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1754–1828

Libro decimoquinto

Vincenzo Monti

Ma poiché il vallo superaro e il fosso, con molta di lor strage, i fuggitivi nel viso smorti di terror fermârsi ai vôti cocchi; e Giove in quel momento

sull'Ida risvegliossi accanto a Giuno. Surse, stette, e gli Achei vide e i Troiani, questi incalzati, e quei coll'aste a tergo incalzanti, e tra loro il re Nettunno.

Vide altrove prostrato Ettore, e intorno stargli i compagni addolorati, ed esso del sentimento uscito, e dall'anelo petto a gran pena traendo il respiro

nero sangue sboccar; ché non l'avea certo il più fiacco degli Achei percosso. Pietà sentinne nel vederlo il padre de' mortali e de' numi, e con obliquo

terribil occhio guatò Giuno, e disse: Scaltra malvagia, la sottil tua frode dalla pugna cessar fe' il divo Ettorre, e i Troiani fuggir. Non so perch'io

or non t'afferri, e col flagel non faccia a te prima saggiar del dolo il frutto. E non rammenti il dì ch'ambe le mani d'aureo nodo infrangibile t'avvinsi,

e alla celeste volta con due gravi incudi al piede penzolon t'appesi? Fra l'atre nubi nell'immenso vôto tu pendola ondeggiavi, e per l'eccelso

Olimpo ne fremean di rabbia i numi, ma sciorti non potean; ché qual di loro afferrato io m'avessi, giù dal cielo l'avrei travolto semivivo in terra.

Né ciò tutto quetava ancor la bile che mi bollìa nel cor, quando, commosse d'Ercole a danno le procelle e i venti, tu pel mar l'agitasti, e macchinando

la sua rovina lo sviasti a Coo, donde io salvo poi trassi il travagliato figlio, e in Argo il raddussi. Ora di queste cose ben io farò che ti sovvegna,

onde svezzarti dagl'inganni, e tutto il pro mostrarti de' tuoi falsi amplessi. Raccapricciò d'orror la veneranda Giuno a que' detti; e, Il ciel, la terra attesto

(diessi a gridare) e il sotterraneo Stige, che degli Eterni è il più tremendo giuro, ed il sacro tuo capo, e l'illibato d'ogni spergiuro marital mio letto:

se agli Achivi soccorse e nocque ai Teucri il re Nettunno, non fu mio consiglio, ma del suo cor spontaneo moto, e pièta de' mal condotti Argivi. Esorterollo

anzi io stessa a recarsi, ovunque il chiami, terribile mio sire, il tuo comando. Sorrise Giove, e replicò: Se meco nel senato de' numi, augusta Giuno,

in un solo voler consentirai, consentiravvi (e sia diversa pure la sua mente) ben tosto anco Nettunno. Or tu, se brami che per prova io vegga

sincero il tuo parlar, rimonta in cielo, e qua m'invìa sull'Ida Iri ed Apollo Iri nel campo degli Achei discesa a Nettunno farà l'alto precetto

d'abbandonar la pugna, e di tornarsi ai marini soggiorni. Apollo all'armi Ettore desterà, novello in petto spirandogli vigor, sì che sanato

d'ogni dolore fra gli Achei di nuovo sparga la vile paurosa fuga, e gl'incalzi così che fra le navi cadan, fuggendo, del Pelìde Achille.

Questi allor nella pugna il suo diletto Pàtroclo manderà, che morta in campo molta nemica gioventù col divo mio figlio Sarpedon, morto egli stesso

cadrà, prostrato dall'ettòrea lancia. Dell'ucciso compagno irato Achille spegnerà l'uccisore, e da quel punto farò che sempre sian respinti i Teucri,

finché per la divina arte di Palla il superbo Ilïon prendan gli Achei. Né l'ire io deporrò, né che veruno degli Dei qui l'argive armi soccorra

sosterrò, se d'Achille in pria non veggo adempirsi il desìo. Così promisi, e le promesse confermai col cenno del mio capo quel dì che i miei ginocchi

Teti abbracciando, d'onorar pregommi coll'eccidio de' Greci il suo gran figlio. Disse, e la Diva dalle bianche braccia obbedïente dall'idèa montagna

all'Olimpo salì. Colla prestezza con che vola il pensier del vïatore, che scorse molte terre le rïanda in suo secreto, e dice: Io quella riva,

io quell'altra toccai: colla medesma rattezza allor la veneranda Giuno volò dall'Ida sull'eccelso Olimpo, e sopravvenne agl'Immortali, accolti

nelle stanze di Giove. Alzârsi i numi tutti al vederla, e coll'ambrosie tazze l'accolsero festosi. Ella, negletta ogni altra offerta, la man porse al nappo

appresentato dalla bella Temi che primiera a incontrar corse la Dea, così dicendo: Perché riedi, o Giuno? Tu ne sembri atterrita. Il tuo consorte

n'è forse la cagion? — Non dimandarlo, Giuno rispose. Quell'altero e crudo suo cor tu stessa già conosci, o Diva. Presiedi ai nostri almi convivii, e tosto

qui con tutti i Celesti udrai di Giove gli aspri comandi che per mio parere de' mortali fra poco e degli Dei le liete mense cangeranno in lutto.

