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1754–1828

Libro decimottavo

Vincenzo Monti

Tutta così qual fiamma arde la pugna. Veloce messaggier correa frattanto Antìloco ad Achille. Anzi all'eccelse sue navi il trova, che nel cor già volge

l'accaduto disastro, e nel segreto della grand'alma sospirando, dice: Perché di nuovo, ohimè! verso le navi fuggon gli Achivi con tumulto, e vanno

spaventati pel campo? Ah! non mi cómpia l'ira de' numi la crudel sventura che un dì la madre profetò, narrando che, me vivente ancor, de' Mirmidóni

il più prode guerrier dai Teucri ucciso del Sol la luce abbandonato avrìa. Ah! certo di Menèzio il forte figlio morì. Infelice! E pur gl'imposi io stesso

che risospinta la nemica fiamma ritornasse alle navi, e con Ettorre cimentarsi in battaglia oso non fosse. In questo rio pensier l'aggiunse il figlio

di Nèstore piangendo, e, Ohimè! gli disse, magnanimo Pelìde; una novella tristissima ti reco, e che nol fosse oh piacesse agli Dei! Giace Patròclo;

sul cadavere nudo si combatte; nudo; ché l'armi n'ha rapito Ettorre. Una negra a que' detti il ricoperse nube di duol; con ambedue le pugna

la cenere afferrò, giù per la testa la sparse, e tutto ne bruttò il bel volto e la veste odorosa. Ei col gran corpo in grande spazio nella polve steso

giacea turbando colle man le chiome e stracciandole a ciocche. Al suo lamento accorsero d'Achille e di Patròclo l'addolorate ancelle, e con alti urli

si fêr dintorno al bellicoso eroe percotendosi il seno, e ciascheduna sentìa mancarsi le ginocchia e il core. Dall'altra parte Antìloco pietoso

lagrimando dirotto, e di cordoglio spezzato il petto rattenea d'Achille le terribili mani, onde col ferro non si squarciasse per furor la gola.

Udì del figlio l'ululato orrendo la veneranda Teti che del mare sedea ne' gorghi al vecchio padre accanto. Mise un gemito, e tutte a lei dintorno

si raccolser le Dee, quante ne serra il mar profondo, di Nerèo figliuole Glauce, Talìa, Cimòdoce, Nesèa e Spio vezzosa e Toe ed Alie bella

per bovine pupille, e la gentile Cimòtoe ed Attèa: quindi Melìte e Limnòria e Anfitòe, Jera ed Agave, Doto, Proto, Ferusa e Dinamena

e Desamena ed Amfinòma e seco Callianìra e Dori e Panopèa, e sovra tutte Galatèa famosa; v'era Apseude e Nemerte e con Janira

Callïanassa ed Ïanassa; alfine l'alma Climene, e Mera ed Oritìa ed Amatèa dall'auree trecce, ed altre Nereidi dell'onda abitatrici.

Tutto di lor fu pieno in un momento il cristallino speco, e tutte insieme batteansi il petto, allorché Teti in mezzo tal diè principio al lamentar: Sorelle,

m'udite, e quanto è il mio dolor vedete. Ohimè misera! ohimè madre infelice di fortissima prole! Io generai un valoroso incomparabil figlio,

il più prestante degli eroi: lo crebbi, lo coltivai siccome pianta eletta in fertile terren: poscia ne' campi d'Ilio lo spinsi su le navi io stessa

a pugnar co' Troiani. Ahi che m'è tolto l'abbracciarlo tornato alla paterna reggia! e fin ch'egli all'amor mio pur vive, fin che gli è dato di fruir la luce,

di tristezza si pasce; ed io, comunque a lui mi rechi, sovvenir nol posso. Nondimeno v'andrò, del caro figlio vedrò l'aspetto, e intenderò qual duolo

dalla guerra lontano il cor gl'ingombra. Uscì, ciò detto, dallo speco, e quelle piangendo la seguîr: l'onda ai lor passi riverente s'aprìa. Come di Troia

attinsero le rive, in lunga fila emersero sul lido ove frequenti le mirmidònie antenne in ordinanza facean selva e corona al grande Achille.

