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1754–1828

La palingenesi politica

Vincenzo Monti

Dell'ercinio cantore era già queta La bellicosa lira, e queti i tuoni Della gallica folgore che lungi Di Friedlando su l'orrenda valle

Mettea sazia di strage i lampi estremi Di sarmatico sangue rubicondi. E già, rimessa al generoso fianco L'arbitra delle pugne invitta spada,

Stendea placato il vincitor la mano All'attonito vinto, e dell'olivo Sul domato Niemene offría la fronda. Vide d'Europa le congiunte destre

De' due sommi potenti, e su la speme Del suo riposo fe sereno il ciglio: E, misto al suon dell'onda che superba Dell'alto giuramento al mar correa,

Sul fiero campo della morte il dolce Inno udissi di pace, che le scalde Nereidi intonar lungo le prode Della baltica Teti. Così, quando

Giove in Flegra percosso ebbe le fronti D'Encelado e Tifeo, lungo i ruscelli Del néttare immortal nella beata Città de' numi le celeste Muse

La vittoria cantar del genitore. All'alta melodìa tutte d'olimpo Echeggiavan le cime, e da lontano Dal fulmine spezzate e ancor fumenti

Di Pelio e d'Ossa rispondean le rupi; Mentre cinto di gloria entro i lor giri Ricomponeva le sconvolte sfere L'onnipotente senno, e inebriata

Dell'almo canto l'aquila divina Su l'estinte saette appiè del trono Le grand'ali abbassando s'addormìa. Ma non dorme del mio Giove terreno

L'aligera ministra, nè lo strale, Ai forti artigli consegnato, è spento. Vive le fiamme ne mantien l'orgoglio Dell'obbliqua Albion che nel delitto

Cerca sua gloria. Di novelli sdegni La turbata pupilla ecco lampeggia Dell'offeso mio sire: ed io fedele Sul carro il seguirò delle divine

Figlie di Giove, che di là dal sole Ne' regni della bella eternitate Portano il grido delle belle imprese. Oh di prisco valor, di prisca fede

Inclito seggio, ispana terra! E quella Non se' tu, che in Sagunto all'amistade Del punico ladron morte prepose? Or qual demenza all'amistà ti sprona

Della nuova Cartago? A diradarti La lunga notte in che languisci avvolta Un almo sole alfin ti splende, un sole Del cui limpido raggio innamorata

Si fea più bella la regal Sirena, Che ancor devota il guarda e lo saluta: E tu chiudi le ciglia? e stolta i nembi, Per offuscarlo, e le tempeste invochi

Del britannico cielo? Oh sventurata! A punir la tua colpa il mio signore Alza irato la spada, che, battuta Contra i superbi alla celeste incude,

Di mortal brando paragon non teme. Diè questa spada al buon Traiano un giorno L'eterno imperador, quando al suo piede Tutti prostese della terra i regi.

Dopo quel divo, il Cesare l'ottenne Che, l'impero del mondo in due diviso, Largì la dote che fu morte a Roma. Spento il gran donator, giacque per molte

Età nascoso l'incorrotto acciaro, Finchè del magno Carlo alla possente Destra pervenne e suscitar fu visto D'occidente lo scettro in Campidoglio.

Ed or nel pugno di più forte erede Dopo mill'anni a trionfar venuto I suoi regni racquista; e alla vagina (Così volge il destin) non fia che torni

Finchè non taccia innanzi a lui la terra. Curvate il capo al possessor novello Del fatal brando, pirenee montagne; Umìl ti prostra, ibera donna. Ei viene;

Move tre passi, e al quarto è giunto. E voi D'ogni gente avversari, Angli superbi, Celerate la fuga; e dite al vostro Re che del sangue dell'Europa è chiuso

L'orribile mercato, e non a lui Ma solo al grande che pietoso il chiuse, A lui solo il valor diè questo impero. Sian vostro regno e scogli e sirti e flutti,

Case degne di voi: ma non lasciate, Algosa razza, per regnar, le vostre Ondeggianti prigioni. Ivi son tutte Le vostre posse. D'ogni suol rifiuto,

Voi toccate la terra, e più non siete. Su le pronte rapito ali d'amore (Di quell'amor che, nato in cor gentile Dal beneficio, agl'immortali innalza

De' mortali il sentire), io sospingea L'affannoso pensier su l'adorate Orme del giusto alle cui tempie il cielo, Sol per tornarlo al suo splendor, concede

L'ispano diadema. E, palpitando, Col veder della mente m'avvolgea Dentro il turbo crudel, che su l'ibero Dal britannico lido si, diffuse:

E di Giuseppe su le sacre chiome Ruggir l'intesi, e lui vid'io serena Portar la fronte che traverso al velo Della nube feral splendea più bella.