Tacque, e s'assise. Contristârsi in cielo i Sempiterni; e Giuno un cotal riso a fior di labbro aprì, ma su le nere ciglia la fronte non tornò serena.

Ruppe alfin disdegnosa in questi detti: Oh noi dementi! Inetta è la nostr'ira contra Giove, o Celesti, e il faticarci con parole a frenarlo o colla forza

è vana impresa. Assiso egli sull'Ida né gli cale di noi né si rimove dal suo proposto, ché gli Eterni tutti di fortezza ei si vanta e di possanza

immensamente superar. Soffrite quindi in pace ogni mal che più gli piaccia inviarvi a ciascuno. E a Marte, io credo, il suo già tocca: Ascàlafo, il più caro

d'ogni mortale al poderoso iddio che proprio sangue lo confessa, è spento Si batté colle palme la robusta anca Gradivo, e in suon d'alto dolore

gridò: Del cielo cittadini eterni, non mi vogliate condannar, s'io scendo l'ucciso figlio a vendicar, dovesse steso fra' morti il fulmine di Giove

là tra il sangue gittarmi e tra la polve. Disse; e alla Fuga impose e allo Spavento d'aggiogargli i destrieri; e di fiammanti armi egli stesso si vestiva. E allora

di ben altro furor contro gli Dei di Giove acceso si sarebbe il core, se per tutti i Celesti impaurita non si spiccava dal suo trono, e ratta

fuor delle soglie non correa Minerva a strappargli di fronte il rilucente elmo, e lo scudo dalle spalle: e a forza toltagli l'asta dalla man gagliarda,

la ripose, e il garrì: Cieco furente, tu se' perduto. Per udir non hai tu più dunque gli orecchi, e in te col senno spento è pure il pudor? Dell'alma Giuno,

ch'or vien da Giove, non intendi i detti? Vuoi tu forse, insensato, esser costretto a ritornarti doloroso al cielo, fatto di molti mali un rio guadagno,

e creata a noi tutti alta sciagura? Perciocché, de' Troiani e degli Achei abbandonate le contese, ei tosto risalendo all'Olimpo, in iscompiglio

metterà gl'Immortali, ed afferrando l'un dopo l'altro, od innocenti o rei, noi tutti punirà. Del figlio adunque la vendetta abbandona, io tel comando:

ch'altri di lui più prodi o già periro o periranno. Involar tutta a morte de' mortali la schiatta è dura impresa Sì dicendo, al suo seggio il violento

dio ricondusse. Fuor dell'auree soglie Giuno intanto a sé chiama Apollo ed Iri la messaggiera, e lor presta sì parla: Ite, Giove l'impon, veloci all'Ida;

arrivati colà fissate il guardo in quel volto, e ne fate ogni volere. Ciò detto, indietro ritornò l'augusta Giuno, e di nuovo si compose in trono.

Quei mossero volando, e su l'altrice di fontane e di belve Ida discesi, di Saturno trovâr l'onniveggente figlio sull'erto Gàrgaro seduto;

e circonfusa intorno il coronava un'odorosa nube. Essi del grande di nembi adunator giunti al cospetto, fermârsi: e satisfatto egli del pronto

loro obbedir della consorte ai detti, ad Iri in prima il favellar rivolto, Va, disse, Iri veloce, e al re Nettunno nunzia verace il mio comando esponi.

Digli che il campo ei lasci e la battaglia, e al ciel si torni o al mar. Se il cenno mio ribelle sprezzerà, pensi ben seco se, benché forte, s'avrà cor che basti

a sostener l'assalto mio: ricordi che primo io nacqui, e che di forza il vinco, quantunque egli osi a me vantarsi eguale, a me che tutti fo tremar gli Dei.

Obbedì la veloce Iri, e discese dalle montagne idèe. Come sospinta dal fiato d'aquilon serenatore dalle nubi talor vola la neve

o la gelida grandine: a tal guisa d'Ilio sui campi con rapido volo Iri calossi, e al divo Enosigèo fattasi innanzi, così prese a dire:

Ceruleo Nume, messaggiera io vegno dell'Egìoco signore. Ei ti comanda d'abbandonar la pugna, e di far tosto o agli alberghi celesti o al mar ritorno.

Se sprezzi il cenno, ed obbedir ricusi, minaccia di venirne egli medesmo teco a battaglia. Ti consiglia quindi d'evitar le sue mani; e ti ricorda

ch'ei d'etade è maggiore e di fortezza, quantunque egual vantarti oso tu sia a lui che mette agli altri Dei terrore. Arse d'ira Nettunno, e le rispose:

Ch'ei sia possente il so; ma sue parole sono superbe, se forzar pretende me suo pari in onor. Figli a Saturno tre germani siam noi da Rea produtti,

primo Giove, io secondo, e terzo il sire dell'Inferno Pluton. Tutte divise fur le cose in tre parti, e a ciascheduno il suo regno sortì. Diede la sorte

l'imperio a me del mar, dell'ombre a Pluto, del cielo a Giove negli aerei campi soggiorno delle nubi. Olimpo e Terra ne rimaser comuni, e il sono ancora.