A lui che in gravi si struggea sospiri la diva madre s'appressò, proruppe in acuti ululati, ed abbracciando l'amato capo, e lagrimando, disse:

Figlio, che piangi? Che dolore è questo? Nol mi celar, deh parla. A compimento mandò pur Giove il tuo pregar: gli Achivi son pur, siccome supplicasti, astretti

ripararsi alle navi, e del tuo braccio aver mestiero, di sciagure oppressi. Con un forte sospir rispose Achille: O madre mia, ben Giove a me compiacque

ogni preghiera: ma di ciò qual dolce me ne procede, se il diletto amico, se Pàtroclo è già spento? Io lo pregiava sovra tutti i compagni; io di me stesso

al par l'amava, ahi lasso! e l'ho perduto. L'uccise Ettorre, e lo spogliò dell'armi, di quelle grandi e belle armi, a vedersi maravigliose, che gli eterni Dei,

dono illustre, a Pelèo diero quel giorno che te nel letto d'un mortal locaro. Oh fossi tu dell'Oceàn rimasta fra le divine abitatrici, e stretto

Pelèo si fosse a una mortal consorte! Ché d'infinita angoscia il cor trafitto or non avresti pel morir d'un figlio che alle tue braccia nel paterno tetto

non tornerà più mai, poiché il dolore né la vita né d'uom più mi consente la presenza soffrir, se prima Ettorre dalla mia lancia non cade trafitto,

e di Patròclo non mi paga il fio. Figlio, nol dir (riprese lagrimando la Dea), non dirlo, ché tua morte affretti: dopo quello d'Ettòr pronto è il tuo fato.

Lo sia (con forte gemito interruppe l'addolorato eroe), si muoia, e tosto, se giovar mi fu tolto il morto amico. Ahi che lontano dalla patria terra

il misero perì, desideroso del mio soccorso nella sua sciagura. Or poiché il fato riveder mi vieta di Ftia le care arene, ed io crudele

né Pàtroclo aïtai né gli altri amici de' quai molti domò l'ettòrea lancia, ma qui presso le navi inutil peso della terra mi seggo, io fra gli Achei

nel travaglio dell'armi il più possente, benché me di parole altri pur vinca, pèra nel cor de' numi e de' mortali la discordia fatal, pèra lo sdegno

ch'anco il più saggio a inferocir costrigne, che dolce più che miel le valorose anime investe come fumo e cresce. Tal si fu l'ira che da te mi venne,

Agamennón. Ma su l'andate cose, benché ne frema il cor, l'obblìo si sparga, e l'alme in sen necessità ne domi. Del caro capo l'uccisore Ettorre

or si corra a trovar; poi quando a Giove e agli altri Eterni piacerà mia morte, venga pur, ch'io l'accetto. Il forte Alcide, dilettissimo a Giove e suo gran figlio,

Alcide stesso vi soggiacque, domo dalla Parca e dall'aspra ira di Giuno. Così pur io, se fato ugual m'aspetta, estinto giacerò. Questo frattanto

tempo è di gloria. Sforzerò qualcuna delle spose di Dàrdano e di Troe ad asciugar con ambedue le mani giù per le guance delicate il pianto,

e a trar dal largo petto alti sospiri. Sappiano alfin che il braccio mio dall'armi abbastanza cessò; né dalla pugna tu, madre, mi svïar, ché indarno il tenti.

E a lui la Diva dall'argenteo piede: Giusta, o figlio, è l'impresa e d'onor degna, campar da scempio i travagliati amici. Ma le tue scintillanti armi divine

son fra' Troiani, ed Ettore, quel fiero dell'elmo crollator, sen fregia il dosso, e dell'incarco esulta. Ma fia breve, lo spero, il suo gioir, ché negra al fianco

già l'incalza la Parca. Or tu di Marte per anco non entrar nel rio tumulto, se tu qua pria venir non mi riveggia. Verrò dimani al raggio mattutino,

e recherotti io stessa una forbita bella armatura di Vulcan lavoro. Così detto, dal figlio alle sorelle ripiegò la persona, e, Voi, soggiunse,

rientrate del mar nell'ampio grembo, e del marino genitor canuto rendetevi alle case, e tutto dite che vedeste ed udiste. Al grande Olimpo

io salgo a ritrovar l'inclito fabbro Vulcano, e il pregherò che luminose armi stupende al figlio mio conceda. Disse; e quelle del mar tosto nell'onde

discesero, e la Dea dal piè d'argento avviossi all'Olimpo a procacciarne al diletto figliuolo armi divine. Mentr'ella al ciel salìa, con urlo immenso

dal sanguinoso Ettòr cacciati in fuga giunser gli Achivi delle navi al vallo e al mugghiante Ellesponto. E non ancora del compagno achillèo la morta spoglia

al nembo degli strali avean sottratta gli argolici guerrieri. Un'altra volta fiero assalto le dava una gran serra di cavalli e di fanti, e innanzi a tutti

di Prìamo il figlio, l'indefesso Ettorre che una fiamma parea. Tre volte il prode per li piedi il cadavere afferrando provò di trarlo, e con orrenda voce

i Troiani chiamò: tre volte i due impetuosi e vigorosi Aiaci respinserlo dal morto. E nondimeno saldo e securo in sua fortezza or dentro

nella turba ei s'avventa, ed or s'arresta, e con gran voce tuttavia pur grida, né d'un passo s'arretra. E qual di notte vigilanti pastori alla campagna

da preso tauro allontanar non ponno affamato lïon; così de' forti Aiaci la virtù da quell'esangue dispiccar non potea l'ardito Ettorre.

