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1754–1828

Libro decimosecondo

Vincenzo Monti

Così dentro alle tende medicava d'Eurìpilo la piaga il valoroso Menezìade. Frattanto alla rinfusa pugnan Teucri ed Achei; né scampo a questi

è più la fossa omai, né l'ampio muro che l'armata cingea. L'avean gli Achivi senza vittime eretto a custodire i navigli e le prede. Edificato

dunque malgrado degli Dei, gran tempo non durò. Finché vivo Ettore fue, e irato Achille, e Troia in piedi, il muro saldo si stette; ma de' Teucri estinte

l'alme più prodi, e degli Achei pur molte, e al decim'anno Ilio distrutto, e il resto degli Argivi tornato al patrio lido, decretâr del gran muro la caduta

Nettunno e Apollo, l'impeto sfrenando di quanti fiumi dalle cime idèe si devolvono al mar, Reso, Granìco, Rodio, Careso, Eptàporo ed Esèpo

e il divino Scamandro e Simoenta che volge sotto l'onde agglomerati tanti scudi, tant'elmi e tanti eroi. Di questi rivoltò Febo le bocche

contro l'alta muraglia, e vi sospinse nove giorni la piena. Intanto Giove, perché più ratto l'ingoiasse il mare, incessante piovea. Nettunno istesso

precorrea le fiumane, e col tridente e coll'onda atterrò le fondamenta che di travi e di sassi v'avean posto i travagliosi Achivi; infin che tutta

al piano l'adeguò lungo la riva dell'Ellesponto. Smantellato il muro, fe' di quel tratto un arenoso lido, e tornò le bell'acque al letto antico.

Di Nettunno quest'era e in un d'Apollo l'opra futura. Ma la pugna intorno a quel valido muro or ferve e mugge. Cigolar delle torri odi percosse

le compàgi, e gli Achei dentro le navi chiudonsi domi dal flagel di Giove, e paventosi dell'ettòreo braccio, impetuoso artefice di fuga;

perocché pari a turbine l'eroe sempre combatte. E qual cinghiale o bieco leon cui fanno cacciatori e cani densa corona, di sue forze altero

volve dintorno i truci occhi, né teme la tempesta de' dardi né la morte, ma generoso si rigira e guarda dove slanciarsi fra gli armati, e ovunque

urta, s'arretra degli armati il cerchio; tal fra l'armi s'avvolge il teucro duce, i suoi spronando a valicar la fossa. Ma non l'ardìan gli ardenti corridori

che mettean fermi all'orlo alti nitriti, dal varco spaventati arduo a saltarsi e a tragittarsi: perocché dintorno s'aprìan profondi precipizi, e il sommo

margo d'acuti pali era munito, di che folto v'avean contro il nemico confitto un bosco gli operosi Achei, tal che passarvi non potean le rote

di volubile cocchio. Ma bramosi ardean d'entrarvi e superarlo i fanti. Fattosi innanzi allor Polidamante ad Ettore sì disse: Ettore, e voi

duci troiani e collegati, udite: Stolto ardire è il cacciar dentro la fossa gli animosi cavalli. E non vedete il difficile passo e la foresta

d'acute travi, che circonda il muro? Di niuna guisa ai cavalier non lice calarsi in quelle strette a far conflitto, senza periglio di mortal ferita.

Se il Tonante in suo sdegno ha risoluta degli Achei la ruina e il nostro scampo, ben io vorrei che questo intervenisse qui tosto, e che dal caro Argo lontani

perdesser tutti coll'onor la vita. Ma se voltano fronte, e dalle navi erompendo con impeto, nel fondo ne stringono del fosso, allor, cred'io,

niuno in Troia di noi nunzio ritorna salvo dal ferro de' conversi Achei. Diam dunque effetto a un mio pensier. Sul fosso ogni auriga rattenga i corridori,

e noi pedoni, corazzati e densi tutti in punto seguiam l'orme d'Ettorre. Non sosterranno il nostro urto gli Achivi, se l'ora estrema del lor fato è giunta.

