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1754–1828

IL BENEFICIO

Vincenzo Monti

Una donna di forme alte e divine, Per lungo duolo attrita, e di squallore Sparsa l'augusto venerando crine, In vision m'apparve; e sì d'amore

Sì di pietà mi prese e di rispetto, Che ancor la veggo, ancor mi balza il core Era un sasso al bel fianco duro letto, La sinistra alla gota: e, scisso il manto,

Scopria le piaghe dell'onesto petto. Insultavan superbe al suo gran pianto Stranie donne scettrate: e la strignea Or questa or quella di catene; e vanto

Traean dal lutto ond'ella si pascea, E crescean strazio ed onta alla meschina. Io le guardava, e d'ira il cor fremea. Ma l'afflitta, che pur nella ruina

Delle prime fortune alma serbava Sdegnosa e dentro si sentía regina, — Ricordivi, lor disse (e il capo alzava), Ricordivi che tutte io v'ebbi ancelle,

Tutte; — e, rotto un sospir, gli occhi inchinava. Poi, le luci nel pianto ancor più belle Girando ai figli, — Chi di voi m'aíta? — Sclamava. E i figli forsennate e felle

Volgean l'arme in se stessi; e la ferita Del sen materno esacerbando, il poco Misero avanzo le togliean la vita. Mi corse all'empia vista e gelo e foco

Per le vene; e gridai: — Pace, fratelli! Per dio, pace!: — e trovar non sapea loco. Pareami errar furente irto i capelli Per le sacre di Roma erme ruine;

E percuoter col pugno i chiusi avelli, E agitarli, e svegliar l'ombre latine. Ah prisca gloria! ahi vani orgogli! ahi come L'italica virtù cadde a vil fine!

Io chiamava le antiche ombre per nome; E quelle, alzati i coperchi e rimosse Dai fieri aspetti le scorrenti chiome, Sporgean le fronti per veder che fosse:

E, de' nipoti la viltà veduta, Le fraterne discordie e le percosse, E l'arbitra del vinto orbe venuta In servitù del servo; dolorosi

Quei divi spirti di sì gran caduta, In volto si guardar muti e pensosi. Indi qual vergognando giù cadea, Gli occhi nel cavo delle palme ascosi;

Qual, ritto in pè spiccandosi, mettea Tutta fuori dell'arca la persona, E gridando vendetta armi chiedea. Altri, in cui più superba ira ragiona,

Dicean: — Merta i suoi ceppi l'oziosa: Dàlle il fuso e di mirti una corona, — E la faccia torcean bieca e sdegnosa Da quella mesta; che tenea sembianza

D'uom che cerca scolparsi e dir non osa, Chè di voce lo priva e di baldanza De' suoi falli il rimorso, e più tacendo Che parlando fa scusa alla mancanza.

Mentr'io confuso il giudicar sospendo Su l'udite sentenze, e nel cor mio La pietà col rigor va combattendo; Tutta d'armi tonar l'Alpe s'udìo,

E in maestade alteramente onesta Un guerrier discendea pari ad un dio. Qual fra' numi incedendo il ciel calpesta Di Saturno il gran figlio; ed alla scossa

De' neri crini su l'ambrosia testa Trema l'olimpo, e sente la commossa Terra l'impulso dell'eterno piede: Tale il magno venía nella sua possa.

Muta il guarda l'Europa, e a lui mercede Grida in segreto: ed ei ne libra il fato, Nè mortal occhio il suo librar mai vede. Gli vien fedele la Vittoria a lato;

E non par ch'ei la curi, e che d'oliva Più che di lauro ir goda incoronato. Ma le apparse grand'ombre, in cui bolliva Alto il disdegno delle viste offese,

E la patria piangean spenta o mal viva, Come vider l'eroe, corser comprese Di maraviglia, e il nome e di che gente Si fosse il prode si chiedean sospese:

E di sè gli fe3r cerchio in riverente Atto; e abbracciarlo non ardía nessuna, Chè minor si sentía di quel possente. All'infelice, che giacea di niuna

Speme in conforto e si parea pur degna Di riverenza e di men ria fortuna, Colla pietà che cor gentile insegna S'appressò quell'invitto, e, la man stesa,

Magnanimo le disse: — Alzati, e regna. — Ed ella alzossi, e subito prostesa Suo signor l'adorò: volea dir, figlio! Ma la voce morì dal pianto offesa.

Ed ei le terse affettuoso il ciglio, Ne trattò le ferite; e a lei, com'era D'armi nuda e d'ardire e di consiglio, Diè lo scudo, diè l'asta: e già guerriera,

Già coronata, in trono la compose Con guardo che dicea — Fa' senno, e spera. — Allor torve guatarla, e dispettose Mordersi il dito le costei nemiche,

De' suoi renduti onori invidiose; E rinfrescando le paure antiche Far consulta, e furtive alla vendetta Allacciarsi le maglie e le lorìche.

Qui portento vid'io che al cor diè stretta. Vidi una nube su l'Egéo levarse, Che tutta ricopria l'onda suggetta: E fiammeggiante nella nube apparse

Lunga una spada, la cui punta al seno Dell'alma Italia mi parea drizzarse. Il rubro che n'uscìa spesso baleno Fería le spalle d'Appennino e tutto

Colorava di sangue il mar tirreno: La trista luce riflettean sul flutto Le britanniche antenne congiurate A por la nuova regnatrice in lutto.