Non farò dunque il suo voler; si goda pur la sua forza, ma si resti cheto nel suo regno, né tenti or colla destra come un vile atterrirmi. Alle fanciulle,

ai bamboli suoi figli il terror porti di sue minacce, e meglio fia. Tra questi almen si avrà chi a forza l'obbedisca. Dio del mar, la veloce Iri soggiunse,

questa dunque vuoi tu che a Giove io rechi dura e forte risposta? E raddolcirla in parte almeno non vorrai? De' buoni pieghevole è la mente; e chi primiero

nacque ha ministre, tu lo sai, l'Erinni. Tu parli, o Diva, il ver, l'altro riprese: e gran ventura è messaggier che avvisa ciò che più monta. Ma di sdegno avvampa

il cor quand'egli minaccioso oltraggia me suo pari di grado e di destino. Pur questa volta porrò freno all'ira, e cederò. Ma ben vo' dirti io pure

(e dal cor parte la minaccia mia), se Giove, a mio dispetto e di Minerva e di Giuno e d'Ermete e di Vulcano, risparmierà dell'alto Ilio le torri,

né atterrarle vorrà, né darne intera la vittoria agli Achei, sappia che questo fia tra noi seme di perpetua guerra. Lasciò, ciò detto, il campo e in mar s'ascose,

e ne sentiro la partenza in petto i combattenti Achei. Si volse allora Giove ad Apollo, e disse: Or vanne, o caro al bellicoso Ettòr. Lo scotitore

della terra evitando il nostro sdegno fe' ritorno nel mar. Se ciò non era, della pugna il rimbombo avrìa ferito anche l'orecchio degl'inferni Dei

stanti intorno a Saturno. Ad ambedue me' però torna che schivato egli abbia, fatto più senno, di mie mani il peso; perché senza sudor la non sarìa

certo finita. Or tu la fimbrïata egida imbraccia, e forte la percoti, e spaventa gli Achei. Cura ti prenda, o Saettante, dell'illustre Ettorre,

e tal ne' polsi valentìa gli metti, ch'egli fino alle navi e all'Ellesponto cacci in fuga gli Achivi. Allor la via troverò che i fuggenti abbian respiro.

Obbedì pronto Apollo, e dall'idèa cima disceso, simile a veloce di colombi uccisor forte sparviero de' volanti il più ratto, al generoso

Prïamide n'andò. Dal suol già surto e risensato il nobile guerriero sedea, ripresa degli astanti amici la conoscenza: perocché, dal punto

che in lui di Giove s'arrestò la mente, l'anelito cessato era e il sudore. Stettegli innanzi il Saettante, e disse: Perché lungi dagli altri e sì spossato,

Ettore, siedi? e che dolor ti opprime? E a lui con fioca e languida favella di Prìamo il figlio: Chi se' tu che vieni, ottimo nume, a interrogarmi? Ignori

che il forte Aiace, mentre che de' suoi alle navi io facea strage, mi colse d'un sasso al petto, e tolsemi le forze? Già l'alma errava su le labbra; e certo

di veder mi credetti in questo giorno l'ombre de' morti e la magion di Pluto. Fa cor, riprese il Dio: Giove ti manda soccorritore ed assistente il sire

dell'aurea spada, Apolline. Son io che te finor protessi e queste mura. Or via, sveglia il valor de' numerosi squadroni equestri, ed a spronar gli esorta

verso le navi i corridori. Io poscia li precedendo spianerò lor tutta la strada, e fugherò gli achivi eroi. Disse, ed al duce una gran forza infuse.

Come destrier di molto orzo in riposo alle greppie pasciuto, e nella bella uso a lavarsi correntìa del fiume, rotti i legami, per l'aperto corre

insuperbito, e con sonante piede batte il terren; sul collo agita il crine, alta estolle la testa, e baldanzoso di sua bellezza, al pasco usato ei vola

ove amor d'erbe il chiama e di puledre: tale, udita del Dio la voce, Ettorre move rapidi i passi, inanimando i cavalieri. Ma gli Achei, siccome

veltri e villani che un cornuto cervo inseguono, o una damma a cui fa schermo alto dirupo o densa ombra di bosco, poiché lor vieta di pigliarla il fato;

se a lor grida s'affaccia in su la via un barbuto leon colle sbarrate mascelle orrende, incontanente tutti, benché animosi, volgono le terga:

così agli Achei, che stretti infino allora senza posa inseguito aveano i Teucri colle lance ferendo e colle spade, visto aggirarsi tra le file Ettorre,

cadde a tutti il coraggio. Allor si mosse Toante Andremonìde, il più gagliardo degli etòli guerrieri. Era costui di saetta del par che di battaglia

a piè fermo perito, e degli Achivi pochi in arringhe lo vincean, se gara fra giovani nascea nella bell'arte del diserto parlar. — Numi! qual veggo

gran prodigio? (dicea questo Toante). Dalla Parca scampato, e di bel nuovo risurto Ettorre! E speravam noi tutti che per le man d'Aiace egli giacesse.