Disse; e ad Ettore piacque il saggio avviso. Balzò dunque dal carro incontanente tutto nell'armi, e balzâr gli altri a gara, visto l'esempio di quel divo. Ognuno

fe' precetto all'auriga di sostarsi co' destrieri alla fossa in ordinanza; ed essi in cinque battaglion divisi seguiro i duci. Andò la prima squadra

con Ettore e col buon Polidamante, ed era questo il fiore e il maggior nerbo de' combattenti, desïosi tutti di spezzar l'alto muro, e su le navi

portar la pugna: terzo condottiero li seguìa Cebrïon, messo in sua vece alla custodia dell'ettòreo carro altro men prode auriga. Erano i duci

della seconda Paride, Alcatòo ed Agenorre. Della terza il divo Dëìfobo ed Elèno ed Asio, il prode d'Irtaco figlio, cui d'Arisba a Troia

portarono e dall'onda Selleente due destrier di gran corpo e biondo pelo. Capitan della quarta era d'Anchise l'egregia prole, Enea, co' due d'Antènore

pugnaci figli Archìloco e Acamante. Degl'incliti alleati è condottiero Sarpedonte, con Glauco e Asteropèo, da lui compagni del comando assunti

come i più forti dopo sé, tenuto il più forte di tutti. In ordinanza posti i cinque drappelli, e di taurine targhe coperti, mossero animosi

contro gli Achei, sperando entro le navi precipitarsi alfin senza ritegno. Mentre tutti e Troiani ed alleati al consiglio obbedìan dell'incolpato

Polidamante, il duce Asio sol esso lasciar né auriga né corsier non volle, ma vêr le navi li sospinse. Insano! Que' corsieri, quel cocchio, ond'egli esulta,

nol torranno alla morte, e dalle navi in Ilio no nol torneran. La nera Parca già il copre, e all'asta lo consacra del chiaro Deucalìde Idomenèo.

Alla sinistra del naval recinto ove carri e cavalli in gran tumulto venìan cacciando i fuggitivi Achei, spins'egli i suoi corsier verso la porta,

non già di sbarre assicurata e chiusa, ma spalancata e da guerrier difesa a scampo de' fuggenti. Il coraggioso flagellò drittamente i corridori

a quella volta, e con acute grida altri il seguìan, sperandosi che rotti, senza far testa, nelle navi in salvo precipitosi fuggirìan gli Achivi.

Stolta speranza! Custodìan la porta due fortissimi eroi, germi animosi de' guerrieri Lapiti. Era l'un d'essi Polipète, figliuol di Piritòo,

l'altro il feroce Leontèo. Sublimi stavan quivi costor, sembianti a due eccelse querce in cima alla montagna, che ferme e colle lunghe ampie radici

abbracciando la terra, eternamente sostengono la piova e le procelle; così fidati nelle man robuste, ben lungi dal voltar per tema il tergo,

voltan anzi la fronte i due guerrieri, d'Asio aspettando la gran furia. Ed esso coll'Asiade Acamante, e con Oreste e Jameno e Toone ed Enomào

sollevando gli scudi, il forte muro van con fracasso ad assalir. Ma fermi sull'ingresso i due prodi altrui fan core alla difesa delle navi. Alfine

visti i Teucri avventarsi alla muraglia d'ogni parte, e fuggir con alto grido di spavento gli Achivi, impeto fece l'ardita coppia; e fiero anzi le porte

un conflitto attaccâr, come silvestri verri ch'odon sul monte avvicinarsi il fragor della caccia: impetuosi fulminando a traverso, a sé dintorno

rompon la selva, schiantano la rosta dalle radici, e sentir fanno il suono del terribile dente, infin che colti d'acuto strale perdono la vita;

di questi due così sopra i percossi petti sonava il luminoso acciaro, e così combattean, nelle gagliarde destre fidando, e nel valor di quelli

che di sopra dai merli e dalle torri piovean nembi di sassi alla difesa delle tende, dei legni e di sé stessi. Cadean spesse le pietre come spessa

la grandine cui vento impetuoso di negre nubi agitator riversa sull'alma terra; né piovean gli strali sol dalle mani achive, ma ben anco

dalle troiane, e al grandinar de' sassi smisurati mettean roco un rimbombo gli elmi percossi e i risonanti scudi. Fremendo allor si batté l'anca il figlio

d'Irtaco, e disse disdegnoso: O Giove e tu pur ti se' fatto ora l'amico della menzogna? Chi pensar potea contro il nerbo di nostre invitte mani

