- Beltà, raggio di Lui che tutto move, tu che d'amor le fiamme accendi, e godi star di vergini intatte e di fanciulli nelle nere pupille, in guardia prendi
di Venere la figlia, e al tempo avaro non consentir che le tue rose involi alle caste sue gote. A lei concedi la non caduca gioventù de' Numi,
ch'ella di Numi è sangue; e come belle tu festi, o Diva, d'Ermion le forme, così virtude a lei fe' bello il core. Immenso della luce eterno fonte
vibra i suoi dardi il sole, e nelle cose sveglia la vita; e tu, reina eterna de' cor gentili, se bontà vien teco, l'amor risvegli che stagion non perde,
e spargi di perenne alma dolcezza le perigliose d'Imeneo catene. Bacia queste catene, inclito figlio d'Agenore; le bacia, ed in vederti
genero eletto a due gran dii, t'allegra, ma cognato al tonante egioco Giove non ti vantar, ché l'alta ira di Giuno costar ti farà caro un tanto onore.
Pur, dove avvenga che funesto nembo turbi il sereno de' tuoi dì, non franga l'avversità del fato il tuo coraggio, ché a sé l'uom forte è Dio. Tutte egli preme
sotto il piè le paure, e delle Parche su ferrei troni alteramente assise con magnanima calma i colpi aspetta. - - Schietta com'onda di petrosa vena
delle Muse la lode i generosi spirti rallegra, e immortalmente vive l'alto parlar che dal profondo seno trae dell'alma il furor che Febo inspira,
quando ai carmi son segno i fatti egregi de' valorosi, o i peregrini ingegni trovatori dell'arti onde si giova l'umana stirpe, e si fa bello il mondo.
Or di quante produsse arti leggiadre il mortale intelletto aura divina, quale il canto dirà la più felice? Te, di tutte bellissima e primiera,
che con rozze figure arditamente pingi la voce, e color dando e corpo all'umano pensiero agli occhi il rendi visibile: ed in tale e tanta luce,
che men chiara del Sol splende la fronte, ei vola e parla a tutte genti, e chiuso nelle tue cifre si conserva eterno. Dietro ai portenti che tu crei smarrita
si confonde la mente, e perde l'ali l'immaginar. Qual già fuori del sacro capo di Giove orrendamente armata balzò Minerva, ed il paterno telo,
cui nessuno de' Numi in sua possanza ardia toccar, trattò fiera donzella, e corse in Flegra a fulminar tremenda i figli della Terra, e fe' sicuro
al genitore dell'Olimpo il seggio: tal tu pure, verace altra Minerva, dalla mente di Cadmo partorita, e nell'armi terribili del Vero
fulminando atterrasti della cieca ignoranza gli altari, e la gigante forza frenasti dell'Error, che stretta sul ciglio all'uomo la feral sua benda
di spaventi e di larve all'infelice ingombrava il cerebro, e sì regnava solo e assoluto imperador del Mondo. Tale è il mostro, o Cadmea nobile figlia,
a cui guerra tu rompi, e tanto hai tolto già dell'impero ch'ogni sforzo è indarno, se il ciel non crolla, a sostenerlo in trono. Di selvaggia per te si fa civile
l'umana compagnia; per te le fonti del saper dilatate in mille rivi e a tutti aperte corrono veloci ad irrigar le sitibonde menti.
Per te più puro e in un di Dio più degno si sublima il suo culto, e con amore al cor s'apprende da ragion dettato, non da colei che in Aulide col sangue
d'Ifigenia propizi invoca i venti e spinta in ciel la fronte e dell'Eterno le sembianze falsando, spaventosa fra le nubi s'affaccia, e cupo grida:
"chiudi gli occhi, uman verme, e cieco adora". Ma d'alta sapienza uso amoroso e della prima Idea diritto spiro filosofia coll'armi adamantine
della scritta ragion l'orrenda larva combatterà, vendicherà del Nume da quell'empia converso in crudo spettro l'oltraggiata bontade; e l'uom per vie
tutte di luce al suo divin principio fatto più presso, si farà più pio, e dirà seco: "De' miei mali il primo e la prima mia morte è l'Ignoranza." -
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