E l'avrìa tratto alfine e conseguita immensa gloria, s'Iride veloce, a Giove occulta e a ogni altro iddio, dall'alto Olimpo non correa col vento al piede

messaggiera ad Achille; e la spedìa, per eccitarlo alla battaglia, il cenno dell'augusta Giunon. Gli parve al fianco improvvisa la Diva, e questi accenti

fe' dal labbro volar: Sorgi, Pelìde terribile guerriero, e di Patròclo il cadavere salva. Intorno a lui ferve avanti alle navi orrida pugna

con mutue stragi. In sua difesa i Greci fan che puossi: per trarlo in Ilio i Teucri s'avventano di punta. Il fiero Ettorre innanzi a tutti di rapirlo agogna,

bramoso di mozzar dal dilicato collo il bel capo, e d'un infame tronco conficcarlo alla cima. Alzati, e pigro più non giacer. Ti tocchi il cor vergogna

che de' cani di Troia il tuo diletto debba le sanne trastullar. Se offesa ne riceve la salma, è tuo lo smacco. Rispose Achille: E quale a me de' numi

ti manda ambasciatrice, Iri divina? Mi manda, replicò la Dea veloce, Giunon, di Giove glorïosa moglie, né Giove il sa, né verun altro iddio

de' sereni d'Olimpo abitatore. Come al campo n'andrò, soggiunse Achille, se in mano di color venner le mie armi: e che d'armi or io mi cinga il vieta

la cara madre, se lei pria non veggio da Vulcano tornar, come promise, di leggiadra armatura apportatrice? Di qual altra famosa or mi vestire

al bisogno non so, tranne lo scudo dell'egregio figliuol di Telamone. Ma pur egli, mi spero, in questo punto sta combattendo pel mio spento amico.

E a lui di nuovo la taumanzia figlia: Noto è ben anco a noi che le tue belle armi or sono d'altrui. Ma su la fossa anco inerme ti mostra all'inimico.

Lascerà spaventato la battaglia solo al vederti, e respirar potranno i travagliati Achei. Salute è spesso nel calor della pugna un sol respiro

Così disse, e disparve. In piedi allora rizzossi Achille amor di Giove, e tutto coll'egida Minerva il ricoperse. D'un'aurea nube gli fasciò la fronte,

ed una fiamma dalla nube uscìa, che dintorno accendea l'aria di luce. Siccome quando al ciel s'innalza il fumo d'isolana città, cui d'aspro assedio

cinge il nemico: con orrendo marte combattono dal muro i cittadini finché gli alluma il Sol; poi quando annotta, destan fuochi frequenti alle vedette,

e al ciel ne sbalza uno splendor che manda ai convicini del periglio il segno, se per sorte venir con pronte antenne volessero in aita: a questo modo

dalla testa d'Achille alta alle stelle quella fiamma salìa. Varcato il muro, sul primo margo s'arrestò del fosso, né mischiossi agli Achei, ché della madre

al precetto obbedìa. Lì stando, un grido mise, e d'un altro da lontan gli fece eco Minerva, ed un terror ne' Teucri immenso suscitò. Come sonoro

d'una tuba talor s'ode lo squillo, quando d'assedio una città serrando armi grida terribile il nemico, così chiara d'Achille era la voce.

N'udiro i Teucri il ferreo suono, e a tutti tremaro i petti; si rizzâr sul collo ai destrieri le chiome, e d'alto affanno presaghi addietro rivolgean le bighe.

Gli aurighi sbigottîr, vista la fiamma che da Minerva di repente accesa orrenda e lunga su la fronte ardea del magnanimo eroe. Tre volte Achille

dalla fossa gridò: tre volte i Teucri e i collegati sgominârsi, e dodici de' più prestanti fra i riversi cocchi trafitti vi perîr dal proprio ferro.