Certo qualcuno de' Celesti i giorni preservò di costui, che molti al suolo degli Achivi già stese, e molti ancora ne stenderà, mi credo; ché non senza

l'altitonante Giove egli sì franco alla testa de' Teucri è ricomparso. Tutti adunque seguiamo il mio consiglio. La turba ai legni si raccosti; e noi,

quanti del campo achivo i più valenti ci vantiamo, stiam fermi e coll'alzate aste vediam di repulsarlo. Io spero che quantunque animoso, ei nella calca

entrar non ardirà di scelti eroi. Disse, e tutti obbedîr volonterosi. Ambo gli Aiaci e Teucro e Idomenèo e Merïone e il marzïal Megète

convocando i migliori, in ordinanza contro i Teucri ed Ettòr poser la pugna. Verso le navi intanto s'avviava de' men forti la turba. Allor primieri

e serrati fêr impeto i Troiani. Li precede a gran passi camminando l'eccelso Ettorre, e lui precede Apollo, che di nebbia i divini omeri avvolto

l'irta di fiocchi, orrenda, impetuosa egida tiene, di Vulcano a Giove ammirabile dono, onde tonando i mortali atterrir. Con questa al braccio

guidava i Teucri il Dio contro gli Achei che stretti insieme n'attendean lo scontro. Surse allor d'ambe parti un alto grido. Dai nervi le saette, e dalle mani

vedi l'aste volar, altre nel corpo de' giovani guerrieri, altre nel mezzo, pria che il corpo saggiar, piantarsi in terra di sangue sitibonde. Infin che immota

tenne l'egida Apollo, egual fu d'ambe parti il ferire ed il cader. Ma come dritto guardando l'agitò con forte grido sul volto degli Achei, gelossi

ne' lor petti l'ardire e la fortezza. Qual di bovi un armento o un pieno ovile incustodito, all'improvviso arrivo di due belve notturne si scompiglia;

così gli Achivi costernârsi; e Apollo fra lor spargeva lo spavento, i Teucri esaltando ed Ettorre. Allor turbata l'ordinanza, seguìa strage confusa.

Ettore Stichio uccide e Arcesilao, questi a' Beozi capitano, e quegli un compagno fedel del generoso Menestèo. Per le man poscia d'Enea

Jaso cade e Medonte. Era Medonte del divino Oïlèo bastardo figlio e d'Aiace fratel: ma morto avendo un diletto german della matrigna

Eriopìde d'Oïlèo mogliera, dalla paterna terra allontanato in Fìlace abitava. Attico duce era Jaso, e figliuol detto venìa

del Bucolide Sfelo. A Mecistèo Polidamante nelle prime file tolse la vita; ad Echïon Polite, ed Agènore a Clònio. A Deïjòco,

tra quei di fronte in fuga vôlto, al tergo vibra Paride l'asta e lo trafigge. Mentre l'armi rapìan questi agli uccisi, giù nell'irto di pali orrendo fosso

precipitando i fuggitivi Achei d'ogni parte correan, dalla crudele necessità sospinti, entro il riparo della muraglia: ed alto alle sue schiere

gridava Ettorre di lasciar le spoglie sanguinolente, e sul navile a gitto piombar: Qualunque scorgerò ristarsi dalle navi lontan, di propria mano

l'ucciderò, né morto il metteranno su la pira i fratei né le sorelle, ma innanzi ad Ilio strazieranlo i cani. Sì dicendo, sonar fe' su le groppe

de' cavalli il flagello e li sospinse per le file, animando ogni guerriero. Dietro al lor duce minacciosi i Teucri con immenso clamor drizzaro i cocchi.

Iva Apollo davanti, e col leggiero urto del piede lo ciglion del cupo fosso abbattendo il riversò nel mezzo, e ad immago di ponte un'ampia strada

spianovvi, e larga come d'asta il tiro, quando a far di sue forze esperimento un lanciator la scaglia. Essi a falangi su questa via versavansi, ed Apollo

sempre alla testa, sollevando in alto l'egida orrenda, degli Achivi il muro atterrava con quella agevolezza che un fanciullo talor lungo la riva

del mar per giuoco edifica l'arena, e per giuoco co' piedi e colle mani poco poi la rovescia e la rimesce. Tale tu, Febo arcier, l'opra in che tanto

sudâr gli Achivi, dispergesti, e loro del gelo della fuga empiesti il petto. Così spinti fermârsi appo le navi, e a vicenda incuorandosi, e le mani

ai numi alzando, ognun porgea gran voti. Ma più che tutti, degli Achei custode, il Gerenio Nestorre allo stellato cielo le palme sollevando orava:

