Skip to content
1754–1828

Libro quarto

Vincenzo Monti

Nell'auree sale dell'Olimpo accolti intorno a Giove si sedean gli Dei a consulta. Fra lor la veneranda Ebe versava le nettaree spume,

e quelli a gara con alterni inviti l'auree tazze votavano mirando la troiana città. Quand'ecco il sommo Saturnio, inteso ad irritar Giunone,

con un obliquo paragon mordace così la punse: Due possenti Dive aiutatrici ha Menelao, l'Argiva Giuno e Minerva Alalcomènia. E pure

neghittose in disparte ambo si stanno sol del vederlo dilettate. Intanto fida al fianco di Paride l'amica del riso Citerèa lungi respinge

dal suo caro la Parca; e dianzi, in quella ch'ei morto si tenea, servollo in vita. Rimasta è al forte Menelao la palma; ma l'alto affar non è compiuto, e a noi

tocca il condurlo, e statuïr se guerra fra le due genti rinnovar si debba, od in pace comporle. Ove la pace tutti appaghi gli Dei, stia Troia, e in Argo

con la consorte Menelao ritorni. Strinser, fremendo a questo dir, le labbia Giuno e Minerva, che vicin sedute venìan de' Teucri macchinando il danno.

Quantunque al padre fieramente irata tacque Minerva e non fiatò. Ma l'ira non contenne Giunone, e sì rispose: Acerbo Dio, che parli? A far di tante

armate genti accolta, alla ruïna di Prìamo e de' suoi figli, ho stanchi i miei immortali corsieri; e tu pretendi frustrar la mia fatica, ed involarmi

de' miei sudori il frutto? E ben, t'appaga; ma di noi tutti non sperar l'assenso. Feroce Diva, replicò sdegnoso l'adunator de' nembi, e che ti fêro,

e Prìamo e i Prïamìdi, onde tu debba voler sempre di Troia il giorno estremo? La tua rabbia non fia dunque satolla se non atterri d'Ilïon le porte,

e sull'infrante mura non ti bevi del re misero il sangue e de' suoi figli e di tutti i Troiani? Or su, fa come più ti talenta, onde fra noi sorgente

d'acerbe risse in avvenir non sia questo dissidio: ma riponi in petto le mie parole. Se desìo me pure prenderà d'atterrar qualche a te cara

città, non porre a' miei disdegni inciampo, e liberi li lascia. A questo patto Troia io pur t'abbandono, e di mal cuore; ché, di quante città contempla in terra

l'occhio del Sole e dell'eteree stelle, niuna io m'aggio più cara ed onorata come il sacro Ilïone e Prìamo e tutta di Prìamo pur la bellicosa gente:

perocché l'are mie per lor di sacre opime dapi abbondano mai sempre, e di libami e di profumi, onore solo alle dive qualità sortito.

Compose a questo dir la veneranda Giuno gli sguardi maestosi, e disse: Tre cittadi sull'altre a me son care, Argo, Sparta, Micene; e tu le struggi

se odïose ti sono. A lor difesa né man né lingua moverò; ché quando pure impedir lo ti volessi, indarno il tentarlo uscirìa, sendo d'assai

tu più forte di me. Ma dritto or parmi che tu vano non renda il mio disegno, ch'io pur son nume, e a te comune io traggo l'origine divina, io dell'astuto

Saturno figlia, e in alto onor locata, perché nacqui sorella e perché moglie son del re degli Dei. Facciam noi dunque l'un dell'altro il volere, e il seguiranno

gli altri Eterni. Or tu ratto invìa Minerva fra i due commossi eserciti, onde spinga i Troiani ad offendere primieri, rotto l'accordo, i baldanzosi Achei.

Assentì Giove al detto, ed a Minerva, Scendi, disse, veloce, e fa che i Teucri primi offendan gli Achei, turbando il patto. A Minerva, per sé già desiosa,

sprone aggiunse quel cenno. In un baleno dall'Olimpo calò. Quale una stella cui portento a' nocchieri o a numerose schiere d'armati scintillante e chiara

invìa talvolta di Saturno il figlio; tale in vista precipita dall'alto Minerva in terra, e piantasi nel mezzo. Stupîr Teucri ed Achivi all'improvvisa

visïone, e talun disse al vicino: Arbitro della guerra oggi vuol Giove per certo rinnovar fra un campo e l'altro l'acerba pugna, o confermar la pace.