Pronti intanto gli Achei di sotto ai densi strali sottratto di Menèzio il figlio, il locâr nella bara, e gli fêr cerchio lagrimando i compagni. Anch'ei veloce

v'accorse Achille, e si disciolse in pianto nel feretro mirando il fido amico d'acuta lancia trapassato il petto. Egli stesso con carri, armi e destrieri

l'avea spedito alla battaglia, e freddo lo riebbe al ritorno e sanguinoso. Costrinse allor la veneranda Giuno suo malgrado a calar nelle correnti

dell'Oceàno l'instancabil Sole. Ei si sommerse, e dal crudel conflitto ebber tregua gli Achei. Dier posa all'armi di rincontro i Troiani; i corridori

sciolser dai cocchi, e pria che a cibo alcuno volger la mente, convocâr consiglio. Ritti in piedi aprîr essi il parlamento; né verun di sedersi ebbe fidanza,

perché d'Achille la comparsa orrenda facea loro tremar le vene e i polsi, ché da lunga stagion ne' lagrimosi campi di Marte non l'avean veduto.

Prese tra lor Polidamante il primo a ragionar. Di Panto era costui prudente figlio, e de' Troiani il solo che le passate e le future cose

al guardo avea presenti. Egli d'Ettorre era compagno, e una medesma notte li produsse ambedue, l'un di parole, l'altro d'asta valente. Ei dunque in mezzo

con saggio avviso così tolse a dire: Librate, amici, la bisogna; ir dentro alla cittade, e tosto, è mio consiglio, senz'aspettar davanti a queste navi

l'alma luce del dì. Troppo siam lungi qui dalle mura. Finché l'ira in petto arse a questo guerrier contra l'Atride, più lieve er'anco il debellar gli Achivi,

ed io pure vegliar godea le notti presso le navi, nella dolce speme d'occuparle. Or tremar fammi il Pelìde. L'ardor che il mena non vorrà ristretto

contenersi nel campo ove l'acheo col troiano valore in generose prove la gloria marzïal divise: ma per Ilio a pugnar e per le mogli

ne sforzerà. Nella cittade adunque ripariamo, e si segua il mio sentire, ché le cose avverran com'io v'assenno. L'alma notte or sopito in dolce calma

tien d'Achille il furor: ma se dimani all'assalto prorompe, e qui ne trova, certo talun conoscerallo, e quanti dar potranno le spalle, e dentro il sacro

Ilio camparsi, si terran beati; ma pria ben molti rimarran pastura di voraci avoltoi. Deh ch'io non oda sì rio caso giammai! Se al mio ricordo,

benché non grato, obbedirem, la notte spenderem ne' rinforzi e ne' consigli. E le torri e le porte e i contrafforti de' ben commessi tavolati intanto

faran sicura la città. Poi tutti d'arme orrendi domani al nuovo Sole starem su i merli. E s'ei lasciato il lido verrà nosco a pugnar sotto le mura,

duro affar troveravvi, e poiché stanca in vane giravolte avrà la foga de' suoi superbi corridor, gli fia forza alle navi ritornar confuso;

né di scagliarsi dentro alla cittade daragli il cuore, e pria che porla al fondo, ei farà sazii del suo corpo i cani. Qui tacque; e bieco gli rispose Ettorre:

Tu non mi fai gradevole proposta, Polidamante, no, quando n'esorti a serrarci di nuovo entro le mura. E non vi noia ancor di quelle torri

la prigionia? Fu tempo in cui le genti di vario favellar tutte a una voce dicean ricca di molto auro e di bronzo la città prïameia. Or dalle case

dileguarsi i tesori. Alle contrade dell'amena Meonia e della Frigia molta ricchezza ne passò venduta da che l'ira di Giove i Teucri oppresse.

Ed or che Giove innanzi a questi legni d'alta vittoria mi fe' lieto, e diemmi che al mar chiudessi le falangi achee, non far palese, o stolto, ai cittadini

questo consiglio, ché nessuno avrai fra i Troiani sì vil che lo secondi, né patirollo io mai. Teucri, obbediamo tutti al mio detto. Ristorate i corpi

al suo posto ciascuno, e vi sovvegna delle scolte per tutto e delle ronde. Qualunque de' Troiani in pensier stassi di sue ricchezze, le raguni, e poscia

largo ai soldati le spartisca. È meglio che alcun nostro ne goda, e non l'Acheo. Sull'aurora dimani in tutto punto assalirem le navi: e se il divino

Achille all'armi si svegliò davvero, gli fia la pugna, se la vuol, funesta. Non fuggirollo io, no, nell'affannoso ballo di Marte, ma starogli a fronte

con intrepido petto. Uno de' due d'un'illustre vittoria andrà superbo; il cimento è comune, ed avvien spesso che morte incontra chi di darla ha speme.

