e immenso duol di paura gli abbuiò le luci, sentita la vicina asta confitta.

Pronto il Pelìde allor tratta la spada, con terribile grido si disserra contro il nemico. Era nel campo un sasso d'enorme pondo che soverchio fôra

alle forze di due quai la presente età produce. Diè di piglio Enea a questo sasso, e agevolmente solo l'agitando, si volse all'aggressore.

E nel vulcanio scudo o nell'elmetto avventato l'avrìa, ma senza offesa, e a lui per certo del Pelìde il brando togliea la vita, se di ciò per tempo

avvistosi Nettunno, ai circostanti Celesti non facea queste parole: Duolmi, o numi, d'assai del generoso Enea che domo dal Pelìde all'Orco

irne tosto dovrà, dalle lusinghe mal consigliato dell'arciero Apollo. Insensato! ché nulla incontro a morte gli varrà questo Dio. Ma della colpa

altrui la pena perché dee patirla quest'innocente, liberal di grati doni mai sempre agl'Immortali? Or via moviamo in suo soccorso, e s'impedisca

che il Pelìde l'uccida, e che di Giove l'ire risvegli la sua morte. I fati decretâr ch'egli viva, onde la stirpe di Dàrdano non pèra interamente,

di lui che Giove innanzi a quanti figli alvo mortal gli partorìo, dilesse: perocché da gran tempo egli la gente di Prìamo abborre, e su i Troiani omai

d'Enea la forza regnerà con tutti de' figli i figli e chi verrà da quelli. Pensa tu teco stesso, o re Nettunno, Giuno rispose, se sottrarre a morte

Enea si debba, o consentir, malgrado la sua virtude, che lo domi Achille. Quanto a Pallade e a me, presenti i numi, noi giurammo solenne giuramento

di non mai da' Troiani la ruina allontanar, no, s'anco tutta in cenere Troia cadesse tra le fiamme achee. Udito quel parlar, corse per mezzo

alla mischia e al fragor delle volanti aste Nettunno, e giunto ove d'Enea e dell'inclito Achille era la pugna, una sùbita nube intorno agli occhi

del Pelìde diffuse, e dallo scudo del magnanimo Enea svelto il ferrato frassino, al piede del rival lo pose. Indi spinse di forza, e dalla terra

levò sublime Enea, che preso il volo dalla mano del Dio, varcò d'un salto molte file d'eroi, molte di cocchi, e all'estremo arrivò del rio conflitto,

ove in procinto si mettean di pugna de' Càuconi le schiere. Ivi davanti gli si fece Nettunno, e così disse: Sconsigliato! qual Dio contra il Pelìde

ti sedusse a pugnar, contra un guerriero di te più caro ai numi e più gagliardo? S'altra volta lo scontri, ti ritira, onde anzi tempo non andar sotterra.

Morto Achille, combatti audacemente, ché nullo Acheo t'ucciderà. — Disparve dopo questo precetto, e alle pupille del Pelìde sgombrò la portentosa

caligine: tornâr tutto ad un tempo chiari al guardo gli obbietti, onde fremendo nel magnanimo cor: Numi, diss'egli, quale strano prodigio? Al suol giacente

veggo il mio telo, ma il guerrier non veggo in cui bramoso di ferir lo spinsi. Dunque è caro a' Celesti ei pur davvero questo figlio d'Anchise! ed io stimava

falso il suo vanto. E ben si salvi. Andata gli sarà, spero, di provarsi meco in avvenir la voglia, assai felice d'aver posta in sicuro oggi la vita.

Orsù, l'acheo valor riconfortato, facciam degli altri Teucri esperimento. Sì dicendo, saltò dentro alle file e tutti rincuorò: Prestanti Achei,

non vogliate discosto or più tenervi da' nemici: guerrier contra guerriero scagliatevi, e pugnate ardimentosi. Per forte ch'io mi sia, m'è dura impresa

sol con tutti azzuffarmi ed inseguirli. Né Marte pure immortal Dio né Palla a tanti armati reggerìan. Ma quanto queste man, questi piedi e questo petto

potranno, io tutto vel consacro, e giuro di non posarmi un sol momento. Io vado a sfondar quelle file, e non fia lieto chi la mia lancia scontrerà, mi penso.

