Alla furia più ria che trionfale su l'altar segga e regni, aonia diva, la punta or vibra del secondo strale. Questa è colei che d'Aulide la riva,
e Tauride macchiò di sangue umano, famoso pianto della scena argiva; e con rito ulular crudele e strano fe' per Teuta le selve di Marsiglia,
e Perside per Mitra ed Arimano. Di timor, d'ignoranza orribil figlia, vaga figlia nomarsi osa del cielo e del mondo conforto e maraviglia:
denso la copre impenetrabil velo di misteri di cifre e di figure, quante mai ne conobbe Osiri e Belo: e dalle sedi rilucenti e pure
dell'olimpo cacciata, il trono pose tra fantasmi chimere ombre e paure. Ivi tiranna un suo cotal compose maraviglioso ordigno, a cui di leva
diè nome; e agli occhi de' mortai l'ascose: al ciel n'appoggia il mobil centro; aggreva la man sull'una delle parti estreme; sottopon l'altra al mondo, e lo solleva.
Allor crolla la terra, e alle supreme occulte scosse il cor prostrando e i lumi a senno di costei sospira e geme: e in mille fogge fabbricando i numi,
secondo che la tema in lei s'accampa, sparge l'are di pianti e di profumi: e l'immagine sua cieco l'uom stampa di Dio sul volto, e degli affetti il veste
di che ciascuno delirando avvampa. Quindi vario il voler varie le teste gli tribuisce, ed or crudeli in seno, or maligne le brame e disoneste;
or del fulmine ei l'arma e del baleno, or perfido lo pinge ora tiranno, d'odio di sdegno e d'incostanza pieno. Delitto la ragion, virtù si fanno
per lui le stragi i tradimenti e santo nel suo nome il furor santo l'inganno. Né val di madri e di fanciulli il pianto: e tu, Roma, lo sai; tu che di pio
sangue lordasti, per piacergli, il manto. Al crudo che ti festi ingiusto Dio, un dio d'amor lasciando e di perdono da cui sì dolce la parola uscìo,
ben si convenne alzar fra vizi il trono, e far sgabello al suo superbo soglio l'ira il terrore la vendetta il tuono: ben si convenne quel cotanto orgoglio
de' tuoi pastor, che fero in Vaticano i trionfi perir del Campidoglio: ben l'ozio si convenne e il fasto insano di quel collegio, che le vene ingrossa
del sangue tolto al popolo cristiano; e l'avara, crudele e d'onor cassa chiercata turba, che l'ignava plebe di fole assonna, e tutti ingegni abbassa,
e peggio che di pecore e di zebe ne fa trastullo, rinnovando il rito ch'Ati in Frigia ulular fe' per Cibebe. Oh falsa fede, oh vero Iddio tradito!
Dio di sommo poter, che si palesa sol per fatti d'amor sommo infinito; Dio, che del mondo ad un sol dito appesa la gran catena per amor sol reggi,
onde tutta d'amor natura accesa riamando risponde alle tue leggi; Dio, che Soli infiniti entro il gran vuoto per immensa bontà movi e correggi:
con ammirando incomprensibil moto a te dan laude mille mondi e mille, che van pei mari della luce a nuoto; e l'eterna armonìa delle tranquille
sideree rote a tua virtù non costa che un sereno girar di tue pupille: e l'uom, sostanza di ragion composta, non ti conosce ancora e si confonde,
l'uomo in che tanta intelligenza è posta? Ti conoscono i fior l'erbe le fronde, ti saluta l'augello in su l' aurora, ti benedicon le tempeste e l'onde:
l'uom solo, ahi folle, orrendi mostri adora, sé medesmo oltraggiando; e il tuo gran nume sol per deliri e per misfatti onora. Né già di patria zelo o pio costume
di caritade universal, né cuore che del vero si scaldi al santo lume, ma oggetto ei dice del tuo giusto amore sol chi la voce ha di ragion sprezzata,
sol chi più di natura è traditore; stolti padri che portano spietata la man su i figli, e figli ancor più stolti ch'han la destra ne' padri insanguinata;
crudeli spirti nell'error sepolti; infingardi devoti in bianche e bige e nere cappe stranamente avvolti. Quale dai tetti la notturna strige
doloroso sull'alme il canto invia, quando pallide l'ombre escon di Stige; tal di questi è la trista psalmodia, che fa de' claustri risonar gli orrori,
e il sonno dai gravati occhi disvia mentre serpe dolcissimo, e i sonori bronzi lugùbri avvisano in suon lento gl'intempestivi mattutini albori.
Questi d'ira pensieri e di spavento meditava la musa al Tebro in riva, ma vestirli temea del suo concento; quando per gli occhi di Maria s'udiva
Roma di sacri gemiti feroci sonar gridando orribilmente evviva; e brune per le strade orrende croci procedean fra il pallore e il fragor mesto
di meste faci e di tartaree voci; tal ch'Argo e Tebe non mirar di questo più rio portento, quando la vendetta del parricidio accadde e dell'incesto.
