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1754–1828

Libro decimoterzo

Vincenzo Monti

Poiché Giove appressati ebbe alle navi con Ettore i Troiani, ivi in travaglio incessante lasciolli: e vôlti indietro i fulgid'occhi a riguardar si pose

del Trace di cavalli agitatore la contrada e de' Misii a stretta pugna valorosi guerrieri e de' famosi Ippomolghi, giustissimi mortali

che di latte nudriti a lunga etade producono i lor dì: né più di Troia dava un guardo alle mura, in sé pensando che nessun Dio discendere de' Teucri

o de' Greci in aita oso sarebbe. Né invan si stava alla vedetta intanto il re Nettunno che su l'alte assiso selvose cime della tracia Samo

contemplava di là l'aspro conflitto; e tutto l'Ida e Troia e degli Achei le folte antenne si vedea davanti. Ivi uscito dell'onde egli sedea,

e del cader de' Greci impietosito contro Giove fremea d'alto disdegno. Ratto spiccossi dall'alpestre vetta e discese. Tremâr le selve e i monti

sotto il piede immortal dell'incedente irato Enosigèo. Tre passi ei fece, e al quarto giunse alla sua meta in Ege, ove d'auro corruschi in fondo al mare

sorgono eccelsi i suoi palagi eterni. Qui venuto i veloci oro–criniti eripedi cavalli al cocchio aggioga. In aurea vesta si ravvolge tutta

la divina persona, ed impugnato l'aureo flagello di gentil lavoro monta il carro, e leggier vola su l'onda. Dagl'imi gorghi uscite a lui dintorno,

conoscendo il re lor, l'ampie balene esultano, e per gioia il mar si spiana. Così rapide volano le rote che dell'asse né pur si bagna il bronzo;

e gli agili cavalli a tutto corso verso le navi achee portano il Dio. Fra Tènedo e fra l'aspra Imbro nell'imo s'apre dell'alto sale ampia spelonca.

Qui giunto il nume i corridor sostenne, e dal temo gli sciolse, e ristorati d'ambrosio cibo, gli allacciò di salde auree pastoie d'insolubil nodo,

onde attendan lì fermi il redituro re lor che al campo degli Achei s'indrizza. Una fiamma sembianti o una procella, affollati, indefessi, e d'alte grida

l'aria empiendo i Troiani e furiando seguon d'Ettore i passi, il cor ripieni della speranza d'occupar le navi, e tra le navi sterminar gli Achei.

Ma di Calcante presa la sembianza e la gran voce, raccendea Nettunno gli argolici guerrieri; e pria rivolto agli Aiaci gridava: Ah vi ricordi

che il campo achivo col valor si salva, non col freddo timor. Non io de' Teucri, che in folla superâr l'alta muraglia, le ardite mani agli altri posti or temo,

ove a tutti terran fronte gli Achei; ma qui tem'io d'assai qualche sinistro, qui dove questo inviperito Ettorre, che del gran Giove si millanta figlio,

guida i Teucri, e s'avventa come fiamma. Ma se in mente a voi pone un qualche iddio di contrastargli, e di dar core altrui, certo mi fo che lungi dalle navi

respingerete il suo furor, foss'anco lo stesso Giove che gl'infonde ardire. Così parla Nettunno, e collo scettro toccandoli ambidue, per le lor membra

una divina vigorìa diffuse, che tutta alleggerendo la persona alle man polso aggiunse, ed ali al piede; e ciò fatto, sparì colla prestezza

di veloce sparvier, che nella valle visto un augello, da scoscesa rupe si precipita a piombo su la preda. Aiace d'Oïlèo s'accorse il primo

del portento; e al figliuol di Telamone di subito converso, Amico, ei disse, colui che ne parlò non egli al certo è l'indovino augurator Calcante,

ma qualche dell'Olimpo abitatore che ne prese le forme, e ne comanda di pugnar per le navi. Agevolmente si riconosce un nume, ed io da tergo

lui conobbi all'incesso appunto in quella che si partiva, e me l'avvisa il core che di battaglia più che mai bramoso mi ferve in petto sì, che mani e piedi

brillar mi sento del desìo di pugna. E a me, risponde il gran Telamonìde, a me pur brilla intorno a questa lancia l'audace destra, e il cor mi cresce in seno,

e l'impulso de' piè sento di sotto sì, che pur solo d'azzuffarmi anelo coll'indomito Ettorre. — Era di questi tale il discorso, e tal dell'armi il caldo

desir che in petto avea lor posto il nume. Nettunno intanto degli Achei ridesta l'ultime file, che scorate e stanche dal marzïal travaglio appo i navigli

prendean respiro, e di gran duol cagione era loro il veder che l'alto muro avean varcato con tumulto i Teucri. Piovea lor dalle ciglia a quella vista

un largo pianto, di scampar perduta ogni speranza. Ma col pronto arrivo le ravvivò Nettunno; e pria Leìto e Teucro e Dëipìro e Penelèo

e Merïone e Antìloco e Toante, tutti eroi bellicosi, inanimando, Oh vergogna! esclamò, così combatte or dell'argiva gioventude il fiore?