Giove padre, se mai nelle feconde piagge argive o di tauri o d'agnellette sacrifici offerendo ti pregammo di felice ritorno, e tu promessa

ne festi e cenno, or deh! il ricorda, e lungi, dio pietoso, ne tieni il giorno estremo né voler sì da' Troi domi gli Achivi. Così pregava. L'udì Giove, e forte

tuonò. Ma i Teucri dell'Egìoco Sire udito il segno si scagliâr più fieri contro gli Achivi, ed incalzâr la pugna. Come del mar turbato un vasto flutto

da furia boreal cresciuto e spinto rugge e sormonta della nave i fianchi; tali i Teucri con alti urli saliro la muraglia, e, cacciati entro i cavalli,

coll'aste incominciâr sotto le poppe un conflitto crudel, questi su i cocchi, quei sul bordo de' legni colle lunghe, che dentro vi giacean, stanghe commesse,

ed al bisogno di naval battaglia accomodate colle ferree teste. Finché fuor del navile intorno al muro arse de' Teucri e degli Achei la pugna,

del valoroso Eurìpilo si stette Pàtroclo nella tenda, e ragionando ricreava, e sull'acerba piaga dell'amico, a placarne ogni dolore,

obbliviosi farmaci spargea. Ma tosto che mirò su l'arduo muro saliti a furia i Teucri, e l'urlo surse degli Achivi e la fuga, in lai proruppe,

e battendosi l'anca, Ohimè, diss'egli in suono di lamento, una feroce mischia là veggo. Non mi lice, Eurìpilo, all'uopo che pur n'hai, teco indugiarmi

più lungamente: assisteratti il servo; io ne volo ad Achille onde eccitarlo alla pugna. Chi sa? forse un propizio nume darammi che mia voce il tocchi;

degli amici il pregar va dolce al core. Così detto, volò. Gli Achivi intanto fermi de' Teucri sostenean l'assalto; ma dalle navi non sapean, quantunque

di numero minori, allontanarli; né i Troiani potean romper de' Greci le stipate falangi, e insinuarsi tra le navi e le tende. E a quella guisa

che in man di fabbro da Minerva istrutto, il rigo una naval trave pareggia; così de' Teucri egual si diffondea e degli Achei la pugna; ed altri a questa

nave attacca la zuffa, ed altri a quella. Ma contro Aiace dispiccato Ettorre, intorno ad un sol legno ambo gli eroi travagliansi, né questi era possente

a fugar quello e il combattuto pino incendere, né quegli a tener lunge questo, ché un nume ve l'avea condotto. Colpì coll'asta il Telamònio allora

Caletore di Clìzio in mezzo al petto, mentre alle navi già venìa col foco. Rimbombò nel cadere, e dalla mano cascògli il tizzo. Come vide Ettorre

riverso nella polve anzi alla poppa il consobrino, alzò la voce, e i suoi animando gridò: Licii, Troiani, Dàrdani bellicosi, ah dalla pugna

non ritraete in questo stremo il piede! Deh non patite che di Clìzio il figlio, da valoroso nel pugnar caduto, sia dell'armi dispoglio. — E sì dicendo,

Aiace saettò colla fulgente lancia, ma in fallo; e Licofron percosse di Mastore figliuol che reo di sangue dalla sacra Citera esule venne

al Telamònio, e v'ebbe asilo, e poscia suo scudiero il seguì. Lo giunse il ferro nella testa, da presso al suo signore, sul confin dell'orecchia: e dalla poppa

resupino il travolse nella polve. Raccapriccionne Aiace, e a Teucro disse: Caro fratel, n'è spento il fido amico Mastoride che noi ne' nostri tetti

da Citera ramingo in pregio avemmo quanto i diletti genitor: l'uccise Ettore. Dove or son le tue mortali frecce, e quell'arco tuo, dono d'Apollo?

L'udì Teucro, e veloce a lui ne venne coll'arco e la faretra, e via ne' Troi dardeggiando ferì di Pisenorre Clito illustre figliuol, caro al Pantìde

Polidamante a cui de' corridori reggea le briglie. Or, mentre che bramoso di mertarsi d'Ettorre e de' Troiani e la grazia e la lode, ove dell'armi

lo scompiglio è maggior spinge i cavalli, malgrado il presto suo girarsi il giunse l'inevitabil suo destin; ché il dardo lagrimoso gli entrò dentro la nuca.

Cadde il trafitto; s'arretrâr turbati i destrieri scotendo il vôto cocchio orrendamente. Ma v'accorse pronto di Panto il figlio, che parossi innanzi

ai frementi corsieri; e ad Astinòo di Protaon fidandoli, con molto raccomandar lo prega averli in cura e seguirlo vicin. Ciò fatto, il prode

riede alla zuffa, e tra i primier si mesce. Pose allor Teucro un altro dardo in cocca alla mira d'Ettorre: e qui finita tutta alle navi si sarìa la pugna,

se al fortissimo eroe togliea l'acerbo quadrel la vita. Ma lo vide il guardo della mente di Giove, che d'Ettorre custodìa la persona, e privo fece

di quella gloria il Telamònio Teucro: ché il Dio, nell'atto del tirar, gli ruppe del bell'arco la corda, onde sviossi il ferreo strale, e l'arco di man cadde.

Inorridito si rivolse Teucro al suo fratello, e disse: Ohimè! precise della nostra battaglia un Dio per certo tutta la speme, un Dio che dalla mano

l'arco mi scosse, e il nervo ne diruppe pur contorto di fresco, e ch'io medesmo gli adattai questa mane, onde il frequente scoccar de' dardi sostener potesse.

