Skip to content
1754–1828

L. ENTUSIASMO MALINCONICO.

Vincenzo Monti

Dolce de' mali obblío, dolce dell'alma Conforto se le cure egre talvolta Van de' pensieri a intorbidar la calma, O cara Solitudine, una volta

A sollevar deh! vieni i miei tormenti Tutta nel velo della notte avvolta. Te chiamano le amiche ombre dolenti Di questa selva, e i placidi sospiri

Tra fronda e fronda de' nascosti venti. Sei tu forse che intorno a me t'aggiri, E simile alle fioche aure del bosco Il tuo furor patetico m'inspiri?

Sì, tu sei dessa. Il tuo sembiante fosco, Risvegliator di lagrimosi carmi, Io mi veggo su gli occhi, io lo conosco. Sento le membra tutte palpitarmi,

E da bollenti spiriti sconvolto Il cerebro infiammarsi e il cor tremarmi. L'informe dell'idee popolo folto A fremere incomincia, e m'arronciglia

Gli occhi la fronte, e mi rabbuffa il volto. Il pensier si sprigiona, e senza briglia Va scorrendo, qual turbo inferocito Che il dormente oceán desta e scompiglia.

In quai caverne, in qual desterto lito Or vien egli sospinto? È forse questo Il sentier d'Acheronte e di Cocito? Odo dell'aura errante il fischiar mesto,

E il taciturno mormorar de' fonte, Che un freddo invía su l'alma orror funesto. Sui fianchi alpestri e sul ciglion del monte Van cavalcando i nembi orridi e cupi,

E stan pendenti in minacciosa fronte. Oh piagge oscure! oh spaventose rupi! Oh rio silenzio! oh solitario speco, Segreto albergator d'orsi e di lupi!

Tu mi rapisci: il tenebror tuo cieco Piace al cor mesto: e forza acquista e lena Da te la doglia e quel terror che è meco. Forse un tempo segnar quest'arsa arena

L'orme di qualche disperato amante, Cui la vita fu tronca dalla pena. Anch'io qua movo il debil passo errante D'amor trafitto, e il mio tormento chiede

Confidenza da queste orride piante. Mostro senza pietade e senza fede, Crudele Amor! tu dunque troverai Chi t'arda incensi e ti si curvi al piede?

Maledetto il pensier ch'io ti donai! Maledette le trecce e la scaltrita Sembianza onde sedurre io mi lasciai! Maledetta l'infausta ombra romita

Conscia de' miei trionfi e della spene Lungo tempo felice e poi tradita! Folle, che dissi? D'un perduto bene, Che spirto deluso ange e percote,

Chi la memoria a suscitarmi or viene? Ahi, che l'alma delira, e per le gote Tremolo va serpendo orror soverchio, E un altro fiero immaginar mi scuote!

Veggo le nubi strascinate a cerchio Dagl'iracondi venti al mondo tutto Far di sopra un ferale atro coperchio. Mugge il tuono fra' lampi; e dappertutto

Dal sen de' nembi la tempesta sbalza; E schianta i boschi il ruinoso flutto. Piombano con furor di balza in balza Gonfi i torrenti, e tetti e selve e massi

In giù la strepitosa onda trabalza. Ah voi fuggite, o miei pensieri; e lassi Nascondetevi tutti al triste obbietto, Finchè del ciel la procella passi!

O flebil antro, o flebile ricetto, Lascia che in questa almen nera spelonca Ricovri alquanto il conturbato petto. Del tufo sotto la scavata conca

Corrono ad incontrarmi le tenèbre: E più m'innoltro, più la luce è tronca. Spettri e larve davanti alle palpèbre Passar mi veggo bisbigliando; e sento

Che gemono dintorno in suon funèbre. Ohimè! forse d'errante ombra il lamento È quel che dalla cavernosa volta Emerge mormorando lento lento?

Se nemica non sei, férmati, ascolta; Tu che meco confondi le querele, Che vuoi da me, dogliosa ombra insepolta? Ma tutto tace intorno; e nel crudele

Mio stato in questo tenebroso albergo Sol la cupa risponde eco fedele. Ahi! chi m'agghiaccia il cor? di qual m'aspergo Freddo sudor la fronte? e qual tremendo

Fantasma è quello che mi vien da tergo? Sostienmi, o mio coraggio. Ecco l'orrendo Volto di Morte! Arricciasi ogni pelo, E l'alma al cuor precipita fremendo.

Ah fuggi, ah fuggi, e alle mie vene il gelo Non mandar di tua vista. In queste grotte A me forse t'invía l'ira del cielo? Deh, che questa non sia l'ultima notte

De' crescenti miei dì! Guardami, e vedi Che innanzi tempo il tuo furor m'inghiotte. Tu mi guati, non parli; e ritta in piedi Pietosamente ti soffermi, e alquanto

Respirar dalla tema mi concedi. Oh Morte! oh Morte! Eppur terribil tanto Non sei qual sembri. Tu su gli occhi adesso Mi chiami, in vece di spavento, il pianto.

Dunque più non fuggir, vienmi d'appresso. Ah, perchè tremo ancor? Vieni, ch'io voglio Ne' tuoi sembianti contemplar me stesso. Questo che affiso d'ogni carne spoglio

Arido scheltro, che di rea paura Empie la polve dell'umano orgoglio; Questa di coste orribil selva e dura; Queste mascelle digrignate, e questa

Degli occhi atra caverna e sepoltura; Quale al pensier mi avventano funesta Luce lugùbre, che all'incerto ciglio Rompe la benda e dal letargo il desta!

Di putredine e fango anch'io son figlio: E tu tra poco, inesorabil Morte, Su queste membra stenderai l'artiglio. Di due contrarie eternità le porte

Tu mi spalanchi. Io le riguardo, e tremo, E il pallor cresce delle guance smorte. A qual di queste, o mie speranze, andremo? E qual fia l'ora che la man del Fato

M'abbranchi e de' miei dì tronchi l'estremo? Lasso! alle spalle ei già mi freme, e alzato Tienmi il ferro sul capo, e il colpo affretta, Gridando orrendamente, il mio peccato.

Addio, dolci lusinghe! addio, diletta Immagine di vita! Ecco d'accanto Stammi la Morte e la falce ha stretta. Deh, la sospenda ancor per poco! e intanto

Dall'aperte pupille mi trabocchi Fiume d'amaro inconsolabil pianto; Poichè bello è il morir col pianto agli occhi.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
L. ENTUSIASMO MALINCONICO. · Vincenzo Monti · Poetry Cove