La Dea mischiossi tra la folta intanto delle turbe troiane, e la sembianza di Laòdoco assunta (un valoroso d'Antènore figliuol) si pose in traccia

del deïforme Pandaro. Trovollo stante in piedi nel mezzo al clipeato stuolo de' forti che l'avea seguìto dalle rive d'Esepo. Appropinquossi

a lui la Diva, e disse: Inclito germe di Licaon, vuoi tu ascoltarmi? Ardisci, vibra nel petto a Menelao la punta d'un veloce quadrello. E grazia e lode

te ne verrà dai Dàrdani e dal prence Paride in prima, che d'illustri doni colmeratti, vedendo il suo rivale montar sul rogo, dal tuo stral trafitto.

Su via dunque, dardeggia il burbanzoso Atride, e al licio saettante Apollo prometti che, tornato al patrio tetto nel! a sacra Zelèa, darai di scelti

primogeniti agnelli un'ecatombe. Così disse Minerva, e dello stolto persuase il pensier. Diè mano ei tosto al bell'arco, già spoglia di lascivo

capro agreste. L'aveva egli d'agguato, mentre dal cavo d'una rupe uscìa, colto nel petto, e su la rupe steso resupino. Sorgevano alla belva

lunghe sedici palmi su l'altera fronte le corna. Artefice perito le polì, le congiunse, e di lucenti anelli d'oro ne fregiò le cime.

Tese quest'arco, e dolcemente a terra Pandaro l'adagiò. Dinanzi a lui protendono le targhe i fidi amici, onde assalito dagli Achei non vegna,

pria ch'egli il marzio Menelao percuota. Scoperchiò la faretra, ed un alato intatto strale ne cavò, sorgente di lagrime infinite. Indi sul nervo

l'adattando promise al licio Apollo di primonati agnelli un'ecatombe ritornato in Zelèa. Tirò di forza colla cocca la corda, alla mammella

accostò il nervo, all'arco il ferro, e fatto dei tesi estremi un cerchio, all'improvviso l'arco e il nervo fischiar forte s'udiro, e lo strale fuggì desideroso

di volar fra le turbe. Ma non fûro immemori di te, tradito Atride, in quel punto gli Dei. L'armipotente figlia di Giove si parò davanti

al mortifero telo, e dal tuo corpo lo devïò sollecita, siccome tenera madre che dal caro volto del bambino che dorme un dolce sonno,

scaccia l'insetto che gli ronza intorno. Ella stessa la Dea drizzò lo strale ove appunto il bel cinto era frenato dall'auree fibbie, e si stendea davanti

qual secondo torace. Ivi l'acerbo quadrello cadde, e traforando il cinto nel panzeron s'infisse e nella piastra che dalle frecce il corpo gli schermìa.

Questa gli valse allor d'assai, ma pure passolla il dardo, e ne sfiorò la pelle, sì che tosto diè sangue la ferita. Come quando meonia o caria donna

tinge d'ostro un avorio, onde fregiarne di superbo destriero le mascelle; molti d'averlo cavalieri han brama; ma in chiusa stanza ei serbasi bel dono

a qualche sire, adornamento e pompa del cavallo ed in un del cavaliero: così di sangue imporporossi, Atride, la tua bell'anca, e per lo stinco all'imo

calcagno corse la vermiglia riga. Raccapricciossi a questa vista il rege Agamennón, raccapricciò lo stesso marzïal Menelao; ma quando ei vide

fuor della polpa l'amo dello strale, gli tornò tosto il core, e si rïebbe. Per man tenealo intanto Agamennóne, ed altamente fra i dolenti amici

sospirando dicea: Caro fratello, perché qui morto tu mi fossi, io dunque giurai l'accordo, te mettendo solo per gli Achivi a pugnar contra i Troiani,

contra i Troiani che l'accordo han rotto, e a tradimento ti ferîr? Ma vano non andrà delle vittime il giurato sangue, né i puri libamenti ai numi,

né la fé delle destre. Il giusto Giove può differire ei sì, ma non per certo obblïar la vendetta; e caro un giorno colle lor teste, colle mogli e i figli