tal resistenza dagli Achei? Ma vélli che come vespe maculose in erti nidi nascoste, a chi dà lor la caccia s'avventano feroci, e per le cave

case e pe' figli battagliar le vedi: così costor, benché due soli, addietro dar non vonno che morti o prigionieri. Così parlava, né perciò di Giove

si mutava il pensier, che al solo Ettorre dar la palma volea. Aspro degli altri all'altre porte intanto era il conflitto. Ma dura impresa mi sarìa dir tutte,

come la lingua degli Dei, le cose. Perocché quanto e lungo il saldo muro tutto è vampo di Marte. Alta costringe necessità, quantunque egri, gli Achei

a pugnar per le navi; e degli Achei tutti eran mesti in cielo i numi amici. Qui cominciâr la pugna i due Lapiti. Vibrò la lancia il forte Polipète,

e Damaso colpì tra le ferrate guance dell'elmo. L'elmo non sostenne la furiosa punta che, spezzati i temporali, gli allagò di sangue

tutto il cerèbro, e morto lo distese: indi all'Orco Pilon spinse ed Ormeno. Né la strage è minor di Leontèo, d'Antìmaco figliuolo anzi di Marte.

Sul confin della cintola ei percote Ippomaco coll'asta: indi cavata dal fodero la daga, per lo mezzo della turba si scaglia, e pria d'un colpo

tasta Antifonte che supin stramazza; poi rovescia Menon, Jameno, Oreste, tutti l'un sovra l'altro nella polve. Mentre che Polipète e Leontèo

delle bell'armi spogliano gli uccisi, la numerosa e di gran core armata troiana gioventude, impaziente di spezzar la muraglia, arder le navi,

Polidamante ed Ettore seguìa, i quai repente all'orlo della fossa irresoluti s'arrestâr dubbiando di passar oltre: perocché sublime

un'aquila comparve, che sospeso tenne il campo a sinistra. Il fero augello stretto portava negli artigli un drago insanguinato, smisurato e vivo,

ancor guizzante, e ancor pronto all'offese; sì che vôlto a colei che lo ghermìa, lubrico le vibrò tra il petto e il collo una ferita. Allor la volatrice,

aperta l'ugna per dolor, lasciollo cader dall'alto fra le turbe, e forte stridendo sparve per le vie de' venti. Visto in terra giacente il maculato

serpe, prodigio dell'Egìoco Giove, inorridiro i Teucri, e fatto avanti all'intrepido Ettòr Polidamante sì prese a dir: Tu sempre, ancorché io porti

ottimi avvisi in parlamento, o duce, hai pronta contro me qualche rampogna, né pensi che non lice a cittadino né in assemblea tradir né in mezzo all'armi

la verità, servendo all'augumento di tua posanza. Dirò franco adunque ciò che il meglio or mi sembra. Non si veda coll'armi ad assalir le navi achee.

Il certo evento che n'attende è scritto nell'augurio comparso alla sinistra dell'esercito nostro, appunto in quella che si volea travalicar la fossa,

dico il volo dell'aquila portante nell'ugna un drago sanguinoso, immane e vivo ancor. Com'ella cader tosto lasciò la preda, pria che al caro nido

giungesse, e pasto la recasse a' suoi dolci nati; così, quando n'accada pur de' Greci atterrar le porte e il muro e farne strage, non pensar per questo

di ritornarne con onor; ché indietro molti Troiani lasceremo ancisi dall'argolico ferro, combattente per la tutela delle navi. Ognuno,

che ben la lingua de' prodigi intenda e da' profani riverenza ottegna, questo verace interpretar farìa. Lo guatò bieco Ettorre, e gli rispose:

Polidamante, il tuo parlar non viemmi grato all'orecchio, e una miglior sentenza or dal tuo labbro m'attendea. Se parli persuaso e davvero, io ti fo certo

che l'ira degli Dei ti tolse il senno, poiché m'esorti ad obbliar di Giove le giurate promesse, e all'ale erranti degli augelli obbedir; de' quai non curo,

se volino alla dritta ove il sol nasce, o alla sinistra dove muor. Ben càlmi del gran Giove seguir l'alto consiglio, ch'ei de' mortali e degli Eterni è il sommo

imperadore. Augurio ottimo e solo è il pugnar per la patria. Perché tremi tu dei perigli della pugna? Ov'anco cadiam noi tutti tra le navi ancisi,

temer di morte tu non dei, ché cuore tu non hai d'aspettar l'urto nemico, né di pugnar. Se poi ti rimanendo lontano dal conflitto, esorterai

con codarde parole altri a seguire la tua viltà, per dio! che tu percosso da questa lancia perderai la vita. Si spinse avanti così detto, e gli altri

con alte grida lo seguièno. Allora il Folgorante dall'idèa montagna un turbine destò, che drittamente verso le navi sospingea la polve,

e agli Achivi rapìa gli occhi e l'ardire, ad Ettorre il crescendo ed a' Troiani che nel prodigio e nelle proprie forze confidati assalîr l'alta muraglia

per diroccarla. E già divelti i merli delle torri cadean, già le bertesche si sfasciano, e le leve alto sollevano gli sporgenti pilastri, eccelso e primo

fondamento alle torri. Intorno a questi travagliansi i Troiani, ampia sperando aprir la breccia. Né perciò d'un passo s'arretrano gli Achei, ma di taurine

targhe schermo facendo alle bastite, ferìan da quelle chi venìa di sotto. Animosi dall'una all'altra torre l'acheo valor svegliando ambo frattanto

scorrean gli Aiaci, e con parole or dure or blande rampognando i neghittosi, O compagni, dicean, quanti qui siamo primi, secondi ed infimi (ché tutti

non siamo eguali nel pugnar, ma tutti necessari), or gli è tempo, e lo vedete, d'oprar le mani. Non vi sia chi pieghi dunque alle navi per timor di vana

minaccia ostil, ma procedete avanti, e l'un l'altro incoratevi, e mertate che l'Olimpio Tonante vi conceda di risospinger l'inimico, e rotto

inseguirlo fin dentro alle sue mura. Sì sgridando, animâr l'acheo certame. Come cadono spessi ai dì vernali i fiocchi della neve, allorché Giove

versa incessante, addormentati i venti, i suoi candidi nembi, e l'alte cime delle montagne inalba e i campi erbosi, e i pingui seminati e i porti e i lidi:

l'onda sola del mar non soffre il velo delle fioccanti falde onde il celeste nembo ricopre delle cose il volto; tale allor densa di volanti sassi

la tempesta piovea quinci da' Teucri scagliata e quindi dagli Achivi; e immenso sorgea rumor per tutto il lungo muro. Ma né i Troiani né l'illustre Ettorre

n'avrìan le porte spezzato e le sbarre, se alfin contro gli Achei non incitava Giove l'ardir del figlio Sarpedonte, quale in mandra di buoi fiero lïone.

Imbracciossi l'eroe subitamente il bel rotondo scudo, ricoperto di ben condotto sottil bronzo, e dentro v'avea l'industre artefice cucito

cuoi taurini a più doppi, e orlato intorno d'aurea verga perenne il cerchio intero. Con questo innanzi al petto, e nella destra due lanciotti vibrando, incamminossi

qual montano lïon che, stimolato da lunga fame e dal gran cor, l'assalto tenta di pieno ben munito ovile; e quantunque da' cani e da' pastori

tutti sull'armi custodito il trovi, senza prova non soffre esser respinto dal pecorile, ma vi salta in mezzo e vi fa preda, o da veloce telo

di man pronta riceve aspra ferita: tale il divino Sarpedon dal forte suo cor quel muro ad assalir fu spinto e a spezzarne i ripari. E vôlto a Glauco

d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse, perché siam noi di seggio, e di vivande e di ricolme tazze innanzi a tutti nella Licia onorati ed ammirati

pur come numi? Ond'è che lungo il Xanto una gran terra possediam d'ameno sito, e di biade fertile e di viti? Certo acciocché primieri andiam tra' Licii

nelle calde battaglie, onde alcun d'essi gridar s'intenda: Glorïosi e degni son del comando i nostri re: squisita è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino,

ma grande il core, e nella pugna i primi. Se il fuggir dal conflitto, o caro amico, ne partorisse eterna giovinezza, non io certo vorrei primo di Marte