Come allor che da livida palude S'alza negro vapor, che invidioso D'Iperione al folgorante figlio Copre il nitido volto e non l'offende;

Sola s'attrista della tolta luce La famiglia de' fior che moribonda Il mesto capo inchina, e pregar sembra L'amato raggio che la torni in vita:

Tale in mezzo all'offese era il sembiante Dell'augusto Giuseppe, e tal de' probi, Cui l'absenza struggea del sacro aspetto, L'amoroso dolor. Ma in sua virtude

Vanne l'alto guerrier che vede e vince, Che vuole e puote ciò che vuole; e spersa Fu l'anglica procella, e serenato L'ispano cielo che al beante raggio

Del caro si ravviva astro novello. Io la grave frattanto arpa d'Ullino Venía toccando, e su le varie fila Dell'invitto mio sir tessea le geste

Maravigliose: e l'armonía de' forti Carmi e il parlar che dal profondo seno Traggon dell'alma le potenti Muse Dell'invidia facea su i verdi crini

Rabbiose e stolte sibilar le serpi. Ma inferma nel levarsi all'atto obbietto Si smarriva la mente, perdea l'ali La vinta fantasìa; chè di quel magno

Intorno alla regal diva presenza Tale un timor si crea tale un rispetto, Che le ginocchia ed il pensiero atterra. Perch'io vòlto in quell'uopo alla reina

Calliope dicea: — Tu scorgi, o diva, Del tuo divoto sacerdote il corto Immaginar, tu vedi la sublime Maestosa caligine che cela

Questo re della gloria. E tu, de' regi Compagna eterna e degli eroi, deh! sgombra Sgombra il vel che l'occulta, e vista dimmi Che in luce aperta sostener lo possa;

Ch'io ben veggo i baleni ed odo i tuoni Che fan palese il suo potere e l'alta Dai re temuta volontà suprema; Ma del profondo ordinator pensiero

Non discerno le vie. — Non indagarle Presuntuoso, rispondea la diva: Su l'opre sue sta scritto: Adora e taci. Nè l'immago cercar del suo valore

Nell'antica virtù; chè smorti emblemi Sono Alcide e Teséo, nè prode in Pindo Fama solleva che tant'alto ascenda. Non il guerriero per la cui vendetta

L'eterno figlio di Saturno i neri Sopraccigli inchinò, su l'immortale Capo agitando le divine chiome, Onde tutto tremava il vasto olimpo;

Non l'altro che da cento accompagnato Figli di numi la vocale antenna Fra l'orrende Simplegadi sospinse, E la furia sprezzò che in fier conflitto

Coll'Europa a cozzar l'Asia spingea Sgominando due mari ed amendue Col grand'urto scotendo i continenti, Finchè carco d'eroi per quella via

D'Argo passando il sacro pino al fiero Cozzo fin pose, e si placaro immote Le concorrenti furibonde rupi; Nè di qual più lodato o la romana

Storia esalti o l'argiva il glorioso Nome ti porga di paraggio ardire; Chè nell'opre del senno e della mano Levar su tutti ad un sol tempo il grido,

E alle genti dar leggi, e degl'imperi Cangiar l'aspetto e ricrearli in meglio, E coll'arti di Palla e di Sofia Temprar l'ire di Marte, e la severa

Ragion di stato serenar col dolce Delle Grazie sorriso e delle Muse, Nè il divo germe di Filippo il seppe Nè il dittator nè Ciro; e la veloce

Operosa virtù di questo nuovo Verace Enosigeo va per occulti Sì profondi sentier, che seguitarla Non può la vista interior. Ma pure,

Perchè dell'alta ed ineffabil mente Sotto mistico vel l'opra tu vegga, A portentosa vision lo sguardo Intendi ardito, e mi t'accosta. — Ed io

M'appressai coraggioso: e la divina Pimplea su gli occhi coll'ambrosio dito Due vivifiche stille mi diffuse Del collirio immortal che degli eterni