ne pagheranno gli spergiuri il fio. Tempo verrà (di questo ho certo il core) ch'Ilio e Prìamo perisca, e tutta insieme la sua perfida gente. Dall'eccelso

etereo seggio scoterà sovr'essi l'egida orrenda di Saturno il figlio di tanta frode irato; e non cadranno vôti i suoi sdegni. Ma d'immenso lutto

tu cagion mi sarai, dolce fratello, se morte tronca de' tuoi giorni il corso. Sorgerà negli Achei vivo il desìo del patrio suolo, e d'onta carco in Argo

io tornerommi, e lasceremo ai Teucri, glorïoso trofeo, la tua consorte. Putride intanto nell'iliaca terra l'ossa tue giaceran, senz'aver dato

fine all'impresa, e il tumulo del mio prode fratello un qualche Teucro altero calpestando, dirà: Possa i suoi sdegni satisfar così sempre Agamennóne,

siccome or fece, senza pro guidando l'argoliche falangi a questo lido, d'onde scornato su le vote navi alla patria tornò, qui derelitto

l'illustre Menelao. Sì fia ch'ei dica; e allor mi s'apra sotto i piè la terra. Ti conforta, rispose il biondo Atride, né co' lamenti spaventar gli Achivi.

In mortal parte non ferì l'acuto dardo: di sopra il ricamato cinto mi difese, e di sotto la corazza e questa fascia che di ferrea lama

buon fabbro foderò. — Sì voglia il cielo, diletto Menelao, l'altro riprese. Intanto tratterà medica mano la tua ferita, e farmaco porravvi

atto a lenire ogni dolor. — Si volse all'araldo, ciò detto, e, Va, soggiunse, vola, o Taltibio, e fa che ratto il figlio d'Esculapio, divin medicatore,

Macaon qua ne vegna, e degli Achei al forte duce Menelao soccorra, cui di freccia ferì qualche troiano o licio saettier che sé di gloria,

noi di lutto coprì. — Disse, e l'araldo tra le falangi achee corse veloce in traccia dell'eroe. Ritto lo vide fra lo stuolo de' prodi che da Tricca

altrice di corsier l'avea seguìto: appressossi, e con rapide parole, Vien, gli disse, t'affretta, o Macaone; Agamennón ti chiama: il valoroso

Menelao fu di stral colto da qualche licio arciero o troiano che superbo va del nostro dolor. Corri, e lo sana. Al tristo annunzio si commosse il figlio

d'Esculapio; e veloci attraversando il largo campo acheo, fur tosto al loco ove al ferito dëiforme Atride facean cerchio i migliori. Incontanente

dal balteo estrasse Macaon lo strale, di cui curvârsi nell'uscir gli acuti ami: disciolse ei quindi il vergolato cinto e il torace colla ferrea fascia

sovrapposta; e scoperta la ferita, succhionne il sangue, e destro la cosparse dei lenitivi farmaci che al padre, d'amor pegno, insegnati avea Chirone.

Mentre questi alla cura intenti sono del bellicoso Atride, ecco i Troiani marciar di nuovo con gli scudi al petto, e di nuovo gli Achei l'armi vestire

di battaglia bramosi. Allor vedevi non assonnarsi, non dubbiar, né pugna schivar l'illustre Agamennón; ma ratto volar nel campo della gloria. Il carro

e i fervidi destrier tratti in disparte lascia all'auriga Eurimedonte, figlio del Piraìde Tolomèo; gl'impone di seguirlo vicin, mentre pel campo

ordinando le turbe egli s'aggira, onde accorrergli pronto ove stanchezza gli occupasse le membra. Egli pedone scorre intanto le file, e quanti all'armi

affrettarsi ne vede, ei colla voce fortemente gl'incuora, e grida: Argivi, niun rallenti le forze: il giusto Giove bugiardi non aiuta: chi primiero

l'accordo vïolò, pasto vedrassi di voraci avoltoi, mentre captive le dilette lor mogli in un co' figli noi nosco condurremo, Ilio distrutto.

Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi della battaglia, con irati accenti li rabbuffando, O Argivi, egli dicea, o guerrier da balestra, o vitupèri!