Nel valor delle vostre armi io sperava salve le navi: ma se voi la fiera pugna cessate, il dì supremo è questo della nostra caduta. Oh cielo! oh indegno

spettacolo ch'io veggo, e ch'io non mai possibile credea! fino alle navi irrompere i Troiani, essi che dianzi non eran osi né un momento pure

far fronte ai Greci, e ne fuggìan la possa come timide cerve, che vaganti per la foresta, e imbelli e senza core son di linci, di lupi e leopardi

l'ingorde canne a satollar serbate. Or ecco che lontan dalla cittade fino alle navi la battaglia spingono, colpa del duce Atride e noncuranza

de' guerrier che con esso incolloriti, anzi che a scampo delle navi armarsi, trucidar vi si fanno. E nondimeno benché l'Atride eroe veracemente

sia di ciò tutto la cagion, per l'onta ch'egli fece al Pelìde, a noi non lice a verun patto abbandonar la pugna. Via, s'emendi l'error: le generose

alme i lor falli a riparar son preste; né voi, sendo i più forti, onestamente il valor vostro rallentar potete; ned io col vile che pugnar ricusa

so corrucciarmi, ma con voi mi sdegno altamente, con voi che fatti or molli ed ignavi e codardi un maggior danno vi preparate. In sé ciascuno adunque

il pudor svegli e del disnor la tema. Grande è il certame che s'accese: il prode Ettore è quegli che le navi assalta, e le porte già ruppe e l'alta sbarra.

Da questi di Nettunno acri conforti incoraggiate le falangi achee si strinsero agli Aiaci in sì bel cerchio, che stupito n'avrìa Marte e la stessa

Minerva de' guerrieri eccitatrice. Questo fior di gagliardi il duro assalto de' Troiani e d'Ettòr fermo attendea, come siepe stipando ed appoggiando

scudo a scudo, asta ad asta, ed elmo ad elmo e guerriero a guerrier; sì che gli eccelsi cimier su i coni rilucenti insieme confondean l'onda delle chiome equine.

Così densati procedean di punta contra il nemico questi forti, ognuno nella robusta mano arditamente bilanciando il suo telo, e di dar dentro

tutti vogliosi. Fur primieri i Teucri stretti insieme a far impeto precorsi dall'intrepido Ettòr, pari a veloce rovinoso macigno che torrente

per gran pioggia cresciuto da petrosa rupe divelse e spinse al basso; ei vola precipite a gran salti, e si fa sotto la selva risonar; né il corso allenta

finché giunto alla valle ivi si queta immobile. Così pel campo Ettorre seminando la strage, infino al mare penetrar minacciava, e senza intoppo

fra le navi cacciarsi e fra le tende. Ma come a fronte ei giunse della densa falange s'arrestò, vano vedendo di spezzarla ogni mezzo: e di rincontro

l'appuntar colle lance e colle spade sì fieri i figli degli Achei, che a forza l'allontanâr. Respinto ei diede addietro, ed alto a' suoi gridò: Troiani, e Licii

e Dàrdani, deh voi fermo tenete; ché, benché denso, lo squadron nemico non sosterrammi a lungo, e all'urto io spero della mia lancia piegherà, se invano

non eccitommi il più possente Iddio, l'altitonante di Giunon marito. Di ciascuno destâr la lena e il core queste parole. Allor di Prìamo il figlio

con grande ardir Dëìfobo si mosse, e davanti portandosi lo scudo che tutto il ricopriva, a lento passo s'avanzò. Merïon di mira il prese

colla fulgida lancia, e in pieno il colse nello scudo taurin, ma di forarlo non gli successe, ché alla prima falda l'asta si franse. Paventando il telo

del bellicoso Merïon, dal petto discostossi Dëìfobo il brocchiero, e l'argolico eroe vista spezzarsi la lancia, e tolta la vittoria, irato

si ritrasse fra' suoi, quindi lunghesso le navi ei corse alla sua tenda in cerca d'un riposto lancion. La pugna intanto cresce, ed immenso si solleva il grido.

Il Telamònio Teucro innanzi a tutti Imbrio distese, acerrimo guerriero, cui Mèntore di ricche equestri razze possessor generò. Tenea costui

pria dell'arrivo degli Achei suo seggio in Pedèo, disposata la leggiadra Medesicaste, del troiano Sire spuria figliuola. Ma venuti i Greci

rivenne ad Ilio ei pure, e fra' Troiani distinto di valor nelle regali case abitava, e il re tenealo in pregio del par che i figli. A costui l'asta infisse

sotto l'orecchio il buon Telamonìde, e tosto ne la svelse. Imbrio cadeo a frassino simìl, che su la cima d'una montagna da lontan veduta

reciso dalla scure al suolo abbassa le sue tenere chiome; così cadde riverso, e l'armi gli sonâr dintorno. Di rapirle bramoso immantinente

Teucro accorse: ma pronto in lui diresse la fulgid'asta Ettòr. L'altro che a tempo del colpo s'avvisò, scansollo alquanto, ed in sua vece lo raccolse in petto

il figliuol dell'Attòride Cteato Amfimaco, che appunto in quel momento entrava nella mischia. Strepitoso ei cadde, e sopra gli tonò l'usbergo.

A levar del magnanimo caduto dalla fronte il bell'elmo Ettore vola, ma d'Aiace l'aggiunse il fulminato splendido telo, che l'ettòreo petto

non offese egli, no (ché tutto quanto era nel ferro orribilmente chiuso), ma di tal forza gli percosse il colmo dello scudo, che pur lo risospinse,

sì che scostarsi fu mestier dall'uno cadavere e dall'altro, ed agli Achivi abbandonarli. Amfimaco fra' suoi fu ritratto da Stichio e Menestèo

atenèi condottieri; Imbrio da' forti Aiaci, simiglianti a due leoni che tolta al dente di gagliardi cani una capra talor, fra i densi arbusti

la portano del bosco alta da terra nell'orrende mascelle. A questa guisa sublime fra le braccia i due guerrieri d'Imbrio la salma ne portaro, e a lui,

trattegli l'armi, il figlio d'Oïlèo, della morte d'Amfimaco sdegnoso, mozza la testa fe' volar dal busto; indi fra i Teucri la gittò rotata

come lubrico globo, e al piè d'Ettorre la travolse sanguigna nella polve. Non fu senz'alto di Nettun disdegno d'Amfimaco la morte al Dio nipote.

