Tutti ancora dormìan per l'alta notte i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno già le pupille abbandonato avea di Giove che pensoso in suo segreto
divisando venìa come d'Achille, con molta strage delle vite argive, illustrar la vendetta. Alla divina mente alfin parve lo miglior consiglio
inviar all'Atride Agamennóne il malefico Sogno. A sé lo chiama, e con presto parlar, Scendi, gli dice, scendi, Sogno fallace, alle veloci
prore de' Greci, e nella tenda entrato d'Agamennón, quant'io t'impongo, esponi esatto ambasciator. Digli che tutte in armi ei ponga degli Achei le squadre,
che dell'iliaco muro oggi è decreta su nel ciel la caduta; che discordi degli eterni d'Olimpo abitatori più non sono le menti; che di Giuno
cessero tutti al supplicar; che in somma l'estremo giorno de' Troiani è giunto. Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito, avviossi e calossi in un baleno
su l'argoliche navi. Entra d'Atride nel queto padiglione, e immerso il trova nella dolcezza di nettareo sonno. Di Nèstore Nelìde il volto assume,
di Nèstore, cui sovra ogni altro duce Agamennóne riveriva, e in queste forme sul capo del gran re sospesa, così la diva vision gli disse:
Tu dormi, o figlio del guerriero Atrèo? Tutta dormir la notte ad uom sconviensi di supremo consiglio, a cui son tante genti commesse e tante cure. Attento
dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste nunzio di Giove, che lontano ancora su te veglia pietoso. Egli precetto ti fa di porre tutti quanti in arme
prontamente gli Achei. Tempo è venuto che l'ampia Troia in tua man cada: i numi scesero tutti, intercedente Giuno, in un solo volere, e alla troiana
gente sovrasta l'infortunio estremo preparato da Giove. Or tu ben figgi questo avviso nell'alma, e fa che seco non lo si porti, col partirsi, il sonno.
Sparve, ciò detto; e delle udite cose, di che contrario uscir dovea l'effetto, pensoso lo lasciò. Prender di Troia quel dì stesso le mura egli sperossi,
né di Giove sapea, stolto! i disegni, né qual aspro pugnar, né quanta il Dio di lagrime cagione e di sospiri ai Troiani e agli Achivi apparecchiava.
Si riscuote dal sonno, e la divina voce d'intorno gli susurra ancora. Sorge, e del letto su la sponda assiso, una molle s'avvolge alla persona
tunica intatta, immacolata; gittasi il regal manto indosso; il piè costringe ne' bei calzari; il brando aspro e lucente d'argentee borchie all'omero sospende,
l'inviolato avito scettro impugna, ed alle navi degli Achei cammina. Già sul balzo d'Olimpo alta ascendea di Titon la consorte, annunziatrice
dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni; quando con chiara voce i banditori per comando d'Atride a parlamento convocaro gli Achei, che frettolosi
accorsero e frequenti. Ma raccolse de' magnanimi duci Agamennóne prima il senato alla nestorea nave, e raccolti che fûro, in questi accenti
il suo prudente consultar propose: M'udite, amici. Nella queta notte una divina visïon m'apparve, che te, Nèstore padre, alla statura,
agli atti, al volto somigliava in tutto. Sul mio capo librossi, e così disse: Figlio d'Atrèo, tu dormi? A sommo duce cui di tanti guerrieri e tante cure
commesso è il pondo, non s'addice il sonno. M'odi adunque: mandato a te son io da Giove che dal ciel di te pensiero prende e pietade. Ei tutte ti comanda
armar le truppe de' chiomati Achei, ché di Troia il conquisto oggi è maturo; poiché di Giuno il supplicar compose la discordia de' numi, e grave ai Teucri
danno sovrasta per voler di Giove. Tu di Giove il comando in cor riponi. Sparve, ciò detto, e quel mio dolce sonno m'abbandonò. La guisa or noi di porre
gli Achivi in arme esaminiam. Ma pria giovi con finto favellar tentarne, fin dove lice, i sentimenti. Io dunque comanderò che su le navi ognuno
si disponga alla fuga, e sparsi ad arte voi l'impedite con opposti accenti. Così detto s'assise. In piè rizzossi dell'arenosa Pilo il regnatore
Nèstore, e saggio ragionando disse: O amici, o degli Achei principi e duci, s'altro qualunque Argivo un cotal sogno detto n'avesse, un menzogner l'avremmo,
e spregeremmo: ma lo vide il sommo capo del campo. A risvegliar si corra dunque l'acheo valore. — E sì dicendo usciva il vecchio dal consiglio, e tutti
surti in piè lo seguìan gli altri scettrati del re supremo ossequiosi. Intanto il popolo accorrea. Quale dai fori di cava pietra numeroso sbuca
lo sciame delle pecchie, e succedendo sempre alle prime le seconde, volano sui fior di aprile a gara, e vi fan grappolo altre di qua affollate, altre di là;
così fuor delle navi e delle tende correan per l'ampio lido a parlamento affollate le turbe, e le spronava l'ignea Fama, di Giove ambasciatrice.