Così gli sprona; e minaccioso anch'esso Ettore i suoi conforta, e contro Achille ir si promette: Del Pelìde, o prodi, non temete le borie: anch'io saprei

pur co' numi combattere a parole, coll'asta, no, ch'ei son più forti assai. Né tutti avran d'Achille i vanti effetto: se l'un pieno gli andrà, l'altro gli fia

tronco nel mezzo. Ad incontrarlo io vado s'anco le man di fuoco egli s'avesse, sì, di fuoco la man, di ferro il polso. Da questo dire accesi, alto levaro

l'aste avverse i Troiani, e con immenso romor le forze s'accozzâr. Si strinse allora Apollo al teucro duce, e disse: Ettore, non andar contro il Pelìde

fuor di fila: ma tienti entro la schiera, e dalla turba lo ricevi, e bada che di brando o di stral non ti raggiunga. Udì del Dio la voce, e sbigottito

nella turba de' suoi l'eroe s'immerse. Ma di gran forza il cor vestito Achille con gridi orrendi si balzò nel mezzo de' Troiani, e prostese a prima giunta

di numerose genti un condottiero, il prode Ifizïon che ad Otrintèo guastator di città nell'opulento popolo d'Ide sul nevoso Tmolo

Naïde Ninfa partorì. Venìa costui di punta a furia. Il divo Achille coll'asta a mezzo capo lo percosse, e in due lo fesse. Rimbombando ei cadde,

ed orgoglioso il vincitor sovr'esso esclamò: Tremendissimo Otrintìde, eccoti a terra: e tu sepolcro umìle in questa sabbia avrai, tu che superba

cuna sortisti alla gigèa palude ne' paterni poderi appo il pescoso Illo e dell'Ermo il vorticoso flutto. Così l'oltraggia; della morte il buio

coprì gli occhi al meschino, e de' cavalli l'ugna e li chiovi delle rote achee il lasciâr nella calca infranto e pesto. Ferì dopo costui Demoleonte,

d'Antènore figliuolo e valoroso combattitore; lo ferì sul polso della tempia, né valse alla difesa la ferrea guancia del polito elmetto.

L'impetuosa punta spezzò l'osso, sgominò le cervella, che di sangue tutte insozzârsi, e così giacque il fiero. Gittatosi dal carro, Ippodamante

dinanzi gli fuggìa. L'asta d'Achille lo raggiunse nel tergo. L'infelice esalava lo spirto, e mugolava come tauro che a forza innanzi all'are

d'Elice è tratto da garzon robusti, e ne gode Nettunno: a questa guisa muggìa quell'alma feroce, e spirava. S'avventò dopo questi a Polidoro.

Era costui di Prìamo un figlio: il padre gli avea difeso di pugnar, siccome il minor de' suoi nati e il più diletto, che tutti al corso li vincea. Di questa

sua virtute di piè con fanciullesca demenza vanitoso egli tra' primi combattenti correa senza consiglio, finché morto vi cadde. Il colse a tergo

in quei trascorsi Achille ove la cinta dall'auree fibbie s'annodava, e doppio scontravasi l'usbergo. Il telo acuto riuscì di rimpetto all'ombilico:

ululò quel trafitto, e su i ginocchi cascò: curvato colla man compresse le intestina, e mortal nube lo cinse. Come in quell'atto miserando il vide

il suo germano Ettorre, una profonda nube di duolo gl'ingombrò le luci, né gli sofferse il cor di più ristarsi dentro la turba; ma crollando immensa

una lancia, volò contro il Pelìde come fiamma ondeggiante. A quella vista saltò di gioia Achille, e baldanzoso, Ecco l'uom, disse, che nel cor m'aperse

sì gran piaga, colui che il mio m'uccise caro compagno: or più non fuggiremo l'un l'altro a lungo pei sentier di guerra. Disse, e al divino Ettòr bieco guatando,

gridò: T'accosta, ché al tuo fin se' giunto. Non pensar, gli rispose imperturbato l'eroe troiano, non pensar di darmi per minacce terror come a fanciullo,