Risoluto in suo cor de' Teucri il danno, fra le navi e le tende il corruccioso nume avviossi ad animar gli Achivi. Scontrollo Idomenèo, che appunto in quella

un amico lasciava a lui poc'anzi fuor della pugna dai compagni addutto e ferito al ginocchio. Ai medicanti commessane la cura il re cretese

da quella tenda si partìa, pur sempre desideroso di battaglia. Ed ecco (preso il volto e la voce di Toante d'Andrèmone figliuol, che di Pleurone

e dell'eccelsa Calidon signore agli Etoli imperava, e al par d'un nume lo riverìa la gente), ecco Nettunno farglisi innanzi, e dire: Idomenèo

consiglier de' Cretesi, ove n'andaro le minacciate ai Teucri alte minacce da' figli degli Achei? — Nullo qui manca al suo dover, rispose il gnossio duce,

nullo, per mio sentire, e sappiam tutti pugnar. Nessuno da vil tema è preso, nessun fiaccato da desidia fugge l' affanno marzïal. Ma del possente

Giove quest'è la fantasia, che lungi dalla patria perire inonorati qui debbano gli Achei. Ma tu che fosti sempre un forte, o Toante, e altrui se' uso

destar coraggio, se allentar lo vedi, segui a farlo, e rinfranca ogni guerriero. Possa da Troia, replicò Nettunno, non si far più ritorno, e qui de' cani

rimanersi sollazzo, ognun che cerchi in questo giorno abbandonar la pugna. Va, ti rïarma, e vieni, e tenteremo, benché due soli, di far tale un fatto

ch'utile torni. La congiunta forza pur degl'imbelli è di momento, e noi ancor co' prodi guerreggiar sappiamo. Disse, e mischiossi il Dio nel travaglioso

mortal conflitto. Rïentrò veloce nella sua tenda Idomenèo, di belle armi vestissi tutto quanto, e tolte due lance s'avvïò, simile in vista

alla corrusca folgore che Giove vibra dall'alto a sgomentar le genti, e di lucidi solchi il ciel lampeggia; così splendea l'acciaro intorno al petto

del frettoloso eroe. Lungi di poco dalla tenda scontrollo il suo fedele Merïon, che venìa d'altr'asta in cerca. Figlio di Molo, Idomenèo gli disse,

ove corri sì ratto? e perché lasci, diletto amico Merïon, la pugna? Se' tu forse ferito, e qualche punta ti tormenta di strale? od a recarmi

qualche avviso ne vieni? Andiam, ch'io stesso non di riposi, ma di pugna ho brama. Vengo, rispose Merïon, d'un'asta a provedermi, Idomenèo, se alcuna

te ne rimase al padiglion. La mia allo scudo la ruppi del feroce Dëìfobo. — Non una, il re riprese, ma venti, se le brami, alla parete

ne troverai poggiate entro la tenda, tutte belle e troiane e da me tolte ad uccisi nemici. Io li combatto sempre dappresso; e così d'aste io feci

e d'elmetti e di scudi ombelicati e di lucidi usberghi un tanto acquisto. Ed io pur nella tenda e nella nave ho molte spoglie de' Troiani in serbo,

soggiunse Merïon; ma lungi or sono. E neppur io mi spero in obblianza aver posto il valor; ché anch'io ne' campi della gloria so starmi in mezzo ai primi,

quando di Marte la tenzon si desta. Forse al più degli Achei mal noto in guerra è il mio valor, ma tu il conosci, io spero. Sì, lo conosco, Idomenèo riprese,

ma che ridirlo or tu? L'agguato è il campo ove in sua chiarità splende il coraggio, e dal codardo si discerne il prode. Color cangia il codardo, e il cor mal fermo

non gli permette di tenersi immoto un solo istante; mancagli il ginocchio, sul calcagno s'accascia, e immaginando vicino il suo morir, l'alma nel seno

palpita e trema dibattendo i denti. Ma collocato nell'insidia il forte né cor cangia né volto, e della zuffa il momento sospira. E a noi tenuti

tra' più gagliardi, se l'andar ne tocchi d'un agguato al periglio, a noi pur anco e del tuo braccio e del tuo cor palese si farìa la virtù. Se nella pugna

fia che ti colga un qualche telo, al certo il tergo no ma piagheratti il petto, e diritto corrente all'inimico, e tra' primieri avvolto, e nel più denso

della battaglia. Ma non più parole; onde a caso qualcun sopravvenendo di vanitosi cianciatori a dritto non ci getti rampogna. Orsù, t'affretta

nella tenda, e una forte asta ti piglia. Disse, e l'altro volò, prese veloce una ferrata lancia, e la battaglia anelando, raggiunse Idomenèo.

Qual s'avanza al conflitto il sanguinoso nume dell'armi, e suo diletto figlio l'accompagna il Terror che audace e forte anco i più fermi fa tremar; l'orrenda

coppia lasciati della Tracia i lidi va degli Efìri a guerreggiar le genti o i magnanimi Flegii, e non ascolta più quei che questi, ancor dubbiando a cui

la vittoria inviar; tali nel ferro lampeggianti procedono alla pugna, condottieri di prodi, Idomenèo e Merïone, che primier dicea:

Da qual parte in battaglia entrar t'aggrada, o Deucalìde valoroso? a destra o pur nel centro? o sosterrem più tosto la sinistra? Gli è quivi, a mio parere,

che di soccorso ai nostri è più mestiero. Il centro ha buoni difensor, rispose il re di Creta, ha l'uno e l'altro Aiace e il più prestante saettier de' Greci