Irriga la pupilla, e, la mia fronte Percotendo, gridò: — Comtempla e scrivi. — Guardai: e vidi a me dinanzi un negro Infinito oceán, che per tempesta

Da fieri venti combattuto mugge, Orrido campo di battaglia all'ira De' discordi elementi. Per la vasta Tumultuosa oscurità divise

Vagolar si vedean forme tremende Di mostruosi gnomi, altri d'acquoso Vapor composti ed altri d'aere ed altri Di terrestri sostanze. Han d'atra fiamma

Da nitri generata e da bitumi I più truci la faccia; e tutti insieme Azzuffati e confusi in fiera guisa Per signorìa fan pugna, e sempre in guerra

Ognun perde ognun vince e mai non regna. E qual le nubi aggira e ne sprigiona Fòlgori e tuoni; e qual nell'onde irate Devolve le montagne e le sommerge,

Sì che punte di scogli al guardo mio Parean dell'Alpi le sepolte cime; E qual con faci d'inestinto asbesto Per secreti cunicoli ne' fianchi

Delle rupi penétra, e cerca i rivi D'asfalto e zolfo su cui dorme intatta Di Vulcano la forza. A queste i gnomi Asfaltiche correnti approssimaro

L'atre facelle; e tosto il dilatato Aere tonava, e, impetuoso urtando L'opposto fianco delle balze, aprìa Voragin di foco. Dal bollente

Seno dell'onde le roventi creste Sollevavano i monti, e, liquefatti Scogli eruttando e fiamme e schiuma e fumo E di liquido vetro ardenti fiumi,

Pingean l'abisso di terribil luce. Dalla lite crudel che terra e mare Ed aria e fuoco si movean furenti Inorridita rifuggìa natura:

Ed io la strana vision pensoso Contemplando venía, ma il senso arcano Nell'intelletto ancor non discendea. Già mi voltava a dimandar; quand'ecco

Una gran voce, che dall'alto venne, Su l'abisso gridò: — Silenzio, o flutti; Pace, irati elementi. — E subitana Una luce seguì, che con possenti

Fulgidi strali saettava il volto Delle tenébre; e le disperse. Allora Uno spirto divin corse su l'acque Inferocite, e le calmò; le cinse

Di sue grand'ali, e fecondonne il grembo; Le divise dal secco, e immantinente Alzâr la testa le montagne ed ime Giacquer le valli; i tortuosi passi

Sciolsero i rivi mormoranti, e tale Nell'inerte terreno alma s'infuse Che tutto si vestì d'erbe e di fiori E d'olezzanti arbusti e d'ardue selve

Onde la terra il sacro capo inchioma. Penetrò la vital forza i recessi Delle squallide rupi, e nelle fredde Vene del masso imprigionò del foco

L'eterna e schietta elementar scintilla. Poi, di vergine luce un grazioso Raggio frangendo, colorò le gemme Il rubino lo smeraldo lo zaffiro:

Le caverne vestì di cristallini Ingemmamenti e stalagmiti, a cui Diêr vaghezza e splendor con aurea polve Il cinabro e l'azzurro. Anco il marino

Zoofite animossi, anco la pietra Che volge l'ago al polo. Apparve in somma In ogni lato la virtù dell'almo Spirto che interno percorrea la terra,

E in tutte infuso le sue parti tutta Agitava la mole, e col gran corpo Si mescolando, in ciò che parla o nuota O pasce o vola diffondea la vita.

Composte le feroci ire intestine E all'orror tolta in che giacea sommersa, La rinnovata terra al divo spiro Vivificante da' suoi verdi altari

Porgea laudi e profumi, che l'aurette Rapìan su l'ali sussurranti e, intorno Spargendoli e di mille un odor solo Temperando, alle nari una fragranza

Porgean che dentro ti scendea nel core; Mentre di ramo in ramo saltellando Lieti gli augelli di soave canto Ricreavan le selve, e da per tutto

Candida e bella sorridea la pace. Dal giocondo spettacolo rapita La mia mente bevea tutta dolcezza; Ma incerto errava l'intelletto ancora

Colla rosata man diemmi il secondo Colpo la diva su la larga fronte; E ratto, come tocca dallo strale Del galvanico elettro, entro il cerèbro

Scintillò la fibrilla intuitiva. La mia scorta sorrise, e vie più bella Raggiando replicò: — Contempla e scrivi. — Guardai: e tosto un ampio e popoloso

Mondo m'apparve, su le cui racchiuse Da temperata zona alme contrade Dolci versava della luce i fiumi Un benefico sole, e de' suoi doni

Godea far pompa liberal natura. Lo cingea da tre lati il circonfuso Mare, e di mille peregrine merci Tre altri mondi gli porgean tributo.