O mio diletto, gli rispose Aiace, poiché l'arco ti franse un Dio, nemico dell'onor degli Achivi, al suolo il lascia con esso le saette; e l'asta impugna

e lo scudo, e co' Teucri entra in battaglia, ed agli altri fa core; onde, se prese esser denno le navi, almen non sia senza fatica la vittoria. Ad altro

non pensiam dunque che a pugnar da forti. Corse Teucro alla tenda, e vi ripose l'arco, e preso un brocchier che avea di quattro falde il tessuto, un elmo irto d'equine

chiome al capo si pose; e orribilmente n'ondeggiava la cresta. Indi una salda lancia impugnata, a cui d'acuto ferro splendea la punta, s'avvïò veloce,

e raggiunse il fratello. Intanto Ettorre, viste cader di Teucro le saette, le sue schiere incuorando, alto gridava: Teucri, Dàrdani, Licii, ecco il momento

d'esser prodi, e mostrar fra queste navi il valor vostro, amici. Infrante ha Giove d'un gran nemico (con quest'occhi il vidi) le funeste quadrella. Agevolmente

si palesa del Dio l'alta possanza, sia ch'esalti il mortal, sia che gli piaccia abbassarne l'orgoglio, e l'abbandoni: siccome appunto degli Achivi or doma

la baldanza, e le nostre armi protegge. Pugnate adunque fortemente, e stretti quelle navi assalite. Ognun che colto o di lancia o di stral trovi la morte,

del suo morir s'allegri. È dolce e bello morir pugnando per la patria, e salvi lasciarne dopo sé la sposa, i figli e la casa e l'aver, quando gli Achei

torneran navigando al patrio lido. Fur quei detti una fiamma ad ogni core. Dall'una parte i suoi conforta anch'esso Aiace, e grida: Argivi, o qui morire,

o le navi salvar. Se fia che alfine il nemico le pigli, a piè tornarvi forse sperate alla natìa contrada? E non udite di che modo Ettorre

d'incenerirle tutte impaziente i suoi guerrieri istiga? Egli per certo non alla tresca, ma di Marte al fiero ballo gl'invita. Né partito adunque

né consiglio sicuro altro che questo, menar le mani, e di gran cor. Gli è meglio pure una volta aver salute o morte, che a poco a poco in lungo aspro conflitto

qui consumarci invendicati e domi per mano, oh scorno! di peggior nemico. Rincorossi ciascuno, e allor la strage d'ambe le parti si confuse. Ettorre

Schedio uccide, figliuol di Perimede, condottier de' Focensi. Uccide Aiace Laodamante, generosa prole d'Antènore, e di fanti capitano.

Polidamante al suol stende il cillenio Oto, compagno di Megète, e duce de' magnanimi Epèi. Visto Megète cader l'amico, scagliasi diritto

su l'uccisor; ma questi obliquamente chinando il fianco andar fe' vôto il colpo, ché in quella zuffa non permise Apollo del figliuolo di Panto la caduta,

e l'asta di Megète in mezzo al petto di Cresmo si piantò, che orrendamente rimbombò nel cader. Corse a spogliarlo dell'armi il vincitor; ma gli si spinse

contra il gagliardo vibrator di picca Dolope che di Lampo era germoglio, di Lampo prestantissimo guerriero Laomedontìde. Impetuoso ei corse

sopra Megète, e lo ferì nel mezzo dello scudo; ma il cavo e grosso usbergo l'asta sostenne, quell'usbergo istesso che d'Efira di là dal Selleente

un dì Fileo portò, dono d'Eufete, ospite suo. Con questo egli più volte campò sé stesso nelle pugne, ed ora con questo a morte si sottrasse il figlio

che non fu tardo alle risposte. Al sommo del ferrato e chiomato elmo ei percosse l'assalitor coll'asta, e dispicconne l'equina cresta, che così com'era

di purpureo color fulgida e fresca tutta gli cadde nella polve. Or mentre ei qui stassi con Dolope alle strette, e vittoria ne spera, ecco venirne

a rapirgli la palma il bellicoso minore Atride, che furtivo al fianco di Dolope s'accosta, e via nel tergo l'asta gli caccia. Trapassògli il petto

la furïosa punta oltre anelando: boccon cadde il trafitto, e gli fur sopra tosto que' due per dispogliarlo. Allora il teucro duce incoraggiando tutti

i congiunti, si volse a Melanippo d'Icetaon. Pasceva egli in Percote, pria dell'arrivo degli Achei, le mandre. Ma giunti questi ad Ilio, ei pur vi venne,

e risplendea fra' Teucri, ed abitava col re medesmo che l'avea per figlio. Lo punse Ettorre, e disse: E così dunque ci starem neghittosi, o Melanippo?

E non ti senti il cor commosso al diro caso del morto consobrin? Non vedi lo studio che color dansi dintorno a Dolope per l'armi? Orsù mi segui:

non è più tempo di pugnar da lungi con questi Argivi. Sterminarli è d'uopo, o veder Troia al fondo, ed allagate per lor di sangue cittadin le vie.