i perigli affrontar, ned invitarti a cercar gloria ne' guerrieri affanni. Ma mille essendo del morir le vie, né scansar nullo le potendo, andiamo:

noi darem gloria ad altri, od altri a noi. Disse, né Glauco si ritrasse indietro, né ritroso il seguì. Con molta mano dunque di Licii s'avvïâr. Li vide

rovinosi e diritti alla sua torre affilarsi il Petìde Menestèo, e sgomentossi. Girò gli occhi intorno fra gli Achivi spiando un qualche duce

che lui soccorra e i suoi compagni insieme. Scorge gli Aiaci che indefessi e fermi sostenean la battaglia, e avean dappresso Teucro pur dianzi della tenda uscito.

Ma non potea far loro a verun modo le sue grida sentir, tanto è il fragore di che l'aria rimbomba alle percosse degli scudi, degli elmi e delle porte

tutte a un tempo assalite, onde spezzarle e spalancarle. Immantinente ei dunque manda ad Aiace il banditor Toota, e, Va, gli dice, illustre araldo, vola,

chiama gli Aiaci, chiamali ambedue, ché questo è il meglio in sì grand'uopo. Un'alta strage qui veggo già imminente. I duci del licio stuol con tutta la lor possa

qua piombano, e mostrâr già in altro incontro ch'elli son nelle zuffe impetuosi. S'ambo gli eroi ch'io chiedo, in gran travaglio si trovano di guerra, almen ne vegna

il forte Aiace Telamònio, e il segua Teucro coll'arco di ferir maestro. Corse l'araldo obbedïente, e ratto per la lunga muraglia traversando

le file degli Achei, giunse agli Aiaci, e con preste parole, Aiaci, ei disse, incliti duci degli Argivi, il caro nobile figlio di Petèo vi prega

d'accorrere veloci, ed aitarlo alcun poco nel rischio in che si trova. Prègavi entrambi per lo meglio. Un'alta strage gli è sopra: perocché di tutta

forza si vanno a rovesciar sovr'esso i licii capitani, e di costoro l'impeto è noto nel pugnar. Se voi siete in gran briga voi medesmi, almeno

vien tu, forte figliuol di Telamone, e tu, Teucro, signor d'arco tremendo. Tacque, ed il grande Telamònio figlio al figlio d'Oïlèo si volse e disse:

Tu, Aiace, e tu forte Licomede qui restatevi entrambi, ed infiammate l'acheo coraggio alla battaglia. Io volo colà allo scontro del nemico, e data

la chiesta aita, subito ritorno. Partì l'eroe, ciò detto, ed il germano Teucro il seguiva, e Pandion portante l'arco di Teucro. Costeggiando il muro

alla torre arrivâr di Menestèo: ed entrâr nella zuffa, appunto in quella che a negro turbo simiglianti i duci animosi de' Licii avean de' merli

già vinto il sommo. Si scontrâr gli eroi fronte a fronte, e levossi alto clamore. Primo l'Aiace Telamònio uccise il magnanimo Epìcle, un caro amico

di Sarpedon. Giacea sull'ardua cima della muraglia un aspro enorme sasso, tal che niun de' presenti, anco sul fiore delle forze, il potrebbe agevolmente

a due man sollevar. Ma lieve in alto levollo Aiace, e lo scagliò. L'orrendo colpo diruppe il bacinetto, e tutte l'ossa del capo sfracellò. Dall'alta

torre il percosso a notator simìle cadde, e l'alma fuggì. Teucro di poi di strale a Glauco il nudo braccio impiaga mentre il muro assalisce, e lo costrigne

la pugna abbandonar. Glauco d'un salto giù dagli spaldi gittasi furtivo, onde nessuno degli Achei s'avvegga di sua ferita, e villanìa gli dica.