Disse, e i Teucri levâr d'applauso un grido. Stolti! ché Palla avea lor tolto il senno. Tutti assentîr d'Ettorre al pazzo avviso, nessuno al saggio del figliuol di Panto.

Mentre col cibo a rivocar le forze intendono i Troiani, in alti lai l'intera notte dispendean gli Achivi sovra il morto Patròclo, e prorompea

fra loro in pianti sospirosi Achille, la man tremenda sul gelato petto dell'amico ponendo, e cupi e spessi i gemiti mettea, come talvolta

ben chiomato lïone a cui rapìo il cacciator nel bosco i lioncini. Crucciato il fiero del suo tardo arrivo, tutta scorre la valle, e l'orme esplora

del predator, se mai di ritrovarlo in qualche lato gli riesca; e orrenda gli divampa nel cor la rabbia e l'ira: tal si cruccia il Pelìde, e con profondi

sospiri in mezzo ai Mirmidóni esclama: Oh mie vane parole il dì ch'io diedi a Menèzio il conforto, e la promessa che in Opunta gli avrei carco di gloria

e di gran preda ricondotto il figlio dall'atterrata Troia! Ahi che non tutti Giove i disegni de' mortali adempie! Sotto Troia il destino ambo ne danna

a far vermiglia una medesma terra, ché me neppure abbraccerà tornato il buon vecchio Pelèo nel patrio tetto, né Teti genitrice; ma sepolcro

mi darà questo lido. Or poi che deggio dopo te, mio fedel, scender sotterra, tu, no, sul rogo non andrai, lo giuro, se non t'arreco in prima io qui d'Ettorre,

del tuo crudo uccisor l'armi e la testa; e dodici d'illustri iliaci figli troncheronne davanti alla tua pira. Giaci intanto così, caro compagno,

qui presso alle mie navi; e le troiane e le dardanie ancelle il largo seno tutte discinte intorno al tuo ferètro notte e dì faran pianto, e ploreranno.

Esse ne fur comun fatica e preda quando noi colla forza e colle lunghe aste domando le nemiche genti l'opime n'atterrammo ampie cittadi.

Ciò detto, comandò l'almo Pelìde che dai compagni al fuoco si ponesse sul tripode un gran vaso, onde veloci di Pàtroclo lavar la sanguinosa

tabe. E quelli sul fuoco in un baleno atto ai lavacri collocaro un bronzo, e v'infusero l'onda, e di stecchiti rami di sotto alimentâr la fiamma.

Abbracciavan le vampe mormorando del vaso il ventre, e rotto in sottil fumo scaldavasi l'umor. Poiché nel cavo rame la linfa al suo bollor pervenne,

diersi il corpo a lavar: l'unser di pingue felice oliva, e le ferite empiero di balsamo novenne. Indi al funèbre letto renduto, dalla fronte al piede

in sottil lino avvolserlo, e superno un bianco panno vi spiegâr. Ciò fatto, tornaro ai pianti, e intorno al mesto Achille tutta in lamenti consumâr la notte.

Giove in questo alla sua moglie e sorella si volse e disse: Veneranda Giuno, ecco pieni alla fine i tuoi desiri; ecco all'armi tornato il grande Achille.

Di te nacque, cred'io (cotanto l'ami), l'argiva gente. — E Giuno a lui: Che parli, tremendo figlio di Saturno? All'uomo povero d'alma e di consigli è dato

il dannaggio tramar del suo simìle; ed io che incedo degli Dei reina, perché saturnia prole e perché sposa son dell'alto de' numi imperadore,

contra i Troiani co' Troiani irata macchinar qualche offesa io non dovea? Mentre seguìan tra lor queste contese, Teti agli alberghi di Vulcan pervenne;

stellati eterni rilucenti alberghi, fra i celesti i più belli, e dallo stesso Vulcan costrutti di massiccio bronzo. Tutto in sudor trovollo affaccendato

de' mantici al lavoro. Avea per mano dieci tripodi e dieci, adornamento di palagio regal. Sopposte a tutti d'oro avea le rotelle, onde ne gisse

da sé ciascuno all'assemblea de' numi, e da sé ne tornasse onde si tolse: maraviglia a vederli! Omai compiuto l'ammirando lavor, solo restava

ch'ei v'adattasse le polite orecchie, e appunto all'uopo n'aguzzava i chiovi. Mentre venìa tai cose elaborando con egregio artificio, entro la soglia

l'alma Teti mettea l'argenteo piede. La vide, e le si fe' Càrite incontro ornata il capo d'eleganti bende, dell'inclito Vulcan moglie vezzosa:

per man la strinse, e il roseo labbro aprendo, Qual, le disse, cagione, o bella Teti, ti guida inaspettata a queste case? Rado suoli onorarle, e nondimeno

sempre cara vi giungi e riverita. Inóltrati, perch'io pronta t'appresti le vivande ospitali. — E sì dicendo, la bellissima Dea l'altra introdusse,

e in un bel seggio collocolla, ornato d'argentee borchie a lavorìo gentile col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne corse l'esimio fabbro, e sì gli disse:

Vieni, Vulcan, ché ti vuol Teti. — Ed egli: Venerevole Diva e d'onor degna nella casa mi venne. Ella malconcio e afflitto mi salvò quando dal cielo

mi feo gittar l'invereconda madre, che il distorto mio piè volea celato; e mille allor m'avrei doglie sofferto se me del mar non raccogliean nel grembo

del rifluente Ocèano la figlia Eurìnome e la Dea Teti. Di queste quasi due lustri in compagnia mi vissi, e di molte vi feci opre d'ingegno,

fibbie ed armille tortuose e vezzi e bei monili, in cavo antro nascoso a cui spumante intorno ed infinita d'Oceàn la corrente mormorava;

né verun di mia stanza avea contezza, né mortale né Dio, tranne le belle mie servatrici. Or poiché Teti è giunta alla nostra magion, piena le voglio

render mercé del benefizio antico. Tu dinanzi sollecita le poni il banchetto ospital, mentr'io veloce questi mantici assetto e gli altri arnesi.

Disse, e dal ceppo dell'incude il mostro abbronzato levossi zoppicando. Moveansi sotto a gran stento le fiacche gambe sottili. Allontanò dal fuoco

i mantici ventosi: ogni fabbrile istrumento raccolse, e dentro un'arca li ripose d'argento. Indi con molle spugna ben tutto stropicciossi il volto

affumicato ed ambedue le mani e il duro collo ed il peloso petto. Poi la tunica mise; ed il pesante scettro impugnato, tentennando uscìo.

Seguìan l'orrido rege, e a dritta e a manca il passo ne reggean forme e figure di vaghe ancelle, tutte d'oro, e a vive giovinette simìli, entro il cui seno

avea messo il gran fabbro e voce e vita e vigor d'intelletto e delle care arti insegnate dai Celesti il senno. Queste al fianco del Dio spedite e snelle

camminavano; ed egli a tardo passo avvicinato a Teti, in un lucente trono s'assise, e la sua man ponendo nella man della Dea, così le disse:

Qual mai sorte t'adduce a queste soglie, o sempre cara e veneranda Teti, in quell'ampio tuo peplo ancor più bella? Troppo rado ne fai di tua presenza

contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire libera esponi. A soddisfarlo il grato cor mi sospinge, se pur farlo io possa, e il farlo mi s'addica. — E a lui suffusa

di lagrime i bei rai Teti rispose: Delle Dive d'Olimpo e qual sofferse tanti, o Vulcano, tormentosi affanni quanti in me Giove n'adunò? Me sola

fra le Dive del mar suggetta ei fece ad un mortale, al re Pelèo. Ritrosa ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace logro dagli anni nel regal suo tetto.

Né il tenor qui restò di mie sventure. Mi nacque un figlio. Io l'educai gelosa, e come pianta ei crebbe, e mi divenne il maggior degli eroi. Questo germoglio

di fertile terren, questo diletto unico figlio su le navi io stessa spedii di Troia alle funeste rive a guerreggiar co' Teucri. Avverso fato

gli dinega il ritorno; ed io non deggio nella pelèa magion madre infelice abbracciarlo più mai. Né questo è tutto. Fin ch'ei mi vive, e la ria Parca il raggio

gli prolunga del Sole, ei lo consuma nella tristezza, né giovarlo io posso. Dagli Achivi ottenuta egli s'avea premio di sue fatiche una fanciulla.

Agamennón gliela ritolse; ed esso dell'onta irato, e nel dolor sepolto si ritrasse dall'armi. I Teucri intanto alle navi rinchiusero gli Achei,

né permettean l'uscita. Umìli allora i duci argivi gli mandâr preghiere e d'orrevoli doni ampie profferte. Egli fermo negò la chiesta aita:

ma cinse di sue stesse armi l'amico Pàtroclo, e al campo l'inviò seguìto da molti prodi. Su le porte Scee tutto un giorno durò l'aspro conflitto.