Si congregaro alfin. Tumultuoso brulicava il consesso, ed al sedersi di tante genti il suol gemea di sotto. Ben nove araldi d'acchetar fean prova
quell'immenso frastuono, alto gridando: Date fine ai clamori, udite i regi, udite, Achivi, del gran Dio gli alunni. Sostârsi alfine; ne' suoi seggi ognuno
si compose, e cessò l'alto fragore. Allor rizzossi Agamennón stringendo lo scettro, esimia di Vulcan fatica. Diè pria Vulcano quello scettro a Giove,
e Giove all'uccisor d'Argo Mercurio; questi a Pelope auriga, esso ad Atrèo; Atrèo morendo al possessor di pingui greggi Tieste, e da Tieste alfine
nella destra passò d'Agamennóne, che poi sovr'Argo lo distese, e sopra isole molte. A questo il grande Atride appoggiato, sì disse: Amici eroi,
Dànai, di Marte bellicosi figli, in una dura e perigliosa impresa Giove m'avvolse, Iddio crudel, che prima mi promise e giurò delle superbe
iliache mura la conquista, e in Argo glorïoso il ritorno. Or mi delude indegnamente, e dopo tante in guerra vite perdute, di tornar m'impone
inonorato alle paterne rive. Del prepotente Iddio questo è il talento, di lui che nell'immensa sua possanza già di molte città l'eccelse rocche
distrusse, e molte struggeranne ancora. Ma qual onta per noi appo i futuri che contra minor oste un tale e tanto esercito di forti una sì lunga
guerra guerreggi; e non la cómpia ancora? Certo se tutti convocati insieme salda pace a giurar Teucri ed Achivi, e di questi e di quei levato il conto,
ad ogni dieci Achivi un Teucro solo mescer dovesse di lïeo la spuma, molte decurie si vedrìan chiedenti col labbro asciutto il mescitor: cotanto
maggior de' teucri cittadini estimo il numero de' nostri. Ma li molti da diverse città raccolti e scesi in lor sussidio bellicosi amici
duro intoppo mi fanno, e a mio dispetto mi vietano espugnar d'Ilio le mura. Già del gran Giove il nono anno si volge da che giungemmo, e già marciti i fianchi
son delle navi, e logore le sarte; e le nostre consorti e i cari figli desiando ne stanno e richiamando nelle vedove case. E noi l'impresa
che a queste sponde ne condusse, ancora consumar non sapemmo. Al vento adunque, diamo al vento le vele, io vel consiglio, alla dolce fuggiam terra natìa
di concorde voler, ché disperata delle mura troiane e la conquista. Mosse quel dire delle turbe i petti, e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti si confondono allor che Noto ed Euro della nube di Giove il fianco aprendo a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio denso campo di biade urta, e passando il capo inchina delle bionde spiche; tal si commosse il parlamento, e tutti
alle navi correan precipitosi con fremito guerrier. Sotto i lor piedi s'alza la polve, e al ciel si volve oscura. I navigli allestir, lanciarli in mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli sottrarre alle carene era di tutti la faccenda e la gara. Arde ogni petto del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia. E degli Achei quel dì sarìa seguìto, contro il voler de' fati, il dipartire, se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre invincibile figlia, così dunque, il mar coprendo di fuggenti vele, al patrio lido rediran gli Achivi?
ed a Prìamo l'onore, ai Teucri il vanto lasceran tutto dell'argiva Elèna dopo tante per lei, lungi dal caro nido natìo, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra lusinghiero parlar, molci i soldati, frena la fuga, né patir che un solo de' remiganti pini in mar sia tratto.
Obbedïente la cerulea Diva dalle cime d'Olimpo dispiccossi velocissima, e tosto fu sul lido. Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
occupato non già del suo naviglio, ma del dolor che il preme, e immoto in piedi. Gli si fece davanti la divina Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse, così dunque n'andrete? E al patrio suolo navigherete, e lascerete a Prìamo di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue di tanti, che per lei qui lo versaro, bellicosi compagni? A che ti stai? T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni, né consentir che antenna in mar si spinga. Così disse la Dea. Ne riconobbe l'eroe la voce, e via gittato il manto,
che dopo lui raccolse il banditore Eurìbate itacense, a correr diessi; e incontrato l'Atride Agamennóne, ratto ne prende il regal scettro, e vola
con questo in pugno tra le navi achee; e quanti ei trova o duci o re, li ferma con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice, valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti resta, pregoti, e gli altri fa restar. La mente ben palese non t'è d'Agamennóne; egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso consesso ei disse. Deh badiam, che irato non ne percuota d'improvvisa offesa. Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,
che al trono l'educò, l'onora ed ama. S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea vociferante, collo scettro il dosso batteagli, e, Taci, gli garrìa severo,
taci tu tristo, e i più prestanti ascolta tu codardo, tu imbelle, e nei consigli nullo e nell'armi. La vogliam noi forse far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo ne sia di tutti correttor supremo. Così l'impero adoperando Ulisse
frena le turbe, e queste a parlamento dalle navi di nuovo e dalle tende con fragore accorrean, pari a marina onda che mugge e sferza il lido, ed alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside ciascheduno al suo posto: il sol Tersite di gracchiar non si resta, e fa tumulto parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza o ritegno o pudor le vomitava contro i re tutti; e quanto a destar riso
infra gli Achivi gli venìa sul labbro, tanto il protervo beffator dicea. Non venne a Troia di costui più brutto ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso di raro pelo. Capital nemico del Pelìde e d'Ulisse, ei li solea morder rabbioso: e schiamazzando allora
colla stridula voce lacerava anche il duce supremo Agamennóne, sì che tutti di sdegno e di corruccio fremean; ma il tristo ognor più forti alzava
le rampogne e gridava: E di che dunque ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni di bronzo i padiglioni e di donzelle, delle vinte città spoglie prescelte
e da noi date a te primiero. O forse pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti che d'Ilio uscito lo ti rechi al piede, prezzo del figlio da me preso in guerra,
da me medesmo, o da qualch'altro Acheo? O cerchi schiava giovinetta a cui mescolarti in amore alla spartita? Eh via, che a sommo imperador non lice
scandalo farsi de' minori. Oh vili, oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo vela una volta; e qui costui si lasci qui lui solo a smaltir la sua ricchezza,
onde a prova conosca se l'aita gli è buona o no delle nostr'armi. E dianzi nol vedemmo pur noi questo superbo ad Achille, a un guerrier che sì l'avanza
di fortezza, far onta? E dell'offeso non si tien egli la rapita schiava? Ma se d'Achille il cor di generosa bile avvampasse, e un indolente vile
non si fosse egli pur, questo sarìa stato l'estremo de' tuoi torti, Atride. Così contra il supremo Agamennóne impazzava Tersite. Gli fu sopra
repente il figlio di Laerte, e torvo guatandolo gridò: Fine alle tue faconde ingiurie, ciarlator Tersite. E tu sendo il peggior di quanti a Troia
con gli Atridi passâr, tu audace e solo non dar di cozzo ai re, né rimenarli su quella lingua con villane aringhe, né del ritorno t'impacciar, ché il fine
di queste cose al nostro sguardo è oscuro, né sappiam se felice o sventurato questo ritorno riuscir ne debba. Ma di tue contumelie al sommo Atride
so ben io lo perché: donato il vedi di molti doni dagli achivi eroi, per ciò ti sbracci a maledirlo. Or io cosa dirotti che vedrai compiuta.