Di scienza superbe e d'ogni cara Arte gentile, ma di cor divise E di leggi e di brame e di costumi, Di questa bella region le genti

In mutua guerra si struggean delire. L'un coll'altro cozzanti e insanguinati Ondeggiavano i troni, altri scommessi Da perfidi consigli, altri da falsa

Arte di regno trabalzati, ed altri Per destre inette o per funesta lega O per ferocia femminil caduchi: E intorno a lor s'udìa cupo levarsi

Suon di pianti e sospir, sospiri e pianti Delle suggette nazion vendute. Perocchè dall'atlantica marina Circondato di nembi ergea la testa

Immenso formidabile nefando Regal fantasma, che una man stendea Su le porte del dì, l'altra su l'onda Che i destrieri del Sol stanchi riceve,

E tutti di Nettuno i vasti regni Di sua grand'ombra ricopriva. A lui L'Orto edùca e l'Occaso i preziosi Suoi calami e legumi e l'odorate

Selve e la scorza che all'infermo è vita. Nudron le pinte a lui morbide pelli Le belve peregrine, e l'afra madre, Orrenda merce!, partorisce i figli.

A lui perenne di tre mondi oppressi La ricchezza s'aduna. Ed egli, il cupo Sen della terra co' rapaci artigli Lacerando, dell'auro apre le fonti

E le inghiotte; dell'auro che natura Ne' più cupi recessi avea nascoso, Del suo parto fatal forse pentita. Coll'incantato corruttor metallo

Compra il crudele e guerre e sangue e colpe E lagrime di genti, e con catene D'auro tessute avviluppando i troni A cader li sospigne: indi maligno

Esulta, e cresce della lor caduta. Io fremente il mirava, e con irata Penna la fiera vision scrivea, Che già sgombra di nebbie e luminosa

Mi lampeggiava nell'aperta mente: Quando improvvisa un'altra luce emerse, E in mezzo al mar di quella luce un trono Adamantino, tutto dentro e fuori

Di sempre vigilanti occhi ripieno; Che pari al trono in Patmo un dì veduto Mettea fòlgori e lampi e tuoni e gridi. Sedeavi eccelsa in mezzo una guerriera

Regal sembianza che spargea ne' petti Riverenza e terror. Cinta di due Folgoranti corone era la chioma; L'una d'auro splendea, l'altra di ferro:

Ed altre il pugno ne tien strette, ed altre Per sempre infrante ne calpesta il piede. Ritti intorno al terribile guerriero Co' forti ferri al fianco e gli elmi al crine

Stavansi molti bellicosi eroi Aspettando il suo cenno. Innanzi a lui Su vasta immensurabile pianura Di diverso color l'aura agitava

Dieci mila bandiere, e con fracasso Simigliante di molte acque al fragore Altissime dicean voci infinite: — Gloria d'Europa al servator supremo. —

E quel supremo servator su l'ali De' quattro venti di procelle armato Inviava il suo spirto, che de' regi Visitava le colpe e ne sperdea

Come polve l'orgoglio e la possanza. Degli alti federati e degli amici Visitava la fede, e la copría Delle larghe sue penne o di regale

Serto dotata la rendea più salda. Di nazion cadute o in sonno avvinte Visitava le piaghe; e, come dolce Raggio di sole che ridesta i fiori

Dal turbine battuti, ei di novella Vita le genti rintegrava e a ferme Destre efficaci commetteane il freno. Ed una ne vid'io che giovinetta,

Ma d'alto senno e d'alto cor ministra, Tratta lo scettro già secura, e giusto Così l'estolle sul commesso regno Che null'altro è più bello e più felice.