Non vi prende vergogna? A che vi state istupiditi come zebe, a cui, dopo scorso un gran campo, la stanchezza ruba il piede e la lena? E voi del pari

allibiti al pugnar vi sottraete. Aspettate voi forse che il nemico alla spiaggia s'accosti ove ritratte stan sul secco le prore, onde si vegga

se Giove allor vi stenderà la mano? Così imperando trascorrea le schiere. Venne ai Cretesi; e li trovò che all'armi davan di piglio intorno al bellicoso

Idomenèo. Per vigorìa di forze pari a fiero cinghiale Idomenèo guidava l'antiguardia, e Merïone la retroguardia. Del vederli allegro

il sir de' forti Atride al re cretese con questo dolce favellar si volse: Idomenèo, te sopra i Dànai tutti cavalieri veloci in pregio io tegno,

sia nella guerra, sia nell'altre imprese, sia ne' conviti, allor che ne' crateri d'almo antico lïeo versan la spuma i supremi tra' Greci. Ove degli altri

chiomati Achivi misurato è il nappo, il tuo del par che il mio sempre trabocca, quando ti prende di bombar la voglia. Or entra nella pugna, e tal ti mostra

qual dianzi ti vantasti. — E de' Cretensi a lui lo duce: Atride, io qual già pria t'impromisi e giurai, fido compagno per certo ti sarò. Ma tu rinfiamma

gli altri Achivi a pugnar senza dimora. Rupper l'accordo i Teucri, e perché primi del patto violâr la santitate, sul lor capo cadran morti e ruine.

Disse; e gioioso proseguì l'Atride fra le caterve la rivista, e venne degli Aiaci alla squadra. In tutto punto metteansi questi, e li seguìa di fanti

un nugolo. Siccome allor che scopre d'alto loco il pastor nube che spinta su per l'onde da Cauro s'avvicina, e bruna più che pece il mar viaggia,

grave il seno di nembi; inorridito ei la guarda, ed affretta alla spelonca le pecorelle; così negre ed orride per gli scudi e per l'aste si moveano

sotto gli Aiaci accolte le falangi de' giovani veloci al rio conflitto. Allegrossi a tal vista Agamennóne, e a' lor duci converso in presti accenti,

Aiaci, ei disse, condottieri egregi de' loricati Achivi, io non v'esorto, (ciò fôra oltraggio) a inanimar le vostre schiere; già per voi stessi a fortemente

pugnar le stimolate. Al sommo Giove e a Pallade piacesse e al santo Apollo, che tal coraggio in ogni petto ardesse, e tosto presa ed adeguata al suolo

per le man degli Achei Troia cadrebbe. Così detto lasciolli, e procedendo a Nèstore arrivò, Nèstore arguto de' Pilii arringator, che in ordinanza

i suoi prodi metteva, e alla battaglia li concitava. Stavangli dintorno il grande Pelagonte ed Alastorre, e il prence Emone e Cromio, ed il pastore

di popoli Biante. In prima ei pose alla fronte coi carri e coi cavalli i cavalieri, e al retroguardo i fanti, che molti essendo e valorosi, il vallo

formavano di guerra. Indi nel mezzo i codardi rinchiuse, onde forzarli lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a tutto porge ricordo ai combattenti equestri

di frenar lor cavalli, e non mischiarsi confusamente nella folla. — Alcuno non sia, soggiunse, che in suo cor fidando e nell'equestre maestrìa, s'attenti

solo i Teucri affrontar di schiera uscito: né sia chi retroceda; ché cedendo si sgagliarda il soldato. Ognun che sceso dal proprio carro l'ostil carro assalga,

coll'asta bassa investalo, ché meglio sì pugnando gli torna. Con quest'arte, con questa mente e questo ardir nel petto le città rovesciâr gli antichi eroi.

Il canuto così mastro di guerra le sue genti animava. In lui fissando gli occhi l'Atride, giubilonne, e tosto queste parole gli drizzò: Buon veglio,

oh t'avessi tu salde le ginocchia e saldi i polsi come hai saldo il core! La ria vecchiezza, che a null'uom perdona, ti logora le forze ah perché d'altro

guerrier non grava la crudel le spalle! perché de' tuoi begli anni è morto il fiore! Ed il gerenio cavalier rispose: Atride, al certo bramerei pur io

quelle forze ch'io m'ebbi il dì che morte diedi all'illustre Ereutalion. Ma tutti tutto ad un tempo non comparte Giove i suoi doni al mortal. Rideami allora