Teucro, gagliardo combattente insieme a piè fermo. Daran questi ad Ettorre, per audace ch'ei sia, molto travaglio nella fervida mischia, e costar caro

gli faranno il tentar di superarne l'invitta forza, e i minacciati legni colle fiamme assalir, se pur lo stesso Giove non scenda colle proprie mani

a gittarvi gl'incendii. A mortal uomo che sia di frutto cereal nudrito, e cui possa del ferro o delle pietre il colpo vïolar, non fia che mai

il grande Aiace Telamònio ceda, non allo stesso vïolento Achille che di corso bensì, ma fior nol vince nel pugnar di piè fermo. Or noi del campo

rivolgiamci alla manca, e vediam tosto se darem gloria ad altri, od altri a noi. Volâr, ciò detto, alla prefissa meta. I Troiani, veduto Idomenèo

come vampa di foco alla lor volta col suo scudier venirne, orrendo ei pure di scintillanti arnesi, inanimando sé medesmi a vicenda, ad incontrarli

mossero tutti di conserto. Allora surse avanti alle poppe aspro conflitto. A quella guisa che ne' caldi giorni, quando copre le vie la molta polve,

s'alza turbo di vento che solleva sibilando di sabbia una gran nube; tali ardendo nel cor di porsi a morte co' ferri acuti, s'attaccâr le schiere.

Irto era tutto il campo (orrida vista!) di lunghe aste impugnate, e il ferreo lampo degli usberghi, degli elmi e degli scudi tutti in confuso folgoranti e tersi

facea barbaglio agli occhi; e stato ei fôra ben audace quel cor che vista avesse tranquillo e lieto la crudel contesa. Così divisi di favor li due

possenti figli di Saturno, acerbe ordìan gravezze ai combattenti eroi. Di qua Giove ai Troiani e al forte Ettorre la vittoria desìa; non ch'egli intero

voglia lo scempio della gente achea, ma sol quanto a innalzar del grande Achille basti la gloria ed onorar la madre: di là furtivo da' suoi gorghi uscito

Nettunno infiamma colla dìa presenza degli Argivi il coraggio, e del vederli domi dai Teucri doloroso freme contro Giove di sdegno. Una è d'entrambi

l'origine divina e il nascimento: ma nacque Giove il primo, e più sapea. Quindi il minor fratello alla scoperta oso non era d'aïtarli, e solo

celatamente ed in sembianza umana infondea loro ardire. A questo modo l'un nume e l'altro agli uni e agli altri iniqua d'aspre discordie ordiro una catena

che né spezzare si potea né sciorre, e che stese di molti al suol la forza. Quantunque sparso di canizie il crine, con vigor fresco allora Idomenèo,

fatto ai Greci coraggio, i Teucri assalse, e sbaragliolli, ucciso Otrïonèo. Di Càbeso poc'anzi era costui venuto al grido della guerra, e a sposa

la più bella chiedea, senza dotarla, delle fanciulle prïamèe, Cassandra; e l'alta impresa di scacciar da Troia lor malgrado gli Achivi impromettea.

Gli avea di questo intenzion già data il re vecchio e l'assenso, ed animato dalle promesse il vantator pugnava arditamente, ed incedea superbo.

Colla fulgida lancia Idomenèo l'adocchiò, lo colpì, gl'infisse il telo in mezzo all'epa dalle piastre invano del torace difesa. Alto fragore

diè cadendo il guerriero, e l'insultando il vincitor sì disse: Otrïonèo, se tutte che tu festi al re troiano alte promesse adempirai, su tutti

i mortali pur io terrotti in pregio. Prìamo la figlia ti promise, e noi altra sposa t'offriam, la più leggiadra delle figlie d'Atride, e lei qui tosto

farem d'Argo venir, a questo patto che tu di Troia ad espugnar n'aiti la superba città. Dunque ne segui, onde alle navi contrattar le nozze,

e suoceri n'avrai larghi e cortesi. Sì dicendo, per mezzo alla battaglia strascinollo d'un piede. A vendicarlo avanzossi pedon nanzi al suo carro

Asio, e anelanti al tergo gli guidava il fido auriga i corridor. Mentr'egli a ferir d'un bel colpo Idomenèo tutto intende il suo cor, questi il prevenne

e la lancia gli spinse nella gola sotto il mento, e passolla. Asio cadeo siccome quercia o pioppo od alto pino cui sul monte tagliâr con raffilate

bipenni i fabbri a nautic'uso. Ei giacque lungo a terra disteso innanzi al cocchio, e digrignava i denti, e colle mani strignea rabbioso la cruenta polve.

Smarrì l'auriga il cor, né per sottrarsi alla man de' nemici addietro osava dar volta al cocchio. Il giunse in quello stato Antìloco coll'asta, e in mezzo al ventre

lo trivellò, ché nulla lo difese l'interzata lorica. Ei dal bel carro riversossi anelante, ed ai cavalli dato di piglio il vincitor, dai Teucri

li sospinse agli Achei. D'Asio caduto Dëìfobo dolente colla picca si strinse addosso al re di Creta, e trasse. Previde il colpo, e curvo Idomenèo

sotto il grand'orbe si raccolse tutto dello scudo taurin che di fulgente ferro il contorno e doppia avea la guiggia. Riparato da questo egli la punta

schivò dell'asta ostil che sorvolando veloce delibò nel suo trascorso lo scudo, e secco risonar lo fece. Né indarno uscì dalla man forte il telo,

ma l'Ippaside Ipsènore percosse sotto i precordi, e l'atterrò. Gran vanto si diè sul morto l'uccisor, gridando: Asio non giace inulto, e alle tremende

porte scendendo di Pluton mi spero fia del compagno, ch'io gli do, contento. Contristò degli Achei quel vanto i petti, d'Antìloco su gli altri il bellicoso

cor ne fu tocco; né lasciò per questo in abbandon l'amico, anzi accorrendo lo coprì dello scudo, e lo protesse sì che Alastorre e Mecistèo, due cari

dell'estinto compagni, in su le spalle recarselo potero ed alle navi trasportarlo, mettendo alti lamenti. Non rallentava Idomenèo frattanto

il magnanimo core, e vie più sempre l'infiammava la brama o di coprire qualche Troiano dell'eterna notte, o far di sua caduta egli medesmo

risonante il terren, sol che de' Greci allontani l'eccidio. Era fra' Teucri un caro figlio d'Esïèta, il prode Alcatòo, già consorte alla maggiore

delle figlie d'Anchise Ippodamìa, che al genitor carissima e alla madre onoranda matrona, ogni compagna vincea di volto e di prudenza, esperta

in tutte l'arti di Minerva; ond'ella d'un de' più chiari fra gli eroi fu sposa di quanti Ilio n'avea nel suo gran seno. Ma sotto la cretense asta domollo