Se com'oggi insanir più ti ritrovo, caschimi il capo dalle spalle, e detto di Telemaco il padre io più non sia, mai più, se non t'afferro, e delle vesti
tutto nudo, da questo almo consesso non ti caccio malconcio e piangoloso. Sì dicendo, le terga gli percuote con lo scettro e le spalle. Si contorce
e lagrima dirotto il manigoldo dell'aureo scettro al tempestar, che tutta gli fa la schiena rubiconda; ond'egli di dolor macerato e di paura
s'assise, e obbliquo riguardando intorno col dosso della man si terse il pianto. Rallegrò quella vista i mesti Achivi, e surse in mezzo alla tristezza il riso;
e fu chi vôlto al suo vicin dicea: Molte in vero d'Ulisse opre vedemmo eccellenti e di guerra e di consiglio, ma questa volta fra gli Achei, per dio!
fe' la più bella delle belle imprese, frenando l'abbaiar di questo cane dileggiator. Che sì, che all'arrogante passò la frega di dar morso ai regi!
Mentre questo dicean, levossi in piedi e collo scettro di parlar fe' cenno l'espugnatore di cittadi Ulisse. In sembianza d'araldo accanto a lui
la fiera Diva dalle luci azzurre silenzio a tutti impose, onde gli estremi del par che i primi udirne le parole potessero, ed in cor pesarne il senno.
Allora il saggio diè principio: Atride, questi Achivi di te vonno far oggi il più infamato de' mortali. Han posto le promesse in obblìo fatte al partirsi
d'Argo alla volta d'Ilïon, giurando di non tornarsi che Ilïon caduto. Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa di vedovelle sospirar li senti,
e a vicenda plorar per lo desìo di riveder le patrie mura. E in vero tal qui si pate traversìa, che scusa il desiderio de' paterni tetti.
Se a navigante da vernal procella impedito e sbattuto in mar che freme, pur di un mese è crudel la lontananza dalla consorte, che pensar di noi
che già vedemmo del nono anno il giro su questo lido? Compatir m'è forza dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno. Ma dopo tanta dimoranza è turpe
vôti di gloria ritornar. Deh voi, deh ancor per poco tollerate, amici, tanto indugiate almen, che si conosca se vero o falso profetò Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti le divine parole, e voi ne foste testimoni, voi, sì, quanti la Parca non aveste crudel. Parmi ancor ieri
quando le navi achee di lutto a Troia apportatrici in Aulide raccolte, noi ci stavamo in cerchio ad una fonte sagrificando sui devoti altari
vittime elette ai Sempiterni, all'ombra d'un platano al cui piè nascea di pure linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve subitamente. Un drago di sanguigne
macchie spruzzato le cerulee terga, orribile a vedersi, e dallo stesso re d'Olimpo spedito, ecco repente sbucar dall'imo altare, e tortuoso
al platano avvinghiarsi. Avean lor nido in cima a quello i nati tenerelli di passera feconda, latitanti sotto le foglie: otto eran elli, e nona
la madre. Colassù l'angue salito gl'implumi divorò, miseramente pigolanti. Plorava i dolci figli la madre intanto, e svolazzava intorno
pietosamente; finché ratto il serpe vibrandosi afferrò la meschinella all'estremo dell'ala, e lei che l'aure empiea di stridi, nella strozza ascose.
