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1754–1828

IX

Vincenzo Monti

Limpido rivo, onor del patrio colle, che dolce mormorando per la via lo stanco ed arso passeggiero inviti, è gran tempo, lo sai, che su l'erbetta

del tuo bel margo a riposar non vengo, e d'accanto ti passo frettoloso, né mi sovviene di pur darti un guardo. Scusa l'error, amabil rio, perdona

l'involontaria scortesia. Se noto l'orror ti fosse di mio stato, e quali ravvolgo in mente atri pensieri, e quanta guerra nel petto, orrenda guerra, io porto,

certo t'udrei su l'alta mia sventura gemer pietoso e andar più roco al mare. Ma ben crudo se' tu, che i segni ancora serbi di mia felicità perduta.

Perché quei cespi alimentar, che spesso d'affanni scarco m'accoglieano in grembo, quando il cor visse solitario, e tocco d'Amor la face non l'avea pur anco?

Perché riveggio queste piante, e l'ombra che i miei sonni coperse? E tu soave aura d'april, perché sì dolce intorno batti le piume e mi carezzi il volto?

Fuggi e le gote a lusingar ten vola non bagnate di pianto. Ah! fuggi, e queste, che mi rigan la guancia, ultime stille non asciugarmi, e in libertà le lascia

cader nell'onda che mi scorre al piede.

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