gioventude: or mi doma empia vecchiezza. Ma qual pur sono mi starò nel mezzo de' cavalieri nella pugna, e gli altri gioverò di parole e di consiglio,

ché questo è officio de' provetti. Dêssi lasciar dell'aste il tiro ai giovinetti di me più destri e nel vigor securi. Disse; e lieto l'Atride oltrepassando

venne al Petìde Menestèo, perito di cocchi guidator, ritto nel mezzo de' suoi prodi Cecròpii. Eragli accanto lo scaltro Ulisse colle forti schiere

de' Cefaleni, che non anco udito di guerra il grido avean, poiché le teucre e l'argive falangi allora allora cominciavan le mosse: e questi in posa

aspettavan che stuolo altro d'Achei impeto fésse ne' Troiani il primo, e ingaggiasse battaglia. In quello stato li sorprese l'Atride; e corruccioso

fe' dal labbro volar questa rampogna: Petìde Menestèo, figlio non degno d'un alunno di Giove, e tu d'inganni astuto fabbro, a che tremanti state

gli altri aspettando, e separati? A voi entrar conviensi nella mischia i primi, perché primi io vi chiamo anche ai conviti ch'ai primati imbandiscono gli Achei.

Ivi il saìme saporar vi giova delle carni arrostite, e a piena gola di soave lïeo cioncar le tazze. Or vi giova esser gli ultimi, e vi fôra

grato il veder ben dieci squadre achee innanzi a voi scagliarsi entro il conflitto. Lo guatò bieco Ulisse, e gli rispose: Qual detto, Atride, ti fuggì di bocca?

e come ardisci di chiamarne in guerra neghittosi? Allorché contra i Troiani daran principio al rio marte gli Achei, vedrai, se il brami e te ne cal, vedrai

nelle dardanie file antesignane di Telemaco il padre. Or cianci al vento. Veduto il cruccio dell'eroe, sorrise l'Atride, e dolce ripigliò: Divino

di Laerte figliuol, sagace Ulisse, né sgridarti vogl'io, né comandarti fuor di stagione, ch'io ben so che in petto volgi pensieri generosi, e senti

ciò ch'io pur sento. Or vanne, e pugna; e s'ora dal labbro mi fuggì cosa mal detta, ripareremla in altro tempo. Intanto ne disperdano i numi ogni ricordo.

Ciò detto, gli abbandona, e ad altri ei passa; e ritto in piedi sul lucente cocchio il magnanimo figlio di Tidèo Dïomede ritrova. Al fianco ha Stènelo,

prole di Capanèo. Si volse il sire Agamennóne a Dïomede, e ratto con questi accenti rampognollo: Ahi figlio del bellicoso cavalier Tidèo,

di che paventi? Perché guardi intorno le scampe della pugna? Ah! non solea così Tidèo tremar; ma precorrendo d'assai gli amici, co' nemici ei primo

s'azzuffava. Ciascun che ne' guerrieri travagli il vide, lo racconta. In vero né compagno io gli fui né testimone, ma udii che ogni altro di valore ei vinse.

Ben coll'illustre Polinice un tempo senz'armati in Micene ospite ei venne, onde far gente che alle sacre mura li seguisse di Tebe, a cui già mossa

avean la guerra; e ne fêr ressa e preghi per ottenerne generosi aiuti; e volevam noi darli, e la domanda tutta appagar; ma con infausti segni

Giove da tanto ne distolse. Or come gli eroi si fûro dipartiti e giunti dopo molto cammino al verdeggiante giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe

spedîr Tidèo gli Achivi. Andovvi, e molti banchettanti Cadmei trovò del forte Eteòcle alle mense. In mezzo a loro, quantunque estrano e solo, il cavaliero

senza punto temer tutti sfidolli al paragon dell'armi, e tutti ei vinse, col favor di Minerva. Irati i vinti di cinquanta guerrieri, al suo ritorno,

gli posero un agguato. Eran lor duci l'Emonide Meone, uom d'almo aspetto, e d'Autofano il figlio Licofonte, intrepido campion. Tidèo gli uccise

tutti, ed un solo per voler de' numi, il sol Meone rimandonne a Tebe. Tal fu l'etòlo eroe, padre di prole miglior di lingua, ma minor di fatti.