Divorata co' figli anco la madre, del vorator fe' il Dio che lo mandava nuovo prodigio; e lo converse in sasso. Stupidi e muti ne lasciò del fatto
la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo portento fra gli altari intervenuto incerti ci stavamo e paventosi, Calcante profetò: Chiomati Achivi,
perché muti così? Giove ne manda nel veduto prodigio un tardo segno di tardo evento, ma d'eterno onore. Nove augelli ingoiò l'angue divino,
nov'anni a Troia ingoierà la guerra, e la città nel decimo cadrà. Così disse il profeta, ed ecco omai tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
perseverate, generosi Achei, restatevi di Troia al giorno estremo. Levossi a questo dire un alto grido, a cui le navi con orribil eco
rispondean, grido lodator del saggio parlamento d'Ulisse. Ed incalzando quei detti il vecchio cavalier Nestorre, Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
parole intesi di fanciulli a cui nulla cal della guerra. Ove n'andranno i giuramenti, le promesse e i tanti consigli de' più saggi e i tanti affanni,
le libagioni degli Dei, la fede delle congiunte destre? Dissipati n'andran col fumo dell'altare? Achei, noi contendiamo di parole indarno,
e in vane induge il tempo si consuma, che dar si debbe a salutar riparo. Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:
ed in proposte, che d'effetto vote cadran mai sempre, marcir lascia i pochi che in disparte consultano se in Argo redir si debba, pria che falsa o vera
si conosca di Giove la promessa. Io ti fo certo che il saturnio figlio, il giorno che di Troia alla ruïna sciolser gli Achivi le veloci antenne,
non dubbio cenno di favor ne fece balenando a diritta. Alcun non sia dunque che parli del tornarsi in Argo, se prima in braccio di troiana sposa
non vendica d'Elèna il ratto e i pianti. Se taluno pur v'ha che voglia a forza di qua partirsi, di toccar si provi il suo naviglio, e troverà primiero
la meritata morte. Tu frattanto pria ti consiglia con te stesso, o sire, indi cogli altri, né sprezzar l'avviso ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri
per curie e per tribù, sì che a vicenda si porga aita una tribù con l'altra, l'una con l'altra curia. A questa guisa, obbedendo gli Achei, ti fia palese
de' capitani a un tempo e de' soldati qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno con emula virtù pel suo fratello combatterà. Conoscerai pur anco
se nume avverso, o codardìa de' tuoi, o poca d'armi maestrìa ti tolga delle dardanie mura la conquista. Saggio vegliardo, gli rispose Atride,
in tutti della guerra i parlamenti nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove, a Minerva piacesse e al santo Apollo, ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei
a te pari in consiglio; ed atterrata cadrìa ben tosto la città troiana. Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni sommerse, e incauto mi sospinse in vane
gare e contese. Di parole avemmo gran lite Achille ed io d'una fanciulla, ed io fui primo all'ira. Ma se fia che in amistà si torni, un sol momento
non tarderà di Troia il danno estremo. Or via, di cibo a ristorar le forze itene tutti per la pugna. Ognuno l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,
di copioso alimento ognun governi i corridor veloci, e diligente visiti il cocchio, e mediti il conflitto; onde questo sia giorno di battaglia
tutto e di sangue, e senza posa alcuna, finché la notte non estingua l'ire de' combattenti. Di guerrier sudore bagnerassi la soga dello scudo
sui caldi petti, verrà manco il pugno sovra il calce dell'asta, e destrier molti trarranno il cocchio con infranta lena. Qualunque io poscia scorgerò che lungi
dalla pugna si resti appo le navi neghittoso, non fia chi salvo il mandi dalla fame de' cani e degli augelli. Così disse, e al finir di sue parole
mandar gli Achivi un altissimo grido somigliante al muggir d'onda spezzata all'alto lido ove il soffiar la caccia di furioso Noto incontro ai fianchi
di prominente scoglio, flagellato da tutti i venti e da perpetue spume. Si levâr frettolosi, si dispersero per le navi, destâr per tutto il lido
globi di fumo, ed imbandîr le mense. Chi a questo dio sacrifica, chi a quello, al suo ciascun si raccomanda, e il prega di camparlo da morte nella pugna.
Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue toro quinquenne al più possente nume sacrifica, e convita i più prestanti: Nèstore primamente e Idomenèo,
quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse. Spontaneo venne Menelao, cui noto era il travaglio del fratello. E questi
fêr di sé stessi una corona intorno alla vittima, e preso il salso farro nel mezzo Agamennóne orando disse: Glorïoso de' nembi adunatore
massimo Giove abitator dell'etra, pria che il sole tramonti e l'aria imbruni, fa che fumanti al suol di Prìamo io getti gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi
le regie porte; fa che la mia lancia squarci l'usbergo dell'ettoreo petto, e che d'intorno a lui molti suoi fidi boccon distesi mordano la polve.
Disse; ed il nume l'olocausto accolse, ma non il voto, e a lui più lutto ancora preparando venìa. Finito il prego e sparso il farro, ed incurvato all'ara
della vittima il collo, la scannaro, la discuoiaro, ne squartâr le cosce, le rivestîr di doppio zirbo, e sopra poservi i crudi brani. Indi la fiamma
d'aride schegge alimentando, a quella cocean gli entragni nello spiedo infissi. Adusti i fianchi, e fatto delle sacre viscere il saggio, lo restante in pezzi
negli schidon confissero, ed acconcia- mente arrostito ne levaro il tutto. Finita l'opra, apparecchîar le mense, e a suo talento vivandò ciascuno.
Di cibo sazi e di bevanda, prese a così dire il cavalier Nestorre: Re delle genti glorïoso Atride Agamennón, si tolga ogni dimora
all'impresa che in pugno il Dio ne pone. Degli araldi la voce alla rassegna chiami sul lido i loricati Achei, e noi scorriamo le raccolte squadre,
e di Marte destiam l'ira e il desìo. Assentì pronto il sire, ed al suo cenno l'acuto grido degli araldi diede della pugna agli Achivi il fiero invito.
Corsero quelli frettolosi; e i regi di Giove alunni, che seguìan l'Atride, li ponean ratti in ordinanza. Errava Minerva in mezzo, e le splendea sul petto
incorrotta, immortal la prezïosa egida da cui cento eran sospese frange conteste di finissim'oro, e valea cento tauri ogni gherone.
In quest'arme la Diva folgorando concitava gli Achivi, ed accendea l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi a pugnar fieramente e senza posa.