Nettunno; e prima gli annebbiò le luci, poi per le belle membra gli diffuse tale un torpor, che né fuggirsi addietro né scansarsi potea, ma immoto e ritto

come colonna o pianta alto chiomata stavasi; e tale lo colpì nel petto d'Idomenèo la lancia, e la lorica, della persona inutile difesa,

gli traforò. Diè un rauco e sordo suono il lacerato usbergo; strepitoso Alcatòo cadde, e il battere del core fe' la cima tremar dell'asta infissa,

ch'ivi alfin tutta si quetò. Superbo del glorïoso colpo Idomenèo alto sclamò: Dëìfobo, e' ti sembra che ben s'adegui con tre morti il conto

d'un solo? Inane fu il tuo vanto, o folle. Viemmi a fronte e vedrai qual io mi vegna qui rampollo di Giove. Ei primo ceppo Minosse generò giusto di Creta

conservator, Minosse il generoso Deucalïone, e questi me nell'ampia Creta di molto popolo signore; ed ora a Troia mi portâr le navi

a te fatale e al padre e a tutti i Teucri. Stette all'acre parlar fra due sospeso Dëìfobo, se in cerca retroceda d'un valoroso che l'aiuti, o s'egli

si cimenti pur solo. In tal pensiero ir d'Anchise al figliuol gli parve il meglio, e negli estremi lo trovò del campo stante e il cor roso di perpetuo cruccio,

perché lui, che tra' prodi avea gran fama, inonorato il re troian lasciava. Venne a lui dunque, e così disse: Enea, chiaro de' Teucri capitan, se cura

de' congiunti ti tocca, il tuo cognato esanime soccorri. Andiam, la morte vendichiam d'Alcatòo che un dì marito di tua sorella t'educò bambino,

e ch'or d'Idomenèo l'asta ti spense. Si commosse l'eroe racceso il petto del desìo della pugna, ed alla volta d'Idomenèo volò. Né già si volse

come fanciullo in fuga il re cretese, ma fermo stette ad aspettarlo. E quale cinghial che sente le sue forze, aspetta in solitario loco alla montagna

de' cacciator la turba: alto sul dosso arriccia il pelo, e una terribil luce lampeggiando dagli occhi i denti arruota, di sbaragliar le torme impaziente

degli uomini e de' cani: in tal sembianza fermo si stava Idomenèo, l'assalto aspettando d'Enea. Pur vôlto a' suoi, Ascàlafo chiamonne ed Afarèo

e Dëipìro e Merïone e Antìloco mastri di guerra, e gl'incitò con queste ratte parole: Amici, a darmi assalto corre il figlio d'Anchise: egli è di stragi

operator gagliardo, e ciò che forma il maggior nerbo, ha pur degli anni il fiore. Io son qui solo, né del par la fresca gioventù mi sorride. Ove ciò fosse,

con questo cor qui tosto glorïoso o lui mia morte, o me la sua farebbe. Disse, e tutti gli fur concordi al fianco con gl'inclinati scudi. Enea dall'altra

parte eccitando i suoi compagni appella Dëìfobo a soccorso e Pari e il divo Agènore, che tutti eran con esso condottieri de' Teucri, e li seguìa

molta man di guerrieri, a simiglianza di pecorelle che dal prato al fonte van su la traccia del lanoso duce, e ne gode il pastor; tale d'Enea

pel seguace squadron l'alma gioisce. Colle lungh'aste intorno ad Alcatòo s'azzuffâr questi e quelli. Intorno ai petti orribilmente risonava il ferro

de' combattenti, e due guerrier famosi d'Anchise il figlio e il regnator di Creta pari a Marte ambedue con dispietato ferro a vicenda di ferirsi han brama.

Trasse primiero Enea, ma visto il colpo, l'avversario schivollo, e tremolante al suol s'infisse la dardania punta invan fuggita dalla man robusta.

Idomenèo percosse a mezzo il ventre Enòmao. Spezzò l'asta l'incavo della corazza, e gl'intestini incise, sì ch'egli cadde nella polve, e strinse

colle pugna il sabbion. Svelse dal morto la lancia il vincitor, ma le bell'armi rapirgli non poteo, ché degli strali l'opprimea la tempesta, e non avea

salde al correr le gambe e al ripigliarsi l'asta scagliata, ed a schivar l'ostile. Quindi a piè fermo ei ben sapea per anco la morte allontanar, ma dal conflitto

mal nel bisogno sottraealo il piede. Dëìfobo che caldo il cor di rabbia sempre in lui mira, vistolo ritrarsi a lenti passi, gli avventò, ma indarno

pur questa volta, il telo che veloce via trasvolando Ascàlafo raggiunse prole di Marte, e all'omero il trafisse. Ei cadde, e steso brancicò la polve:

né del caduto figlio allor veruna ebbe notizia il vïolento Iddio, che dal comando di Giove impedito stava in quel punto su le vette assiso

dell'Olimpo, e il coprìa d'oro una nube misto agli altri Immortali a cui vietato era dell'armi il sanguinoso ludo. Una pugna crudel sul corpo intanto

d'Ascàlafo incomincia. Al morto invola Dëìfobo il bell'elmo; e Merïone tale sul braccio al rapitor disserra di lancia un colpo, che di man gli sbalza

risonante al terren l'aguzzo elmetto E qui di nuovo Merïon scagliossi come fiero avoltoio, e dal nemico braccio sconfitta dell'astil la punta

si ritrasse tra' suoi. Corse al ferito il suo german Polìte, e per traverso l'abbracciando il cavò dal rio conflitto ed in parte venuto ove l'auriga

lungi dall'armi co' cavalli il cocchio in pronto gli tenea, questi il portaro gemente, afflitto e per la fresca piaga tutto sangue la mano alla cittade.