Non rispose all'acerbo il valoroso Tidìde, e rispettò del venerando rege il rabbuffo; ma rispose il figlio del chiaro Capanèo, dicendo: Atride,

non mentir quando t'è palese il vero. Migliori assai de' nostri padri a dritto noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue sette porte espugnammo: e nondimen più scarsi

eran gli armati che guidammo al sacro muro di Marte, ne' divini auspìci fidando e in Giove. Per l'opposto quelli peccâr d'insano ardire e vi periro.

Non pormi adunque in onor pari i padri. Gli volse un guardo di traverso il forte Tidìde, e ripigliò: T'accheta, amico, ed obbedisci al mio parlar. Non io,

se il re supremo Agamennóne istiga alla pugna gli Achei, non io lo biasmo. Fia sua la gloria, se, domati i Teucri, noi la sacra cittade espugneremo,

e suo, se spenti noi cadremo, il lutto. Dunque a dar prove di valor si pensi. Disse, e armato balzò dal cocchio in terra. Orrendamente risonâr sul petto

l'armi al re concitato, a tal che preso n'avrìa spavento ogni più fermo core. Siccome quando al risonante lido, di Ponente al soffiar, l'uno sull'altro

del mar si spinge il flutto; e prima in alto gonfiasi, e poscia su la sponda rotto orribilmente freme, e intorno agli erti scogli s'arriccia, li sormonta, e in larghi

sprazzi diffonde la canuta spuma: incessanti così l'una su l'altra movon l'achee falangi alla battaglia sotto il suo duce ognuna; e sì gran turba

marcia sì cheta, che di voce priva la diresti al vederla; e riverenza era de' duci quel silenzio; e l'armi di varia guisa, di che gìan vestiti

tutti in ischiera, li cingean di lampi. Ma simiglianti i Teucri a numeroso gregge che dentro il pecoril di ricco padron, nell'ora che si spreme il latte

s'ammucchiano, e al belar de' cari agnelli rispondono belando alla dirotta; così per l'ampio esercito un confuso mettean schiamazzo i Teucri, ché non uno

era di tutti il grido né la voce, ma di lingue un mistìo, sendo una gente da più parti raccolta. A questi Marte, a quei Minerva e sprone, e quinci e quindi

lo Spavento e la Fuga, e del crudele Marte suora e compagna la Contesa insazïabilmente furibonda, che da principio piccola si leva,

poi mette il capo tra le stelle, e immensa passeggia su la terra. Essa per mezzo alle turbe scorrendo, e de' mortali addoppiando gli affanni, in ambedue

le bande sparse una rabbiosa lite. Poiché l'un campo e l'altro in un sol luogo convenne, e si scontrâr l'aste e gli scudi, e il furor de' guerrieri, scintillanti

ne' risonanti usberghi, e delle colme targhe già il cozzo si sentìa, levossi un orrendo tumulto. Iva confuso col gemer degli uccisi il vanto e il grido

degli uccisori, e il suol sangue correa. Qual due torrenti che di largo sbocco devolvonsi dai monti, e nella valle per lo concavo sen d'una vorago

confondono le gonfie onde veloci: n'ode il fragor da lungi in cima al balzo l'atterrito pastor: tal dai commisti eserciti sorgea fracasso e tema.

Primo Antìloco uccise un valoroso Teucro, alle mani nelle prime file, il Taliside Echèpolo, il ferendo nel cono del chiomato elmo: s'infisse

la ferrea punta nella fronte, e l'osso trapanò: s'abbuiâr gli occhi al meschino, che strepitoso cadde come torre. Ghermì pe' piedi quel caduto il prence

de' magnanimi Abanti Elefenorre figliuol di Calcodonte, e desioso di spogliarlo dell'armi, lo traea fuor della mischia: ma fallì la brama;

ché mentre il morto ei dietro si strascina, Agènore il sorprende, e a lui che curvo offrìa nudati di pavese i fianchi, tale un colpo assestò, che gli disciolse

le forze, e l'alma abbandonollo. Allora fra i Troiani e gli Achei surse una fiera zuffa sovr'esso: s'affrontâr quai lupi, e in mutua strage si metteano a morte.