Allor la guerra si fe' dolce al core più che il volger le vele al patrio nido. Siccome quando la vorace vampa sulla montagna una gran selva incende,
sorge splendor che lungi si propaga; così al marciar delle falangi achive mandan l'armi un chiaror che tutto intorno di tremuli baleni il cielo infiamma.
E qual d'oche o di gru volanti eserciti ovver di cigni che snodati il tenue collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere lungo il Caistro, e vagolando esultano
su le larghe ale, e nel calar s'incalzano con tale un rombo che ne suona il prato; così le genti achee da navi e tende si diffondono in frotte alla pianura
del divino Scamandro, e il suol rimbomba sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli terribilmente. Nelle verdi lande del fiume s'arrestâr gremiti e spessi
come le foglie e i fior di primavera. Conti lo sciame dell'impronte mosche che ronzano in april nella capanna, quando di latte sgorgano le secchie,
chi contar degli Achei desìa le torme anelanti de' Teucri alla rovina. Ma quale è de' caprai la maestrìa nel divider le greggie, allor che il pasco
le confonde e le mesce, a questa guisa in ordinate squadre i capitani schieravano gli Achivi alla battaglia. Agamennón qual tauro era nel mezzo,
che nobile e sovrana alza la fronte sovra tutto l'armento e lo conduce: e tal fra tanti eroi Giove gl'infonde e garbo e maestà, che Marte al cinto,
Nettunno al petto, e il Folgorante istesso negli sguardi somiglia e nella testa. Muse dell'alto Olimpo abitatrici, or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive,
riguardate le cose e le sapete: a noi nessuna è conta, e ne susurra di fuggitiva fama un'aura appena), dite voi degli Achivi i condottieri.
Della turba infinita io né parole farò né nome, ché bastanti a questo non dieci lingue mi sarìan né dieci bocche, né voce pur di ferreo petto.
Di tutta l'oste ad Ilio navigata divisar la memoria altri non puote che l'alme figlie dell'Egìoco Giove. Sol dunque i duci, e sol le navi io canto.
Erano de' Beozi i capitani Arcesilao, Leìto e Penelèo e Protenore e Clonio, e traean seco d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa,
con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta Eteono e di Tespia e quei che manda la spaziosa Micalesso e Grea; e quei che d'Arma la contrada edùca,
ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone e Peteone ed Ila ed Ocalèa. Seguono i prodi della ben costrutta Medeone e di Cope, e gli abitanti
d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice. Di Coronèa vien dopo e dell'erbosa Alïarto e di Glissa e di Platèa e d'Ipotebe dalle salde mura
una gran torma: ed altri abbandonaro le sacrate a Nettunno inclite selve d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli; altri il pian di Midèa; altri di Nisa
gli almi boschetti, e gli ultimi confini d'Antèdone. Di questi eran cinquanta le navi, e ognuna cento prodi e venti, fior di beozia gioventù, portava.
Dell'Orcomèno Minïèo gli eletti, misti a quei d'Aspledóne, hanno a lor duci Ascàlafo e Ialmeno, ambo di Marte egregia prole. Ne' secreti alberghi
d'Attore Azìde partorilli Astìoche vereconda fanciulla, alle superne stanze salita, e al forte iddio commista in amplesso furtivo. Eran di questi
trenta le navi che schierârsi al lido. Regge la squadra de' Focensi il cenno di Schedio e d'Epistròfo, incliti figli del generoso Naubolìde Ifìto.
Invìa questi guerrier la discoscesa balza di Pito, e Ciparisso e Crissa, gentil paese, e Daulide e Panope. D'Anemoria e di Jampoli van seco
gli abitatori, e quei che del Cefiso beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa domano i gioghi alle cefisie fonti. Son quaranta le prore al mar fidate
da questi prodi, e tutte in ordinanza de' Beozi disposte al manco lato. Di Locride guidava i valorosi Aiace d'Oïlèo, veloce al corso.
Di tutta la persona egli è minore del Telamonio, né minor di poco; ma picciolo quantunque e non coperto che di lineo torace, ei tutti avanza
e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta. Di Cino, di Calliaro e d'Opunte lo seguono i deletti, e quei di Bessa, e quei che i colti dell'amena Augèe
e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa ai duri agresti, e quei di Tronio a cui il Boagrio torrente i campi allaga. Venti e venti il seguìan preste carene
della locrese gioventù venuta di là dai fini della sacra Eubèa. Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti, Eretrïensi, Calcidensi, e quelli
dell'aprica vitifera Istïea, e di Cerinto in una i marinari, e i montanari dell'alpestre Dio, e quei di Stira e di Caristo han duce
il bellicoso Elefenòr, figliuolo di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti. Snellissimi di piè portan costoro fiocchi di chiome su la nuca, egregi
combattitori, a maraviglia sperti nell'abbassar la lancia, e sul nemico petto smagliati fracassar gli usberghi. E quaranta di questi eran le vele.
Della splendida Atene ecco gli eroi, popolo del magnanimo Erettèo cui l'alma terra partorì. Nudrillo ed in Atene il collocò Minerva
alla sant'ombra de' suoi pingui altari, ove l'attica gente a statuito giro di soli con agnelli e tauri placa la Diva. Guidator di questi
era il Petìde Menestèo. Non vede pari il mondo a costui nella scienza di squadronar cavalli e fanti. Il solo Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince.
Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste sei altre e sei di Salamina uscite, al Telamonio Aiace obbedïenti. Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo
mandava la pianura e la superba d'ardue mura Tirinto e le di cupo golfo custodi Ermïone ed Asìne. Con essi di Trezene e della lieta
di pampini Epidauro e d'Eïone venìa la squadra; e dopo questa un fiero di giovani drappello che d'Egina lasciò gli scogli e di Masete. A questi
tre sono i duci, il marzio Dïomede, Stènelo dell'altero Capanèo diletta prole, e il somigliante a nume Eurïalo figliuol di Mecistèo
Talaionìde. Ma del corpo tutto condottiero supremo è Dïomede. E sono ottanta di costor le antenne. Ma ben cento son quelle a cui comanda
il regnatore Agamennóne Atride. Sua seguace è la gente che gl'invìa la regale Micene e l'opulenta Corinto, e quella della ben costrutta
Cleone e quella che d'Ornee discende, e dell'amena Aretirèa. Né scarsa fu de' suoi Sicïon, seggio primiero d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa
Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte le marittime prode, e tutta intorno d'Elice la campagna impoverîrsi d'abitatori. E questa truppa è fiore
di gagliardi, e la più di quante allora schierârsi in campo. D'arme rilucenti iva il duce vestito, ed esultava in suo segreto del vedersi il primo
fra tanti eroi; e veramente egli era il maggior di que' regi, e conducea il maggior nerbo delle forze achive. Il concavo di balze incoronato
Lacedemonio suol Sparta e Brisèe, e Fari e Messa di colombe altrice, e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada, Etilo ed Elo al mar giacente e Laa,
queste tutte spedîr sovra sessanta prore i lor figli; e Menelao li guida aitante guerrier. Disgiunta ei tiene dalla fraterna la sua schiera, e forte
del suo proprio valor la sprona all'armi, di vendicar su i Teucri impazïente l'onta e i sospir della rapita Elèna. Di novanta navigli capitano
veniva il veglio cavalier Nestorre. Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo, e della ben fondata Epi, con quelli
a cui Ciparissente e Anfigenìa sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio, Dorio famosa per l'acerbo scontro che col tracio Tamiri ebber le Muse
il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi dell'ecaliese Eurito ei fea ritorno. Millantava costui che vinte avrìa al paragon del canto anco le Muse,
le Muse figlie dell'Egìoco Giove. Adirate le dive al burbanzoso tolser la luce e il dolce canto e l'arte delle corde dilette animatrice.
Seguìa l'arcade schiera dalle falde del Cillene discesa e dai contorni del tumulo d'Epito, esperta gente nel ferir da vicino. Uscìa con essa
di campestri garzoni una caterva, che del Fenèo li paschi e il pecoroso Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe e di Strazia i coloni e di Tegèa,
e quei d'Enispe tempestosa, e quelli cui dell'amena Mantinèa nutrisce l'opima gleba e la stinfalia valle e la parrasia selva. Avean costoro
spiegate al vento di cinquanta e dieci navi le vele, che a varcar le negre onde lor diè lo stesso rege Atride Agamennóne; perocché di studi
marinareschi all'Arcade non cale. D'intrepidi nell'arme e sperti petti iva carca ciascuna, e le reggea d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre.
La squadra che consegue, e si divide quadripartita, ha quattro duci, e ognuno a dieci navi accenna. Le montaro molti Epèi valorosi, e gli abitanti
di Buprasio e del sacro elèo paese, e di tutto il terren che tra il confine di Mirsino ed Irmino si racchiude, e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio.
Di Cteato figliuol l'illustre Anfìmaco guida il primo squadron, Talpio il secondo, egregio seme dell'Eurito Attòride; Dïore il terzo, generosa prole
d'Amarincèo. Del quarto è correttore il simigliante a nume Polisseno, germe dell'Augeïade Agastene. Ai forti di Dulichio e delle sacre
Echinadi isolette, che rimpetto alle contrade elèe rompon l'opposto pelago, a questi è condottier Megète, di sembiante guerrier pari a Gradivo.
Il generò Filèo diletto a Giove, buon cavalier che dai paterni un giorno odii sospinto alla dulichia terra migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio
quaranta prore ad Ilïon guidava. Dei prodi Cefaleni, abitatori d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso, di Crocilèa, di Samo e di Zacinto
e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto continente, di tutti è duce Ulisse vero senno di Giove; e lo seguièno dodici navi di vermiglio pinte.
Ne spinge in mar quaranta il capitano degli Etòli Toante, a cui fu padre Andrèmone; e traea seco le torme di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
quelle dell'aspra Calidone e quelle di Calcide. E raccolta era in Toante degli Etòli la somma signorìa da che la Parca i figli ebbe percosso
del magnanimo Enèo, posto col biondo Meleagro infelice ei pur sotterra. Il gran mastro di lancia Idomenèo guida i Cretesi che di Gnosso usciro,
di Litto, di Mileto e della forte Gortina e della candida Licasto e di Festo e di Rizio, inclite tutte popolose contrade, ed altri molti
dell'alma Creta abitator, di Creta che di cento città porta ghirlanda. Di questi tutti Idomenèo divide col marzio Merïon la glorïosa
capitananza; e ottanta navi han seco. Nove da Rodi ne varâr gli alteri Rodiani per l'isola partiti in triplice tribù: Lindo, Jaliso,
e il biancheggiante di terren Camiro. L'Eràclide Tlepòlemo è lor duce, grande e robusto battaglier che al forte Ercole un giorno Astiochèa produsse,
cui d'Efira e dal fiume Selleente seco addusse l'eroe, poiché distrutto v'ebbe molte cittadi e molta insieme gioventù generosa. Entro i paterni
fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto di subitaneo colpo a morte mise Licinnio, al padre avuncolo diletto, e canuto guerrier. Ratto costrusse
alquante navi l'uccisore, e accolti molti compagni, si fuggì per l'onde, l'ira vitando e il minacciar degli altri figli e nipoti dell'erculeo seme.