Cresce intanto la pugna e al ciel ne vanno immense grida. Enea d'asta colpisce nella gola Afarèo Caletorìde che l'investìa di fronte. Riversossi

dall'altra parte il capo, e n'andâr seco l'elmo e lo scudo, e lui la morte avvolse. Visto Toone che volgea le terga, Antìloco l'assalta, e al fuggitivo

netta incide la vena che pel dosso quanto è lungo scorrendo al collo arriva, netta l'incide, e resupino ei casca nella sabbia, stendendo a' suoi compagni

ambe le mani. Gli fu ratto addosso Antìloco, e dell'armi il dispogliando gli occhi ai Teucri tenea, che d'ogni parte serrandolo, il lucente ampio pavese

gli tempestan di dardi, e mai veruno di tanti teli disfiorar del figlio di Nèstore il gentil corpo potea, ché da tutti il guardava attentamente

l'Enosigèo Nettunno. Ed il guerriero, non che ritrarsi dai nemici, sempre coll'asta in moto s'avvolgea fra loro pronto a ferir da lungi e da vicino.

Mentre in cor volge nuovi danni, il vede l'Asiade Adamante, e in lui repente impeto fatto colla lancia il fere a mezza targa. Preservò del Greco

la vita il nume dalle chiome azzurre, e spezzò la nemica asta che mezza rimase infissa nello scudo a guisa d'adusto palo, e mezza giacque a terra.

Diede addietro a tal vista il feritore salvandosi fra' suoi. Ma Merïone spinse l'asta nel ventre al fuggitivo fra l'umbilico e il pube, ove del ferro

è mortal la ferita, e lo confisse. Cadde il confitto su la lancia, e tutto si contorcea qual bue, cui di ritorte funi annodato su pel monte a forza

strascinano i bifolchi, e tale anch'egli si dibattea; ma il suo penar fu breve: ché tosto accorse Merïone, e svelta l'asta dal corpo, l'acchetò per sempre.

Grande e battuta su le tracie incudi alza Eleno la spada, ed alla tempia Deìpiro fendendo gli dirompe l'elmo, e dal capo glielo sbalza in terra.

Ruzzolò risonante la celata fra le gambe agli Achivi, e fu chi tosto la raccolse: ma negra eterna notte Deìpiro coperse. Addolorato

del morto amico il buon minore Atride, contro il regale eroe che a morte il mise, minaccioso avanzossi, alto squassando l'acuta lancia; ed Eleno a rincontro

l'arco tese. Affrontârsi ambo i guerrieri, bramosi di vibrar quegli la picca, questi lo strale. Saettò primiero di Prìamo il figlio, e colpì l'altro al petto

nel cavo del torace. Il rio quadrello via volò di risalto, e a quella guisa che per l'aia agitato in largo vaglio al somar dell'auretta ed alle scosse

del vagliator sussulta della bruna fava o del cece l'arido legume; dall'usbergo così di Menelao resultò risospinto il dardo acerbo.

Di risposta l'Atride al suo nemico ferì la man che il liscio arco strignea, e all'arco stesso la confisse. In salvo retrocesse fra' suoi tosto il ferito,

cui penzolava dalla man l'infisso frassìneo telo. Glielo svelse alfine il generoso Agènore, e la piaga destramente fasciò d'una lanosa

fionda che pronta il suo scudier gli avea. Al trïonfante Atride si converse Pisandro allor di punta, e negro fato a cader lo spigneva in rio certame

sotto i tuoi colpi, o Menelao. Venuti ambo all'assalto, gittò l'asta in fallo il figliuolo d'Atrèo. Colse Pisandro lo scudo ostil, ma non passollo il telo

dalla targa respinto e nell'estrema parte spezzato; nondimen gioinne colui nel core, e vincitor si tenne. Tratto il fulgido brando, allor l'Atride

avventossi al nemico, e questi all'ombra dello scudo impugnò ferrata e bella una bipenne, nel polito e lungo manico inserta di silvestre olivo.

Mossero entrambi ad un medesmo tempo. Al cono dell'elmetto irto d'equine chiome sotto il cimier Pisandro indarno la scure dechinò; l'altro lui colse

nella fronte, e del naso alla radice. Crepitò l'osso infranto, e sanguinosi gli cascâr gli occhi nella polve al piede. Incurvossi cadendo, e Menelao

d'un piè calcato dell'ucciso il petto, l'armi n'invola, e glorïoso esclama: Ecco la via per cui de' bellicosi Dànai le navi lascerete alfine,

perfidi Teucri ognor di sangue ingordi. Vi fu poco l'aver, malvagi cani, con altra fellonìa, con altre offese violati i miei lari, e del tonante