ché oprar so l'armi della lingua io pure, e conosco tue forze, e mi confesso men valente di te: ma in grembo ai numi sta la vittoria, ed avvenir può forse

ch'io men prode dal sen l'alma ti svelga. Affilata ha la punta anche il mio telo. Disse, e l'asta scagliò: ma dal divino petto d'Achille la svïò Minerva

con levissimo soffio. Risospinta dall'alito immortal, l'asta ritorno fece ad Ettorre, e al piè gli cadde. Allora con orribile grido disserrossi

furibondo il Pelìde, impazïente di trucidarlo. Ma gliel tolse Apollo, lieve impresa ad un Dio, tutto coprendo di folta nebbia Ettòr. Tre volte Achille

coll'asta l'assalì, tre volte un vano fumo trafisse, e con furor venendo il divino guerriero al quarto assalto, minaccioso tuonò queste parole:

Cane troian, di nuovo ecco fuggisti l'estremo fato che t'avea raggiunto, e Febo ti scampò, quel Febo a cui tra il sibilo dei dardi alzi le preci.

Ma s'altra volta mi darai nell'ugna, e se a me pure assiste un qualche iddio, ti finirò. Di quanti in man frattanto mi verranno de' tuoi farò macello.

Così dicendo, a Driope sospinse sotto il mento la picca, e questi al piede gli traboccò. Così lasciollo, e ratto scagliandosi a Demùco, un grande e prode

di Filètore figlio, alle ginocchia lo ferì, l'arrestò, poscia col brando l'alma gli tolse. Dopo questi Dàrdano e Laògono assalse, illustri figli

di Biante, e travolti ambo dal cocchio l'un di lancia atterrò, l'altro di spada. Poi distese il troiano Alastorìde che a' suoi ginocchi supplice cadendo

chiedea la vita in dono, ed ai conformi suoi verd'anni pietà. Stolto! ché vano il pregar non sapea, né quanto egli era mite no, ma feroce. In umil atto

gli abbracciava i ginocchi, ed altro dire volea pure il meschin; ma quegli il ferro nell'èpate gl'immerse, che di fuori riversossi, e di sangue un nero fiume

gli fe' lago nel seno. Venne manco l'alma, e gli occhi coprì di morte il velo. Indi Mulio investendo, entro un'orecchia gli fisse il telo, e uscir per l'altra il fece.

Ad Echeclo d'Agènore un fendente calò di spada al mezzo della testa, e la spaccò; si tepefece il grande acciar nel sangue, e la purpurea morte

e la Parca possente i rai gli chiuse. Colse dopo di punta nella destra Deucalion là dove i nervi vanno del cubito ad unirsi. Intormentito

nella mano il guerrier vedeasi innanzi la morte, e passo non movea. Gli mena un mandritto il Pelìde alla cervice, netto il capo gli mozza, e via coll'elmo

lungi il butta. Schizzâr dalle vertèbre le midolle, e disteso il tronco giacque. Rigmo poscia aggredì, Rigmo dai pingui tracii campi venuto, e di Pirèo

generoso figliuol. Lo colse al ventre il tessalico teio, e giù dal cocchio lo scosse. Allor diè volta ai corridori l'auriga Areitòo; ma del Pelìde

l'asta il giunge alle spalle, e capovolto tra i turbati cavalli lo precipita. Quale infuria talor per le profonde valli d'arido monte un vasto fuoco

che divora le selve, e in ogni lato l'agita e spande di Garbino il soffio; tale in sembianza d'un irato iddio d'ogni parte si volve furibondo

il Pelìde, ed insegue e uccide e rossa fa di sangue la terra. E come quando nella tonda e polita aia il villano due tauri accoppia di ben larga fronte

di Cerere a trebbiar le bionde ariste, fuor del guscio in un subito saltella di sotto al piede de' mugghianti il grano: del magnanimo Achille in questa forma

gl'immortali cornipedi sospinti i cadaveri calcano e gli scudi. L'orbe tutto del cocchio e tutto l'asse gronda di sangue dalle zampe sparso

de' cavalli a gran sprazzi e dalle rote. Desìo di gloria il cuor d'Achille infiamma, e l'invitte sue mani tutte sozze son di polve, di tabe e di sudore.

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