Dopo error molti e stenti i fuggitivi toccâr di Rodi il lido, e qui divisi tutti in tre parti posero la stanza: e il gran re de' mortali e degli Dei
li dilesse, e su lor piovve la piena d'infinita mirabile ricchezza. Nirèo tre navi conducea da Sima, Nirèo d'Aglaia figlio e di Caropo,
Nirèo di quanti navigaro a Troia il più vago, il più bel, dopo il Pelìde beltà perfetta. Ma un imbelle egli era; e turba lo seguìa di pochi oscuri.
Quei che tenean Nisiro e Caso e Cràpato e Coo seggio d'Euripilo, e le prode dell'isole Calidne, il cenno regge d'Antifo e di Fidippo, ambo figliuoli
di Tessalo Eraclìde. E trenta navi aravano a costor l'onda marina. Ditene adesso, o Dive, i valorosi d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo
e di Trachine; né di Ftia né d'Ellade, di bellissime donne educatrice, gli eroi tacete, Mirmidón chiamati, ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta
prore a costoro è capitano Achille. Ma di guerra in que' cor tace il pensiero, ch'ei più non hanno chi a pugnar li guidi. Il divino Pelìde appo le navi
neghittoso si giace, e della tolta Briseide l'ira si smaltisce in petto, bella di belle chiome alma fanciulla che in Lirnesso ei s'avea con molto affanno
conquistata per mezzo alla ruina di Lirnesso e di Tebe, a morte spinti del bellicoso Eveno ambo i figliuoli Epistrofo e Minete. Per costei
languìa nell'ozio il mesto eroe; ma il giorno del suo destarsi all'armi era vicino. Quei che Filàce e la fiorita Pìrraso, terra a Cerere sacra, e la feconda
di molto gregge Itóne e quei che manda la marittima Antrone e di Ptelèo l'erboso suol, reggea, mentre che visse, il marzïal Protesilao. Ma lui
la negra terra allor chiudea nel seno, e la moglie in Filàce derelitta le belle gote lacerava, e tutta vedova del suo re piangea la casa.
Primo ei balzossi dalle navi, e primo trafitto cadde dal dardanio ferro: ma senza duce non restò sua schiera, ché Podarce or la guida, esimio figlio
del Filacide Ificlo, che di pingui lanose torme avea molta ricchezza. Del magnanimo ucciso era Podarce minor germano; ma perché quel grande
non pur d'anni il vincea, ma di prodezza, l'egregio estinto duce era pur sempre di sua schiera il desìo. Di questa squadra son quaranta le navi in ordinanza.
Gli abitator di Fere, appo il bebèo stagno, e quelli di Bebe e di Glafira e dell'alta Jaolco avean salpato con undici navigli. Eumelo è duce,
germe caro d'Admeto, e la divina infra le donne Alcesti il partorìo, delle figlie di Pelia la più bella. Di Metone, Taumacia e Melibèa
e dell'aspra Olizone era venuto con sette prore un fier drappello, e carca di cinquanta gagliardi era ciascuna, sperti di remo e d'arco e di battaglia.
Famoso arciero li reggea da prima Filottete; ma questi egro d'acuti spasmi ora giace nella sacra Lenno, ove da tetra di pestifer angue
piaga offeso gli Achei l'abbandonaro. Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi ricorderansi, e in breve. Intanto il fido suo stuol si strugge del desìo di lui,
ma non va senza duce. Lo governa Medon cui spurio figlio ad Oïlèo eversor di città Rena produsse. Que' poi che Tricca e la scoscesa Itome
ed Ecalia tenean seggio d'Eurito, han capitani d'Esculapio i figli, della paterna medic'arte entrambi sperti assai, Podalirio e Macaone.
Fan trenta navi di costor la schiera. Ormenio, Asterio e l'iperèe fontane, e del Titano le candenti cime i lor prodi mandâr sotto il comando
del chiaro figlio d'Evemone Eurìpilo da quaranta carene accompagnato. D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona e della bianca Oloossona i figli
procedono suggetti al fermo e forte Polipete, figliuol di Piritòo, del sempiterno Giove inclito seme; e generollo a Piritòo l'illustre
Ippodamìa quel dì che dei bimembri irti Centauri ei fe' l'alta vendetta, e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi li confinò. Né solo è Polipete,
ma seco è Leontèo, marzio germoglio del Cenìde magnanimo Corone. E questa è squadra di quaranta antenne. Venti da Cifo e due Gunèo ne guida
d'Enieni onerose e di Perebi, franchi soldati, e di color che intorno alla fredda Dodona avean la stanza, e di quelli che solcano gli ameni
campi cui l'onda titaresia irriga, rivo gentil che nel Penèo devolve le sue bell'acque, né però le mesce con gli argenti penèi, ma vi galleggia
come liquida oliva; ché di Stige (giuramento tremendo) egli è ruscello. Ultimo vien di Tentredone il figlio il veloce Protòo, duce ai Magneti
dal bel Penèo mandati e dal frondoso Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi fur dell'achiva armata i capitani. Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente
di tanti duci e de' cavalli insieme che gli Atridi seguîr. Prestanti assai eran le fereziadi puledre ch'Eumelo maneggiava, agili e ratte
come penna d'augello, ambe d'un pelo, d'età pari e di dosso a dritto filo. Il vibrator del curvo arco d'argento Febo educolle ne' pïerii prati,
e portavan di Marte la paura nelle battaglie. Degli eroi primiero era l'Aiace Telamonio, mentre perseverò nell'ira il grande Achille,
il più forte di tutti; e innanzi a tutti ivan di pregio i corridor portanti l'incomparabil Tessalo. Ma questi nelle ricurve navi si giacea
inoperoso, e sempre spirante ira contro l'Atride Agamennóne. Intanto lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco i suoi guerrieri si prendean diletto.