Giove ospital sprezzata la tremenda ira che un giorno svellerà dal fondo l'alta vostra città; poco il rapirmi una giovine sposa e assai ricchezza

da nulla ingiuria offesi, anzi a cortese ospizio accolti e accarezzati. Or anco desìo vi strugge di gittar nel mezzo delle navi le fiamme, e degli achivi

eroi far scempio. Ma verrà chi ponga vostro malgrado a furor tanto il freno. Giove padre, per certo uomini e Dei di saggezza tu vinci, e nondimeno

da te vien tutto sì nefando eccesso, da te de' Teucri difensor, di questa sempre d'oltraggi e d'ingiustizie amica razza iniqua che mai delle rie zuffe

di Marte non si sbrama. Il cor di tutte cose alfin sente sazietà, del sonno, della danza, del canto e dell'amore, piacer più cari che la guerra; e mai

sazi di guerra non saranno i Teucri? Tolse l'armi, ciò detto, a quell'estinto di sangue asperse; e come in man rimesse l'ebbe de' suoi, di nuovo all'inimico

volse la faccia nelle prime file. Fiero l'assalse allor di Pilemène il figlio Arpalïon, che il suo diletto padre alla guerra accompagnò di Troia

per non mai più redire al patrio lido. S'avanzò, fulminò l'asta nel colmo dello scudo d'Atride; e senza effetto visto il suo colpo, s'arretrò salvando

fra' suoi la vita, e d'ogni parte attento guatando che nol giunga asta nemica. Ed ecco dalla man di Merïone una freccia volar che al destro clune

colse il fuggente, e sotto l'osso accanto alla vescica penetrò diritto. Caduto sul ginocchio egli nel mezzo de' cari amici spirando giacea

steso al suol come verme, e in larga vena il sangue sul terren facea ruscello. Gli fur dintorno con pietosa cura i generosi Paflagoni, e lui

collocato sul carro alla cittade conducean dolorando. Iva con essi tutto in lagrime il padre, e dell'ucciso figlio nessuna il consolò vendetta.

Pel morto Arpalïon forte crucciossi Paride, che cortese ospite l'ebbe fra' Paflagoni un tempo, e dalla cocca sfrenò di ferrea punta una saetta.

Era un certo Euchenòr, dell'indovino Polïìde figliuol, uom prode e ricco e di Corinto abitator, che appieno del reo suo fato istrutto, avea di Troia

veleggiato alle rive. A lui sovente detto aveva il buon veglio Polïìde che d'atro morbo nel paterno tetto, o di ferro troiano egli morrebbe

fra le argoliche navi: e più che morte, di tetra infermità l'aspro martìre e degli Achei lo spregio, egli temette. Di Paride lo stral colse costui

sotto l'orecchio alla mascella, e tosto l'abbandonò la vita, ed un orrendo perpetuo buio gli coprì le luci. In questa guisa ardea la pugna, e ancora

il diletto di Giove alto guerriero Ettore intesa non avea la strage che di sue genti segue alla sinistra della battaglia, e che omai piega il volo

la vittoria agli Achei; tale è l'impulso, tale il nerbo e l'ardir di che furtivo li soccorre Nettunno. A quella parte stavasi Ettorre, ov'egli avea da prima

le porte a forza superato e il muro, e rotte degli Achei le dense file. Ivi d'Aiace e di Protesilao coronavan le navi al secco il lido;

e perché da quel lato era più basso edificato il muro, ivi più forte de' cavalli e de' fanti era la pugna. Ftii, Beozi, Locresi, e colle lunghe

lor tuniche gl'Ionii e i chiari Epèi ivi eran tutti, e tutti a tener lungi dalle navi d'Ettorre la rovina opravano le mani; e tanti insieme

a rintuzzar dell'infiammato eroe non bastano la furia. Il fior d'Atene stassi alle prime file, ed il Petìde Menestèo li conduce, aiutatori

Stichio, Fida e Bïante. È degli Epèi duce Megète e Dracio ed Amfïone; de' Ftii Medonte e il pugnator Podarce, Podarce nato del Filacio Ifìclo,

Medonte d'Oïlèo bastarda prole e d'Aiace fratel, che dal paterno suolo esulando in Fìlace abitava, messo a morte il german della matrigna

Eriopìde d'Oïlèo mogliera. Degli eletti di Ftia questi alla testa giunti ai Beozi difendean le navi. Aiace d'Oïlèo mai sempre al fianco

del Telamònio combattea. Siccome due negri buoi d'una medesma voglia nella dura maggese il forte aratro traggono, e al ceppo delle corna intorno

largo rompe il sudor, mentre dal solo giogo divisi per lo solco eguali stampano i passi, e dietro loro il seno si squarcia della terra; a questa immago

pugnavano congiunti i duo guerrieri. Molta e gagliarda gioventù seguiva il Telamònio; e quando la fatica e il sudor lo fiaccava, i suoi compagni

il grave scudo ne prendean. Ma i Locri, a cui poco durar solea l'ardire nella pugna a piè fermo, d'Oïlèo l'audace figlio non seguìan. Costoro

non elmi avean d'equino crine ondanti, né tondi scudi, né frassìnee lance, ma d'archi solo armati e di ben torte lanose fionde ad Ilio il seguitaro,

e da quest'archi e queste fionde in campo scagliavano la morte, e de' Troiani le falangi rompean. Per questo modo, mentre gli Aiaci nella prima fronte

di bell'arme precinti alla ruina del fiero Ettòr fann'argine, al lor tergo nascosti i Locri saettando sempre e frombolando, le ordinanze tutte

turban de' Teucri omai smarriti e rotti. D'alta strage percossi allora i Troi da navi e tende si sarìan ritratti al ventoso Ilïon, se non volgea

all'animoso Ettòr queste parole Polidamante: Ettorre, ai saggi avvisi tu mal presti l'orecchio. E perché Giove alto ti diede militar favore,

vuoi tu forse per questo agli altri ir sopra di prudenza e consiglio? Ad un sol tempo tutto aver tu non puoi. Di Giove il senno largisce a questi la virtù guerriera,

l'arte a quei della danza, ad altri il suono e il canto delle muse, ad altri in petto pon la saggezza che i mortai governa e le città conserva; e sânne il prezzo

chi la possiede. Or io dirò l'avviso che mi sembra il miglior. Per tutto, il vedi, ti cinge il fuoco della guerra. I Teucri, con magnanimo ardir passato il muro,