E il dì stesso Ilïon sarìa caduto, s'alta strage menar visto il gagliardo di Menèzio figliuol, non l'uccidea tra i combattenti della fronte Apollo,

esaltandone Ettorre. Or io pel figlio vengo supplice madre al tuo ginocchio, onde a conforto di sua corta vita di scudo e d'elmo provveder tu il voglia,

e di forte lorica e di schinieri con leggiadro fermaglio. A lui perdute ha tutte l'armi dai Troiani ucciso il suo fedel compagno, ed egli or giace

gittato a terra, e dal dolore oppresso. Tacque; e il mal fermo Dio così rispose: Ti riconforta, o Teti, e questa cura non ti gravi il pensier. Così potessi

alla morte il celar quando la Parca sul capo gli starà, com'io di belle armi fornito manderollo, e tali che al vederle ogni sguardo ne stupisca.

Lasciò la Dea, ciò detto, e impaziente ai mantici tornò, li volse al fuoco, e comandò suo moto a ciascheduno. Eran venti che dentro la fornace

per venti bocche ne venìan soffiando, e al fiato, che mettean dal cavo seno, or gagliardo or leggier, come il bisogno chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,

sibilando prendea spirto la fiamma. In un commisti allor gittò nel fuoco argento ed auro prezioso e stagno ed indomito rame. Indi sul toppo

locò la dura risonante incude, di pesante martello armò la dritta, di tanaglie la manca; e primamente un saldo ei fece smisurato scudo

di dèdalo rilievo, e d'auro intorno tre bei fulgidi cerchi vi condusse, poi d'argento al di fuor mise la soga. Cinque dell'ampio scudo eran le zone,

e gl'intervalli, con divin sapere, d'ammiranda scultura avea ripieni. Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo e il Sole infaticabile, e la tonda

Luna, e gli astri diversi onde sfavilla incoronata la celeste volta, e le Plèiadi, e l'Iadi, e la stella d'Orïon tempestosa, e la grand'Orsa

che pur Plaustro si noma. Intorno al polo ella si gira ed Orion riguarda, dai lavacri del mar sola divisa. Ivi inoltre scolpite avea due belle

popolose città. Vedi nell'una conviti e nozze. Delle tede al chiaro per le contrade ne venìan condotte dal talamo le spose, e Imene, Imene

con molti s'intonava inni festivi. Menan carole i giovinetti in giro dai flauti accompagnate e dalle cetre, mentre le donne sulla soglia ritte

stan la pompa a guardar maravigliose. D'altra parte nel fòro una gran turba convenir si vedea. Quivi contesa era insorta fra due che d'un ucciso

piativano la multa. Un la mercede già pagata asserìa; l'altro negava. Finir davanti a un arbitro la lite chiedeano entrambi, e i testimon produrre.

In due parti diviso era il favore del popolo fremente, e i banditori sedavano il tumulto. In sacro circo sedeansi i padri su polite pietre,

e dalla mano degli araldi preso il suo scettro ciascun, con questo in pugno sorgeano, e l'uno dopo l'altro in piedi lor sentenza dicean. Doppio talento

d'auro è nel mezzo da largirsi a quello che più diritta sua ragion dimostri. Era l'altra città dalle fulgenti armi ristretta di due campi in due

parer divisi, o di spianar del tutto l'opulento castello, o che di quante son là dentro ricchezze in due partito sia l'ammasso. I rinchiusi alla chiamata

non obbedìan per anco, e ad un agguato armavansi di cheto. In su le mura le care spose, i fanciulletti e i vegli fan custodia e corona; e quelli intanto

taciturni s'avanzano. Minerva li precorre e Gradivo entrambi d'oro, e la veste han pur d'oro, ed alte e belle le divine stature, e d'ogni parte

visibili: più bassa iva la torma. Come in loco all'insidie atto fur giunti presso un fiume, ove tutti a dissetarse venìan gli armenti, s'appiattâr que' prodi

chiusi nel ferro, collocati in pria due di loro in disparte, che de' buoi spiassero la giunta e delle gregge. Ed eccole arrivar con due pastori

che, nulla insidia suspicando, al suono delle zampogne si prendean diletto. L'insidiator drappello alla sprovvista gli assalìa, ne predava in un momento

de' buoi le mandre e delle bianche agnelle, ed uccidea crudele anco i pastori. Scossa all'alto rumor l'assediatrice oste a consiglio tuttavia seduta,

de' veloci corsier subitamente monta le groppe, i predatori insegue, e li raggiunge. Allor si ferma, e fiera sul fiume appicca la battaglia. Entrambe

si ferìan coll'acute aste le schiere. Scorrea nel mezzo la Discordia, e seco era il Tumulto e la terribil Parca che un vivo già ferito e un altro illeso