Tutte d'Europa quel possente spirto Visitava le prode; e della truce Larva del mar tiranna apparso a fronte Scintillò s'ingrandì spinse fra gli astri

L'eccelso capo, e trasmutossi in sole Che tutta quanta illuminò la terra. Si converse a quel Sol l'Indo che beve Il sacro Gange, e di Saibbo assiso

Su la tomba agitò le sue catene: Lo vide il Perso e salutollo, e al raggio Di quella luce riforbendo il ferro Verso Bengala balenar lo fece.

Lo mirar del gangetico Neréo Le Cicladi infinite, e d'ogni parte Sclamavano concordi immense voci: — Gloria de' mari al vindice supremo. —

— Gloria — rispose l'Occidente; e armata Di consiglio d'onore e di vendetta — Gloria — iterava colla man sul brando L'americana Libertade. Un solo

Era del mondo il grido, ed una sola Contro il fiero de' mari empio tiranno La giusta e santa e salutar congiura. Io guardava ed udiva; e, nel segreto

Del mio pensier de' due veduti abissi E de' due spirti animator le vie Paragonando, nel crear del primo Vedea l'immago del secondo, e tutta

D'ardite fantasìe d'alte parole E d'alti affetti la vestìa. Quand'ecco Frettolosa avanzarsi e sbigottita Bellissima una dea che terra e cielo

Di sue care sembianze innamorava. Candido come neve allor caduta Vestimento l'avvolge. Ha nella destra Di verde oliva un ramuscel; su gli occhi

Due lagrime pietose. In questa forma Si trasse innanzi al gran sedente, e disse: — Questo ramo è tuo dono. Ed io pur dianzi Da te protetta, nel regal giardino

Il piantai dell'Europa, e con attenta Solerte cura l'educava. Ahi lassa! Su l'Istro, che ancor fresche ed alte serba L'orme che l'ugna vi stampò de' tuoi

Procellosi destrieri, un negro sorge Turbo improvviso che l'amata fronda Schiantar minaccia e fecondar di largo Sangue novello le tedesche glebe.

Alza lo scettro, vindice possente Del tradito mio nume, e mi difendi. — Tacque, e piangendo si coprì d'un velo. A quei detti, a quel pianto, ad offuscarsi

Di nubi incominciò l'adamantino Trono e a volver di fumo immense rote, D'ira svegliata orrendo segno; e dentro Alla densa caligine da spessi

Lampi divisa si sentían profondi Correre i tuoni e strepitar le folgori Di partir desíose. I circostanti Eroi dal fianco trassero fremendo

Le generose spade. In un momento Si spiegâr s'agitaro le diverse Dieci mila bandiere e le veloci Selve di ferri che dal Sol percossi

Mettean barbaglio agli occhi e téma al petto. Nelle spade securi e più nel core Taciturni procedono e terribili Gli ordinati squadroni. In lunga riga

Scudo a scudo elmo ad elmo e fianco a fianco Si strigne; e al moto delle teste vedi L'un coll'altro toccarsi i rilucenti Cimieri e l'onda dell'eccelse piume.

Sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli Trema la terra e nubi alza di polve, Che da lunge veduta al ciel rotarsi Fa delle madri impallidir la gota

E il coraggio brillar de' giovinetti, Che d'illustre sudor bagnarsi anelano Nelle fervide mischie e il dorso premere Di focoso destrier fra tube e timpani.

Tutto m'offría d'intorno una tremenda Faccia di guerra: ma l'eccelso sire, Che d'auro e ferro si ghirlanda e siede Sul trono di veglianti occhi stellato

Fuor della nube non mandava ancora La voce che de' re cangia i destini: Voce al turbo simìl che sul cespuglio Passa innocente e l'arduo cedro atterra.

Meste intorno al caduto e paventose Stan le piante minori; ed egli in grande Spazio prosteso imputridisce, e il piede Dell'armento l'insulta e del pastore.

Di novità bramoso io nell'udire Tutta inviava e nel veder la mente, Quando lieve scotendomi l'accorta Pieride dicea: — Vate, in quel buio

Bolle il vaso dell'ira, e le negre ali Spiega già l'ora del final castigo. Se non le tarpa un dio, fiera di canto Avrai materia. Or tu le viste cose,

Severo ingegno, nelle carte scrivi Destinate a color che questo tempo Diranno antico e menzogner. — Disparve, Così detto, la diva; e dileguossi

La portentosa vision. Raccolsi Tosto i pensieri; e ciò che vidi io scrissi.

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