Il giorno ch'Ermion, di Citerea alma prole e di Marte, iva di Cadmo all'eccelso connubio, e la seguia tutta, fuor Giuno, degli Dei la schiera,
gratulando al marito e presentando di cari doni la beata sposa, col Delio Apollo a salutarla anch'esse comparvero le Muse. Una ghirlanda
stringea ciascuna d'olezzanti fiori (sempre olezzanti, perché mai non muore il fior che da castalia onda è nudrito), e tal di quelli una fragranza uscìa,
ch'anco i sensi celesti inebbriava, e tutta odor d'Olimpo era la reggia. De' bei serti immortali adunque in prima le divine sorelle incoronaro
dell'aureo letto nuzial la sponda; indi al canto si diero, e alle carole. Della danza Tersicore guidava i volubili giri; e in queste note
l'amica degli Eroi Calliopea col guardo in sé raccolto il labbro apriva: Così cantava. All'ultime parole, di non lieto avvenire annunziatrici,
Cadmo chinò pensoso il ciglio, e scura nube di duolo d'Ermion si sparse sulla candida fronte. Anco de' Numi si contristâr gli aspetti, ed un silenzio
ne seguì doloroso. Allor la Diva col dolce lampo d'un sorriso intera ridestando la gioia in ogni petto, sull'auree corde fe' volar quest'inno:
Tal era della Diva il canto arcano, della Diva Calliope a cui tutte stanno dinanzi le future cose, e, secondo che il tempo le rivolve
nel suo rapido corso, a tutte dona e forma e voce e qualitade e vita con tal di sensi e di dottrine un velo ch'occhio vulgar nol passa: onde agli stolti
la delfica favella altro non sembra che canora follia. Povero il senno che in quei deliri ascoso il ver non vede! Né sa quanta de' carmi è la potenza
su la reina opinion che a nullo de' viventi perdona e a tutti impera! Stava tacito attento alle parole profetiche di tanta arte il felice
insegnatore, e nel segreto petto dell'alto volo, a cui l'uman pensiero le ben trovate cifre avrian sospinto, pregustava la gioia, e della sorte
già tetragono ai colpi si sentia. Preser le Muse da quel giorno usanza di far liete de' canti d'Elicona degli Eccelsi le nozze, ovunque in pregio
son d'Elicona i dolci canti. Or quale, qual v'ha sponda che sia, come l'Insùbre, dalle Grazie sorrisa e dalle Muse? Qual tempio sorge a queste Dee più caro
che l'eretto da te, spirto gentile, nelle cui vene del Trivulzio sangue vive intero l'onor? Alto fragore d'oricalchi guerrieri e d'armi orrende
empiea, Signor, le risonanti volte delle tue sale un dì, scuola di Marte, quand'il grand'avo tuo, fulmin di guerra, delle italiche spade era la prima.
Or che in regno di pace entro i lombardi elmi la lidia tessitrice ordisce l'ingegnosa sua tela, e col ferrigno dente agli appesi aviti brandi il lampo
la ruggine consuma, a te concede altra gloria e più bella e senza pianti senza stragi e rovine il santo amore de' miti studi del silenzio amici,
che da Febo guidati e da Sofia traggon l'uom del sepolcro e il fanno eterno. Qui dell'arte di Cadmo e della sua imitatrice i monumenti accolti
di grave meraviglia empion la vista de' riguardanti: qui, di Pindo e Cirra posti i gioghi in oblio, l'Ascrée fanciulle fermano il seggio, e grato a te le invia
il gran padre Alighier che per te monde d'ogni labe contempla le severe del suo nobil Convito alte dottrine. Odi il suon delle cetre, odi il tripudio
delle danze, ed Amor vedi che gitta via le bende, e la terza e quarta rosa del tuo bel cespo ad Imeneo consegna: ed allegro Imeneo nel più ridente
suol le trapianta, che Panaro e Trebbia irrighino di chiare onde felici; e germogli n'aspetta che faranno liete d'odori e l'una e l'altra riva
di generose piante ambo superbe. Or voi d'ambrosia rugiadose il crine, il cui sorriso tutte cose abbella, voi dell'inclita Bice al fianco assise,
Grazie figlie di Giove, accompagnate le due da voi nudrite alme donzelle, e vengano con voi l'arti dilette in che posero entrambe un lungo amore,
l'animatrice delle tele, e quella che di musiche note il cor ricrea: onde la vita coniugal sia tutta di dolce aspersa e di ridenti idee
simiglianti alle prime di Natura vergini fantasie che in piante e in fiori scherzano senza legge, e son più belle. E tu, ben nato Idillio mio, che i modi
di Tebe osasti con ardir novello all'avene sposar di Siracusa, vanne al fior de' gentili, a Lui che fermo nella parte miglior del mio pensiero
tien della vera nobiltà la cima e de' cortesi è re, vanne e gli porgi queste parole: "Amico ai buoni, il Cielo di doppie illustri nozze oggi beati
rende i tuoi lari, ed il canuto e fido de' tuoi studi compagno all'allegrezza che l'anima t'inonda, il suo confonde debole canto che di stanco ingegno
dagli affanni battuto è tardo figlio; ma non è tardo il cor che, come spira riverente amistade, a te lo sacra." Questo digli e non altro. E s'ei dimanda
come del viver mio si volga il corso, di' che ad umìl ruscello egli è simìle, su le cui rive impetuosa e dura i fior più cari la tempesta uccise.
Cookies on Poetry Cove