Oziosi i cavalli appo i lor cocchi pasceano l'apio paludoso e il loto, e i cocchi si giacean coperti e muti nelle tende dei duci, e i duci istessi,
del bellicoso eroe desiderosi, givan pel campo vagabondi e inerti. Movean le schiere intanto in vista eguali a un mar di foco inondator, che tutta
divorasse la terra; ed alla pesta de' trascorrenti piedi il suol s'udìa rimbombar. Come quando il fulminante irato Giove Inarime flagella
duro letto a Tifèo, siccome è grido; così de' passi al suon gemea la terra. Mentre il campo traversano veloci gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri
Iri discese di feral novella apportatrice, e la spedìa di Giove un comando. Tenean questi consiglio giovani e vecchi, congregati tutti
ne' regali vestiboli. Mischiossi tra lor la Diva, di Polìte assunta l'apparenza e la voce. Era Polìte di Prìamo un figlio che, del piè fidando
nella prestezza, stavasi de' Teucri esploratore al monumento in cima dell'antico Esïeta, e vi spïava degli Achivi la mossa. In queste forme
trasse innanzi la Diva, e al re conversa, Padre, disse, che fai? Sempre a te piace il molto sermonar come ne' giorni della pace; né pensi alla ruina
che ne sovrasta. Molte pugne io vidi, ma tali e tante non vid'io giammai ordinate falangi. Numerose al pari delle foglie e dell'arene
procedono nel campo a dar battaglia sotto Troia. Tu dunque primamente, Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni ad effetto. Nel sen di questa grande
città diversi di diverse lingue abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno de' lor duci si ponga alla lor testa, e tutti in punto di pugnar li metta.
Conobbe Ettorre della Dea la voce, e di subito sciolse il parlamento. Corresi all'armi, si spalancan tutte le porte, e folti sboccano in tumulto
fanti e cavalli. Alla città rimpetto solitario nel piano ergesi un colle a cui s'ascende d'ogni parte. È detto da' mortali Batièa, dagl'immortali
tomba dell'agilissima Mirinna; ivi i Teucri schierârsi e i collegati. Capitan de' Troiani è il grande Ettorre, d'eccelso elmetto agitator. Lo segue
de' più forti guerrier schiera infinita coll'aste in pugno di ferir bramose. Ai Dàrdani comanda il valoroso figliuol d'Anchise Enea cui la divina
Venere in Ida partorì, commista diva immortale ad un mortal; ned egli solo comanda, ma ben anco i due Antenòridi Archiloco e Acamante
in tutte guise di battaglia esperti. Quei che dell'Ida alle radici estreme hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani la profonda beventi acqua d'Asepo,
Pandaro guida, licaonio figlio, cui fe' dono dell'arco Apollo istesso. Della città d'Apesio e d'Adrastèa, di Pitièa la gente e dell'eccelsa
ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio corazzato di lino, ambo rampolli di Merope Percosio. Era costui divinator famoso, ed a' suoi figli
non consentìa l'andata all'omicida guerra. Ma i figli non l'udîr; ché nero a morir li traea fato crudele. Mandâr Percote e Prazio e Sesto e Abido
e la nobile Arisba i lor guerrieri, ed Asio li conduce, Asio figliuolo d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne da fervidi portato alti cavalli
alla riviera sellentèa nudriti. Dalla pingue Larissa i furibondi lanciatori pelasghi Ippòtoo mena con Pilèo, bellicosi ambo germogli
del pelasgico Leto Teutamìde. Acamante e l'eroe duce Piròo i Traci conducean quanti ne serra l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni
del giavellotto vibratori, Eufemo del Ceade Trezeno alto nipote; poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce
la rimota Amidone, e l'Assio, fiume di larga correntìa, l'Assio di cui non si spande ne' campi onda più bella. Dall'èneto paese ov'è la razza
dell'indomite mule, conducea di Pilemene l'animoso petto i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo e di splendide case abitatori
lungo le rive del Partenio fiume, e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse balze eritine. Li seguìa la squadra degli Alizòni d'Alibe discesi,
d'Alibe ricca dell'argentea vena. Duci a questi eran Odio ed Epistròfo, e Cromi ai Misii e l'indovino Eunòmo. Ma con gli augurii il misero non seppe
schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde del Pelìde, quel dì che di nemica strage vermiglio lo Scamandro ei fece. Forci ed Ascanio deïforme al campo
dall'Ascania traean le frigie torme di commetter battaglia impazïenti. Di Pilemene i figli Antifo e Mestle, alla gigèa palude partoriti,
ai Meonii eran duci, a quelli ancora che alla falda del Tmolo ebber la vita. Quindi i Carii di barbara favella di Mileto abitanti e del frondoso
monte de' Ftiri e del meandrio fiume e dell'erte di Mìcale pendici. Anfimaco a costor con Naste impera, figli di Nomïon, Naste un prudente,
Anfimaco un insano. Iva alla pugna carco d'oro costui come fanciulla: stolto! ché l'oro allontanar non seppe l'atra morte che il giunse allo Scamandro.
Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro preda del forte vincitor rimase. Venìan di Licia alfine, e dai rimoti gorghi del Xanto i Licii, e li guidava
l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.
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