Così detto, il precede, e l'altro il segue in sembianza d'un Dio. Ma vôlto a' suoi il gran Telamonìde, Amici, ei grida, siate valenti, in cor v'entri la fiamma

della vergogna, e l'un dell'altro abbiate tema e rispetto nella forte mischia. De' prodi erubescenti i salvi sono più che gli uccisi. Chi si volge in fuga,

corre all'infamia insieme ed alla morte. Sì disse, e tutti per sé pur già pronti alla difesa, si stampâr nel core que' detti, e fêr dell'armi un ferreo muro

alle navi; ma Giove era co' Teucri. Prese allor Menelao con questi accenti d'Antìloco a spronar la gagliardìa: Antìloco, tu se' del nostro campo

più giovin guerriero e il più veloce, e niun t'avanza di valor. Trascorri dunque, e di sangue ostil tingi il tuo ferro. Così l'accese e si ritrasse; e quegli

fuor di schiera balzando, e d'ogn'intorno guatandosi vibrò l'asta lucente. Visto quell'atto, si scansaro i Teucri, ma il colpo in fallo non andò, ché colse

Melanippo nel petto alla mammella, mentre animoso s'avanzava. Ei cadde risonando nell'armi, e ratto a lui Antìloco avventossi. A quella guisa

che il veltro corre al caprïol ferito, cui, mentre uscìa dal covo, il cacciatore di stral raggiunse, e sciolsegli le forze: così sovra il tuo corpo, o Melanippo,

a spogliarti dell'armi il bellicoso Antìloco si spinse. Il vide Ettorre, e volò per la mischia ad assalirlo. Non ardì l'altro, benché pro' guerriero,

aspettarne lo scontro, e si fuggìo siccome lupo misfattor, che ucciso presso l'armento il cane od il bifolco, si rinselva fuggendo anzi che densa

lo circuisca de' villan la turba; così diè volta sbigottito il figlio di Nèstore per mezzo alle saette che alle sue spalle con immenso strido

i Troiani piovevano ed Ettorre; né diè sosta al fuggir, né si converse che giunto fra' compagni a salvamento. Qui fu che i Teucri un furioso assalto

diero alle navi, ed adempîr di Giove il supremo voler, che vie più sempre la forza accresce, ed agli Achei la scema; togliendo a questi la vittoria, e quelli

incoraggiando, perché tutto s'abbia Ettor l'onore di gittar ne' curvi legni le fiamme, e tutto sia di Teti adempito il desìo. Quindi il veggente

nume il momento ad aspettar si stava che il guardo gli ferisse alfin di qualche incesa nave lo splendor, perch'egli da quel punto volea che de' Troiani

cominciasse la fuga, e degli Achei l'alta vittoria. In questa mente il Dio sproni aggiungeva al cor d'Ettorre, e questi furiando parea Marte che crolla

la grand'asta in battaglia, o di vorace fuoco la vampa che ruggendo involve una folta foresta alla montagna. Manda spume la bocca, e sotto il torvo

ciglio lampeggia la pupilla: ai moti del pugnar, la celata orrendamente si squassa intorno alle sue tempie, e Giove il proteggea dall'alto, e di lui solo

tra tanti eroi volea far chiaro il nome a ricompensa di sua corta vita. Perocché già Minerva il dì supremo, che domar lo dovea sotto il Pelìde,

gl'incalzava alle spalle. Ove più dense egli vede le file, e de' più forti folgoreggiano l'armi, oltre si spigne di sbaragliarle impaziente, e tutte

ne ritenta le vie; ma tuttavolta gli esce vano il desìo, ché stretti insieme resistono gli Achei siccome aprico immane scoglio che nel mar si sporge,

e de' venti sostiene e del gigante flutto la furia che si spezza e mugge: tali a piè fermo sostenean gli Achei l'urto de' Teucri. Finalmente Ettorre

scintillante di foco nella folta precipitossi. Come quando un'onda gonfia dal vento assale impetuosa un veloce naviglio, e tutto il manda

ricoperto di spuma: il vento rugge orribilmente nelle vele, e trema ai naviganti il cor, ché dalla morte non son divisi che d'un punto solo:

così tremava degli Achivi il petto; ed Ettore parea crudo lïone che in prato da palude ampia nudrito un pingue assalta numeroso armento.

Ben egli il suo pastor vorrìa da morte le giovenche campar; ma non esperto a guerreggiar col mostro, or tra le prime s'aggira ed or tra l'ultime; alfin l'empio

vi salta in mezzo, ed una ne divora, e ne van l'altre impaurite in fuga: così davanti ad Ettore ed a Giove fuggìan percossi da divin terrore

tutti allora gli Achei. Restovvi il solo micenèo Perifète, amata prole di quel Coprèo che un giorno al grande Alcide venne dei duri d'Euristèo comandi

apportatore. Di malvagio padre illustre figlio risplendea di tutte virtù fornito Perifète, ed era e nel corso e nell'armi e ne' consigli

tra' Micenèi pregiato e de' primieri. Ed or qui diede di sua morte il vanto alla lancia d'Ettòr. Ché mentre indietro si volta nel fuggir, nell'orlo inciampa

dello scudo, che lungo insino al piede dalle saette il difendea. Da questo impedito il guerrier cadde supino, e dintorno alle tempie in suono orrendo

la celata squillò. V'accorse Ettorre, e l'asta in petto gli piantò, né alcuno aitarlo potea de' mesti amici, del teucro duce paurosi anch'essi.