Ben se n'accorse Sarpedonte, ed alta dell'amico al partir doglia il trafisse. Ma non lentossi dalla pugna, e giunto colla lancia il Testòride Alcmeone,

gliela ficca nel petto, e a sé la tira. Segue il trafitto l'asta infissa, e cade boccone, e l'armi risonâr sovr'esso. Colla man forte quindi il licio duce

un merlo afferra, a sé lo tragge, e tutto lo dirocca. Snudossi al suo cadere la superna muraglia, e larga a molti fece la strada. Allor ristretti insieme

mossero contra Sarpedonte i due Telamonìdi, e Teucro d'uno strale al petto il saettò. Raccolse il colpo il lucente fermaglio dell'immenso

scudo, ché Giove dal suo figlio allora allontanò la Parca, e non permise che davanti alle navi egli cadesse. L'assalse Aiace ad un medesmo tempo,

e allo scudo il ferì. Tutto passollo la fiera punta, ed aspramente il caldo guerrier represse. Dagli spaldi adunque recede alquanto ei sì, ma non del tutto,

ché il cor pur anco gli porgea speranza della vittoria, e al suo fedel drappello rivòltosi, gridò: Licii guerrieri, perché l'impeto vostro si rallenta?

Benché forte io mi sia, solo poss'io atterrar questo muro, ed alle navi aprir la strada? A me v'unite or dunque, ché forza unita tutto vince. — Ei disse,

e vergognosi rispettando i Licii le regali rampogne, s'addensaro dintorno al saggio condottier. Dall'altro lato gli Argivi nell'interno muro

rinforzan le falangi, e d'ambe parti cresce il travaglio della dura impresa. Perocché né il valor degli animosi Licii a traverso dell'infranto muro

alle navi potea farsi la strada, né i saettanti Achei dall'occupata muraglia i Licii discacciar: ma quale in poder che comune abbia il confine,

fan due villan, la pertica alla mano, del limite baruffa, e poca lista di terra è tutto della lite il campo: così dei merli combattean costoro,

e sovra i merli contrastati un fiero spezzar si fea di scudi e di brocchieri su gli anelanti petti; e molti intorno cadean gli uccisi; altri dal crudo acciaro

nel voltarsi trafitti il tergo ignudo; altri, ed erano i più, da parte a parte trapassati le targhe. Da per tutto torri e spaldi rosseggiano di sangue

e troiano ed acheo; né fra gli Achei nullo ancor segno si vedea di fuga. Siccome onesta femminetta, a cui procaccia il vitto la conocchia, in mano

tien la bilancia, e vi sospende e pesa con rigorosa trutina la lana, onde i suoi figli sostentar di scarso alimento; così de' combattenti

equilibrata si tenea la pugna, finché l'ora pur venne in che dovea spinto da Giove superar primiero Ettore la muraglia. Alza ei repente

la terribile voce, ed, Accorrete, grida, o forti Troiani, urtate il muro, spezzatelo, gittate alfin le fiamme vendicatrici nella classe achea.

L'udiro i Teucri, ed incitati e densi avventârsi ai ripari, e sovra il muro montâr coll'aste in pugno. Appo le porte un immane giacea macigno acuto:

non l'avrìan mosso agevolmente due de' presenti mortali anche robusti per carreggiarlo. A questo diè di piglio Ettore; ed alto sollevollo, e solo

senza fatica l'agitò; ché Giove in man del duce lo rendea leggiero. E come nella manca il mandriano lieve sostien d'un ariète il vello,

insensibile peso; a questa guisa Ettore porta sollevato in alto l'enorme sasso, e va dirittamente contro l'assito che compatto e grosso

delle porte munìa la doppia imposta, da due forti sbarrata internamente spranghe traverse, ed uno era il serrame. Fattosi appresso, ed allargate e ferme

saldamente le gambe, onde con forza il colpo liberar, percosse il mezzo. Al fulmine del sasso sgangherârsi i cardini dirotti; orrendamente

muggîr le porte, si spezzâr le sbarre, si sfracellò l'assito, e d'ogni parte le schegge ne volâr; tale fu il pondo e l'impeto del sasso che di dentro

cadde e posò. Pel varco aperto Ettorre si spinse innanzi simigliante a scura ruinosa procella. Folgorava tutto nell'armi di terribil luce;

scotea due lance nelle man; gli sguardi mettean lampi e faville, e non l'avrìa, quando ei fiero saltò dentro le porte, rattenuto verun che Dio non fosse.

Alle sue schiere allor si volse, e a tutte comandò di varcar l'achea trinciera. Obbediro i Troiani; immantinente altri il muro salîr, altri innondaro

le spalancate porte. Al mar gli Achivi fuggono, e immenso ne seguìa tumulto.

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