Come colui cui fredda in sen si getta la febbre, si rannicchia entro le piume, ed il calor, battendo i denti, aspetta; tal io d'Evandro sull'augusto fiume
palpitando tremava; e del pensiero spingea sull'Alpi e del desìo l'acume, te invocando, famoso alto guerriero, che, superate alfin le cozie porte,
tremar le chiavi in man facevi a Piero. E di tua spada al lampeggiar, che forte all'avara sua donna le pupille ferìa da lunge e fea le guance smorte,
i monili cascavano e le armille all'impudica; e si smarrìa l'ingegno de' suoi proci al fragor delle tue squille. Deh! t'affretta, io dicea: volgi lo sdegno
contro costei, che nata in servitude tutto del mondo avea sognato il regno. Mena il brando fatal; spezza l'incude che le celesti folgori temprava;
rendi Roma alla gloria alla virtude; la fonte chiudi dell'error, che prava gl'intelletti avvelena: e questa druda, qual venne al mondo, umil ritorni e schiava.
Togli allo scalzo pescator di Giuda dei re lo scettro; e lui, qual pria, consiglia a trattar l'amo sull'arena ignuda. A te dal muto avello alza le ciglia
la grand'ombra di Bruto, e par che dica: - Ti raccomando di Quirin la figlia. - E pei silenzi della notte amica - La raccomando - gridano mill'alme
che amor tormenta della patria antica. Quindi un bisbiglio, un battere di palme; e per entro le tombe un brulichìo d'ossa agitate e d'esultanti salme.
Ascoltalo, o di guerra inclito dio; ché un dio se' certo, o Franco eroe lodato; l'ascolti, e il giusto non tradir desìo. Frangi il pugnale in Vatican temprato
alla fucina del superbo Lama, che cader fe' Bassville insanguinato: ma la cetra risparmia, onde la fama del misfatto sonò; ché del cantore
la lingua e il cor contraria avean la brama. Peccò la lingua, ma fu casto il core; e fu il peccar necessità; ché chiusa ogni via di salute avea terrore.
Oh cara dell'amico ombra delusa! Oh cener sacro di Bassvil trafitto! Fate, voi fate dell'error la scusa. Se lagrimai, se il corpo derelitto
del mio pianto bagnai, non v'è nascoso: ma cheto piansi: il pianto era delitto: e cheto sospirai; ché pauroso mi rendea di me stesso anco il sospiro,
del mio segreto accusator pietoso. L'ombre sole il sapean: sole m'udiro chiamar l'estinto, e in lacrime disciolto sol con esse parlar del mio martiro.
Era nell'ora che stendea sul volto della terra il suo velo umido e scuro la notte, in tregua ogni animal sepolto: per li campi del cielo il pigro Arturo
volgea l'aratro; e me pur tocco avea la verga che diè morte a Palinuro: quand'ecco dell'amico, e mi parea veramente vederla, a me d'innante
star la mest'ombra: ahi vista cara e rea! Ahi quant'era mutato il suo sembiante! Squallido il volto avea, le chiome impresse di polve e sangue e rovesciate avante;
e dalla bocca usciva e dalle fesse nari la tabe (orribile a vederse!) giù per lo mento in larghe righe e spesse. Tenea senza far motto in me converse
le cavità degli occhi; e in questo dire alfin la bocca sospirando aperse: - Tu non badi? e tu puoi pigro dormire in cotanto periglio? e dei crudeli,
che m'han spento, non sai quante son l'ire? Fuggi, fuggi; ché barbare e infedeli son queste terre, e d'uman sangue intrise l'are di Cristo, e chiusi gli evangeli.
Di là mosse la turba, che commise feroce in me la man comprata e schiava: vedi la piaga che il tuo fido uccise. - Disse: e il fianco scoperse; e riguardava
la ferita mortal, che rispondendo allo sdegno del cor sangue grumava. Si fe' più truce allora; ed un orrendo gemito messo, calpestò la terra,
che in due s'aperse e l'inghiottì muggendo. Una fredda paura il cor mi serra, e mi risveglio a quell'orribil vista con tutte l'onde degli affetti in guerra.
Ma la pia moglie del mio stato avvista m'abbracciava gridando: - O mio consorte, consorte mio, che hai? che ti contrista? - Il furor, rispos'io, mi cerca a morte
de' sacerdoti: a via fuggir m'invita il Cielo, e l'ore per fuggir son corte. E sarà senza me la tua partita, barbaro? soggiungea: così ti cale
della tua sposa, ahi lassa, e di sua vita? Se le lagrime mie, se coniugale tenerezza il pensier non ti consiglia, e nulla questo mio volto più vale;
vaglia almen la pietà della tua figlia. Ove, ohimè, l'abbandoni? - E in questa il pianto due ruscelli facea delle sue ciglia. Desta in suo queto letticciuol frattanto
la meschinella pargoletta intese il materno singulto e il pio compianto; e gridando e plorando ambe protese dalla sponda le mani; infin che stretto
la madre il caro pegno alfin si prese, e del padre l'oppose al nudo petto, che infiammossi e spetrossi. Allor veloce la ragion surse del paterno affetto.
Scorrean dirotte e m'impedian la voce le lagrime: ma forte il cor parlava, che angusta a tanta piena avea la foce. E fervido io baciava ed abbracciava
l'amato peso; e non più di paura, ma di pietade il cor mi palpitava. Così di padre e di marito cura costrinsemi mentir volto e favella,
e reo mi feci per udir natura: ma non merta rossor colpa sì bella.
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