Abbandonato delle navi il primo ordin gli Achivi, come ria gli sforza necessitade e l'incalzante ferro de' Troiani, riparansi al secondo

alla marina più propinquo; e quivi nanzi alle tende s'arrestâr serrati senza sbandarsi (ché vergogna e tema li ratteneano) e alzando un incessante

grido a vicenda, si mettean coraggio. Anzi a tutti il buon Nèstore, l'antico guardian degli Achivi, ad uno ad uno pe' genitor li supplica: Deh siate,

siate forti, o miei cari, e di pudore il cor v'infiammi la presenza altrui. Della sua donna ognuno e de' suoi figli e del suo tetto si rammenti; ognuno

si proponga de' padri, o spenti o vivi, i bei fatti al pensiero: io qui per essi che son lungi vi parlo, e vi scongiuro di tener fermo e non voltarvi in fuga.

Rincorârsi a que' detti: allor repente sgombrò Minerva la divina nube, che il lor guardo abbuiava, e una gran luce dintorno balenò. Vider le navi,

videro il campo e la battaglia e il prode Ettore e tutti i suoi guerrier, sì quelli che in riserbo tenea, sì quei che fanno pugna alle navi. Non soffrì d'Aiace

il magnanimo cor di rimanersi con gli altri Achivi indietro, ed impugnata una gran trave da naval conflitto con caviglie connessa, e ventidue

cubiti lunga, la scotea, per l'alte de' navigii corsìe lesto balzando a lunghi passi, simigliante a sperto equestre saltator che giunti insieme

quattro scelti destrier gli sferza e spigne per le pubbliche vie: maravigliando stassi la turba, ed ei securo e ritto dall'un passando all'altro il salto alterna

sui volanti cavalli; a tal sembianza alternava l'eroe gl'immensi passi per le coperte delle navi, e al cielo la sua voce giugnea sempre gridando

terribilmente, e confortando i suoi delle tende e de' legni alla difesa. E né pur esso di rincontro Ettorre tra' Teucri in turba si riman; ma quale

aquila falba che uno stormo invade o di cigni o di gru che lungo il fiume van pascolando; a questa guisa il prode di schiera uscito avventasi di punta

contra una nave di cerulea prora. Lo stesso Giove colla man possente il sospinge da tergo, e gli altri incita, e un novello vi desta aspro certame.

Detto avresti che fresca allora allora s'attaccava la mischia, e che indefesse eran le braccia: l'impeto è cotanto de' combattenti con opposti affetti.

Nella credenza di perirvi tutti pugnavano gli Achei; nella lusinga di sterminarli i Teucri, ed in faville mandar le navi. Ed in cotal pensiero

gli uni e gli altri mescean la zuffa e l'ire. Ettore intanto colla destra afferra d'una nave la poppa. Era la bella veloce nave che di Troia al lido

Protesilao guidò senza ritorno. Per questa si facea di Teucri e Achei un orrido macello, e questi e quelli d'un cor medesmo, non con archi e dardi

fan pugna da lontan, ma con acute mannaie a corpo a corpo, e con bipenni e con brandi e con aste a doppio taglio, e con tersi coltelli di forbito

ebano indutti e di gran pomo; ed altri ne cadean dalle spalle, altri dal pugno de' guerrieri, e scorrea sangue la terra. Dell'afferrata poppa Ettor tenendo

forte il timone colle man, gridava: Foco, o Teucri, accorrete, e combattete; ecco il dì che di tutti il conto adegua, il dì che Giove nelle man ci mette

queste navi, a Ilïon contra il volere venute degli Dei, queste che tanti ne recâr danni per codardi avvisi de' nostri padri che mi fean divieto

di portar qui la guerra. Ma se Giove confuse allor le nostre menti, or egli, egli stesso n'incalza all'alta impresa. Disse, e i Teucri maggior contro gli Argivi

impeto fêro. Degli strali allora più non sostenne Aiace la ruina, ma giunta del morir l'ora credendo, lasciò la sponda del naviglio, e indietro

retrocesse alcun poco ad uno scanno sette piè di lunghezza. E qui piantato osservava il nemico, e sempre oprando l'asta, i Troiani, che di faci ardenti

già s'avanzano armati, allontanava, e sempre alzava la terribil voce: Dànai di Marte alunni, amici eroi, non ponete in obblìo vostra prodezza.

Sperate forse di trovarvi a tergo chi ne soccorra, od un più saldo muro che ne difenda? Non abbiam vicina città munita che ne salvi, e nuove

falangi ne fornisca. In mezzo a fieri inimici noi siam, chiusi dal mare, lungi dal patrio suol. Nell'armi adunque, non nella fuga, ogni salute è posta.

Così dicendo, colla lunga lancia furioso inseguìa qualunque osava da Ettore sospinto avvicinarsi colle fiamme alle navi. E di costoro

dodici dall'acuta asta trafitti pose a giacer davanti alle carene.

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