Qui fu che Aiace Telamonio il figlio d'Antemïon percosse il giovinetto Simoesio, cui scesa dall'Idèe cime la madre partorì sul margo

del Simoenta, un giorno ivi venuta co' genitori a visitar la greggia; e Simoesio lo nomâr dal fiume. Misero! ché dei presi in educarlo

dolci pensieri ai genitor diletti rendere il merto non poteo: la lancia d'Aiace il colse, e il viver suo fe' breve. Al primo scontro lo colpì nel petto

su la destra mammella, e la ferrata punta pel tergo rïuscir gli fece. Cadde il garzone nella polve a guisa di liscio pioppo su la sponda nato

d'acquidosa palude: a lui de' rami già la pompa crescea, quando repente colla fulgida scure lo recise artefice di carri, e inaridire

lungo la riva lo lasciò del fiume, onde poscia foggiarne di bel cocchio le volubili rote: così giacque l'Antemide trafitto Simoesio,

e tale dispogliollo il grande Aiace. Contro Aiace l'acuta asta diresse d'infra le turbe allor di Prìamo il figlio Antifo, e il colpo gli fallì; ma colse

nell'inguine il fedel d'Ulisse amico Leuco che già di Simoesio altrove traea la salma; e accanto al corpo esangue, che di man gli cadea, cadde egli pure.

Forte adirato dell'ucciso amico si spinse Ulisse tra gl'innanzi, tutto scintillante di ferro, e più dappresso facendosi, e dintorno il guardo attento

rivolgendo, librò l'asta lucente. Si misero a quell'atto in guardia i Teucri, e lo cansâr; ma quegli il telo a vôto non sospinse, e ferì Dëmocoonte,

Prïamide bastardo che d'Abido con veloci puledre era venuto. A costui fulminò l'irato Ulisse nelle tempie la lancia; e trapassolle

la ferrea punta. Tenebrârsi i lumi al trafitto che cadde fragoroso, e cupo gli tonâr l'armi sul petto. Rinculò de' Troiani, al suo cadere,

la fronte, rinculò lo stesso Ettorre; dier gli Argivi alte grida, ed occupati i corpi uccisi, s'avanzâr di punta. Dalla rocca di Pergamo mirolli

sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri con gran voce gridò: Fermo tenete, valorosi Troiani, ed agli Achei non cedete l'onor di questa pugna,

ché né pietra né ferro è la lor pelle da rintuzzar delle vostr'armi il taglio. Non combatte qui, no, della leggiadra Tètide il figlio: non temete; Achille

stassi alle navi a digerir la bile. Così dall'alto della rocca il Dio terribile sclamò. Ma la feroce Palla, di Giove glorïosa figlia,

discorrendo le file inanimava gli Achivi, ovunque li vedea rimessi. Qui la Parca allacciò l'Amarancìde Diore. Un'aspra e quanto cape il pugno

grossa pietra il percosse alla diritta tibia presso il tallone, e feritore fu l'Imbraside Piro che de' Traci condottiero dall'Eno era venuto.

Franse ambidue li nervi e la caviglia l'improbo sasso, ed ei cadde supino nella sabbia, e mal vivo ambo le mani ai compagni stendea. Sopra gli corse

il percussore, e l'asta in mezzo all'epa gli cacciò. Si versâr tutte per terra le intestina, e mortale ombra il coperse. All'irruente Piro allor l'Etòlo

Toante si rivolge; e lui nel petto con la lancia ferendo alla mammella nel polmon gliela ficca. Indi appressato gliela sconficca dalla piaga; e in pugno

stretta l'acuta spada glie l'immerse nella ventraia, e gli rapìo la vita; l'armi non già, ché intorno al morto Piro colle lungh'aste in pugno irti di ciuffi

affollârsi i suoi Traci, e il chiaro Etòlo, benché grande e gagliardo, allontanaro sì che a forza respinto si ritrasse. Così l'uno appo l'altro nella polve

giacquero i due campioni, il tracio duce, e il duce degli Epèi. Dintorno a questi molt'altri prodi ritrovâr la morte. Chi da ferite illeso, e da Minerva

per man guidato, e preservato il petto dal volar degli strali, avvolto in mezzo alla pugna si fosse, avrìa le forti opre stupito degli eroi, ché molti

e Troiani ed Achivi nella polve giacquer proni e confusi in quel conflitto.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Libro quarto · Vincenzo Monti · Poetry Cove