parte coll'armi già dan volta, e parte pugnano ancor, ma pochi incontro a molti, e spersi tutti fra le navi. Or dunque tu ti ritraggi alquanto, e tutti aduna

qui del campo i migliori, e delle cose consultata la somma, si decida se delle navi ritentar si debba l'assalto, ove pur voglia un qualche iddio

darne alfin la vittoria, o se più torni l'abbandonarle illesi. Il cor mi turba un timor che non paghi oggi il nemico il debito di ieri. In quelle navi

posa un guerrier terribile, che all'armi per mia credenza desterassi in breve. Piacque ad Ettorre il salutar consiglio, e d'un salto gittandosi dal carro

gridò: Polidamante, i più gagliardi tu qui dunque rattien, ch'io là ne vado a raddrizzar la pugna, e dato ai nostri buon ordine, farò pronto ritorno.

Disse, e ratto partì con elevato capo, sembiante ad un'eccelsa rupe, e volando chiamava alto de' Teucri e delle schiere collegate i duci,

che tosto, udita dell'eroe la voce, alla volta correan del Pantoìde Polidamante del valore amico. Di Dëìfobo intanto e del regale

Eleno e dell'Asïade Adamante e dell'Irtacid'Asio iva per tutto qua e là tra i primi combattenti Ettorre dimandando e cercando. Alfin gli avvenne

di ritrovarli, ma non tutti illesi né tutti in vita, ché domati alcuni dal ferro acheo giacean nanti alle poppe cadaveri deformi, altri tra il muro

languìan feriti di diverso colpo. Dell'orrendo conflitto alla sinistra vide egli poscia della bella Argiva lo sposo rapitor che i suoi compagni

confortava alla pugna. Gli fu sopra, e acerbe gli tonò queste parole: Ahi funesto di donne ingannatore, che di bello non porti altro che il viso,

Dëìfobo dov'è? dove son l'armi d'Eleno, d'Asio, d'Adamante? dove Otrionèo? Dal sommo ecco già tutto il grand'Ilio precipita, e te pure

l'ultimo danno, o sciagurato, aspetta. E il bel drudo a rincontro: Ettore, a torto tu mi rampogni. In altri tempi io forse un trascurato mi mostrai, non oggi.

La madre un vile non mi fe'. Dal punto che il conflitto attaccasti appo le navi, da quel punto qui fermo e senza posa con gli Achei mi travaglio. I valorosi

di che tu chiedi, caddero. Due soli Dëìfobo ed Elèno ambi alla mano feriti si partîr, sottratti a morte certo da Giove. Or dove il cor ti dice,

guidami: io pronto seguirotti, e quanto potran mie forze, ti farò, mi spero, il mio valor palese. Oltre sua possa, benché abbondi il voler, nessuno è forte.

Piegâr quei detti del fratello il core, e di conserva entrambi ove più ferve la mischia s'avvïâr. Pugnano quivi e Cebrïone e il buon Polidamante

e il divin Polifète e Falce e Orteo, e i tre d'Ippozïon gagliardi figli Palmi, Mori ed Ascanio, dal gleboso suol d'Ascania venuti il dì precesso,

e spinti all'armi dal voler de' numi. Come di venti impetuosi un turbo dal tuon di Giove generato piomba su la campagna, e con fracasso orrendo

sovra il mar si diffonde: immensi e spessi bollono i flutti di canuta spuma, e con fiero mugghiar l'un l'altro incalza al risonante lido: a questa guisa

in ristretti drappelli, e gli uni agli altri succedenti i Troiani e scintillanti tutti nell'armi ne venìan su l'orme de' condottieri, e precorreali Ettorre

non minor del terribile Gradivo. Un tessuto di cuoi tondo brocchiero di molte piastre rinforzato il prode tiensi davanti, ed alle tempie intorno

tutto lampeggia l'agitato elmetto. Sicuro all'ombra del suo gran pavese passo passo ei s'avanza, e d'ogni parte forar si studia le nemiche file,

e sgominarle. Ma de' petti achei non si turba il coraggio, e mossi Aiace i larghi passi a provocarlo il primo: Accòstati, gli disse: e che pretendi

tu fier spavaldo? sgomentar gli Achivi? Non siam nell'arte marzïal fanciulli, e chi ne doma non se' tu, ma Giove con funesto flagello. Se le navi

strugger ti speri, a rintuzzarti pronte e noi pur anco abbiam le mani, e tutta struggeremo noi pria la tua superba cittade. A te predìco io poi che l'ora

non è lontana, che tu stesso in fuga manderai preghi a Giove e a tutti i Divi che sian di penna di sparvier più ratti i corridori, che, diffuse al vento

le belle chiome, porteranti a Troia entro un nembo di polve. — Avea quel fiero ciò detto appena, che alla dritta in alto un'aquila comparve. Alzâr le grida

fatti più franchi a quell'augurio i Greci, ma non fu tardo alla risposta Ettorre: Stupida massa di carname, Aiace millantator, che parli? Eterno figlio

così foss'io di Giove e dell'augusta Giuno, e onorato al par di Palla e Febo, come m'accerto che funesto a tutti vi sarà questo giorno: e tu fra' morti

tu medesmo cadrai, se di mia lancia t'avrai l'ardire d'aspettar lo scontro. Rotto da questa e qui disteso il tuo vizzo corpaccio di sua pingue polpa

gli augei di Troia farà sazi e i cani. Così detto, s'avanza, e con immenso urlo animosi gli van dopo i Teucri. Dall'altro lato memori gli Achivi

della virtù guerriera, e del più scelto fiore di Troia intrepidi all'assalto, misero anch'essi un alto grido; e d'ambi gli eserciti il clamor ferìa le stelle

e i raggianti di Giove almi soggiorni.

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