artiglia colla dritta, e un morto afferra ne' piè coll'altra, e per la strage il tira. Manto di sangue tutto sozzo e rotto le ricopre le spalle: i combattenti

parean vivi, e traean de' loro uccisi i cadaveri in salvo alternamente. Vi sculse poscia un morbido maggese spazioso, ubertoso e che tre volte

del vomero la piaga avea sentito. Molti aratori lo venìan solcando, e sotto il giogo in questa parte e in quella stimolando i giovenchi. E come al capo

giungean del solco, un uom che giva in volta, lor ponea nelle man spumante un nappo di dolcissimo bacco; e quei tornando ristorati al lavor, l'almo terreno

fendean, bramosi di finirlo tutto. Dietro nereggia la sconvolta gleba: vero aratro sembrava, e nondimeno tutta era d'ôr. Mirabile fattura!

Altrove un campo effigïato avea d'alta messe già biondo. Ivi le destre d'acuta falce armati i segatori mietean le spighe; e le recise manne

altre in terra cadean tra solco e solco, altre con vinchi le venìan stringendo tre legator da tergo, a cui festosi tra le braccia recandole i fanciulli

senza posa porgean le tronche ariste. In mezzo a tutti colla verga in pugno sovra un solco sedea del campo il sire, tacito e lieto della molta messe.

Sotto una quercia i suoi sergenti intanto imbandiscon la mensa, e i lombi curano d'un immolato bue, mentre le donne intente a mescolar bianche farine,

van preparando ai mietitor la cena. Seguìa quindi un vigneto oppresso e curvo sotto il carco dell'uva. Il tralcio è d'oro, nero il racemo, ed un filar prolisso

d'argentei pali sostenea le viti. Lo circondava una cerulea fossa e di stagno una siepe. Un sentier solo al vendemmiante ne schiudea l'ingresso.

Allegri giovinetti e verginelle portano ne' canestri il dolce frutto, e fra loro un garzon tocca la cetra soavemente. La percossa corda

con sottil voce rispondeagli, e quelli con tripudio di piedi sufolando e canticchiando ne seguìano il suono. Di giovenche una mandra anco vi pose

con erette cervici. Erano sculte in oro e stagno, e dal bovile uscièno mugolando e correndo alla pastura lungo le rive d'un sonante fiume

che tra giunchi volgea l'onda veloce. Quattro pastori, tutti d'oro, in fila gìan coll'armento, e li seguìan fedeli nove bianchi mastini. Ed ecco uscire

due tremendi lïoni, ed avventarsi tra le prime giovenche ad un gran tauro, che abbrancato, ferito e strascinato lamentosi mandava alti muggiti.

Per riaverlo i cani ed i pastori pronti accorrean: ma le superbe fiere del tauro avendo già squarciato il fianco, ne mettean dentro alle bramose canne

le palpitanti viscere ed il sangue. Gl'inseguivano indarno i mandriani aizzando i mastini. Essi co' morsi attaccar non osando i due feroci,

latravan loro addosso, e si schermivano. Fecevi ancora il mastro ignipotente in amena convalle una pastura tutta di greggi biancheggiante, e sparsa

di capanne, di chiusi e pecorili. Poi vi sculse una danza a quella eguale che ad Arïanna dalle belle trecce nell'ampia Creta Dèdalo compose.

V'erano garzoncelli e verginette di bellissimo corpo, che saltando teneansi al carpo delle palme avvinti. Queste un velo sottil, quelli un farsetto

ben tessuto vestìa, soavemente lustro qual bacca di palladia fronda. Portano queste al crin belle ghirlande, quelli aurato trafiere al fianco appeso

da cintola d'argento. Ed or leggieri danzano in tondo con maestri passi, come rapida ruota che seduto al mobil torno il vasellier rivolve,

or si spiegano in file. Numerosa stava la turba a riguardar le belle carole, e in cor godea. Finìan la danza tre saltator che in varii caracolli

rotavansi, intonando una canzona. Il gran fiume Oceàn l'orlo chiudea dell'ammirando scudo. A fin condotto questo lavoro, una lorica ei fece

che della fiamma lo splendor vincea; poi di raro artificio un saldo e vago elmo alle tempie ben acconcio, e sopra d'auro tessuta v'innestò la cresta.

Fur ultima fatica i bei schinieri di pieghevole stagno. E terminate l'armi tutte, il gran fabbro alto levolle, e al piè di Teti le depose. Ed ella,

co' bei doni del Dio, come sparviero ratta calossi dal nevoso Olimpo.

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Libro decimottavo · Vincenzo Monti · Poetry Cove