Ed ella, che fatal la sua beltate Sapea per prova, del suo stato in forse Già ritornava alle temenze usate. Ma colla man su l'elsa la soccorse

D'un suo tal riso il gran guerrier, che piena Al cor fidanza e securtà le porse. A quel riso tornò l'aria serena: Mandò l'alpe splendor, che l'altro estinse

Vivo nell'occhio della mente appena: Ogni riva di luce si dipinse; E di sue glorie a ragionar con Dori Più ratta l'Eridàn l'onda sospinse.

E per tutto tripudii e danze e cori Di donzelle, e fragranti di profumi I sacri templi ed ogni via di fiori. Fatta Italia parea stanza di numi:

Sì che, in vederla così bella, il pianto Della letizia mi fe velo ai lumi. Perdè la vista quelle larve intanto, La vista che nel gaudio si smarrìa:

Nè più, fuor ch'una, le mi vidi accanto. Una sola ne vidi che venía, Di gran sembiante, ornata della fronda Che ninfa sul Penéo Febo fuggía.

Il negro lucco ond'ella si circonda Moderna la palesa e fiorentina Di quella trista età d'ire feconda Cui diè nome la rabbia ghibellina.

Lenta e grave procede e tal nel viso Che la delfica annunzia aura divina. Al macro aspetto che dall'arte inciso Già più volte adorando aveva veduto,

E più del core al palpito improvviso, Ebbi tosto il cantor riconosciuto, Cui di carne vestito il trino regno Della morte veder fu conceduto.

Pria severo guardò quel franco ingegno La risurta reina; indi, proteso Vers'ella il dito, di parlar fe segno; E cominciò: — Da' tuoi delitti offeso,

Cara Italia, io ti punsi; e, tuo flagello, Sentir ti feci di mie note il peso: Serva ti dissi, e di dolore ostello, Nave senza nocchiero in gran tempesta,

Non donna di provincie ma bordello. E tale ti lasciai quando la vesta Mortal deposi, dalla patria escluso A' suoi maligna ed a' non suoi molesta.

Or che d'incauta libertà mal uso Ti partorì buon senno, e miglior sorte Alfin ti volge delle Parche il fuso; Degli eterni silenzi della morte

A veder mi conduco di pentita Madre ancor bella le virtù risorte. S'io t'amai, s'io ti feci un dì scaltrita Del verace tuo meglio, e ti gridai

Che sol lo scettro ti potea dar vita, Tu che ancor leggi le mie carte il sai. Divisa e sconcia da' tuoi vizi, in danno La libertà, diss'io, tu volgerai.

E la volgesti, e ti crescesti affanno: Ch'ove concordia e amor di patria è morte Fu de' molti il regnar sempre tiranno. Dopo varia burrasca, alfin nel porto

Riparasti la nave a salvamento, D'alte speranze carca e di conforto. Ma rugge ancora la procella e il vento; E ritornar t'è forza in mar crudele

A far de' fianchi infermi esperimento. Ben marinari hai tu che sarte e vele Sanno trattar: ma chi al timon dà mano? O chi l'ardisce in tanta onda infedele?

Dunque va' cauta; e di nocchier soprano Che di nembi non tèma ti provvedi, Finchè torbo e fremente è l'oceáno. A lui l'impero a lui l'arbitrio credi

Delle dubbie tue sorti, e la donata Regal corona al donator concedi. Ei più ricca ei più bella e più temprata La farà. Non ben atta a tanto pondo

È la tua fronte, e mal n'andrìa gravata. Nè menar vanto che il domato mondo Un dì tenesti in signoria; chè stolta È la superbia dei caduti al fondo. —

Sì parlava l'acerbo. E, qual talvolta Muta loco una stella, e lungo dardo Di luce riga la siderea vo3lta; Tal ratta io vidi piegar del guardo

Dal bel crin della donna scintillando La corona partir del Longobardo, E l'italico cielo illuminando Posarsi in fronte al suo signor, che fiero

La presse al capo e la calcò col brando. Stretto alla tempia del fatal guerriero Mettea quel cerchio riverenza e tema: E sospeso del mondo era il pensiero.

Dal travagliato Ispano e dall'estrema Elba, prudente l'agenorea figlia Salutò il raggio del novel diadema: Su la norica rupe ancor vermiglia

Del suo sangue affacciossi l'Alemanno; Vide il suo meglio, ed abbassò le ciglia: Ma di navi potente e più d'inganno, Bestemmiò, corseggiando il porporino

Ligure flutto, il predator britanno; Ed affrettava dall'aperto Eusino L'irto Russo, che anela il freddo polo Col bel cielo cangiar di Costantino.

Qui di mia vision fu tronco il volo; Qui dagli occhi sparì l'alto cantore Del gaudio eterno e dell'eterno duolo; E un sorriso che parvemi d'amore

Mi raggiò nel partir l'ombra gentile, Sì che dentro brillar m'intesi il core. Pien di questo il pensier, vate non vile Scrissi allor la veduta maraviglia:

E fido al fianco mi reggea lo stile Il patrio amor che solo mi consiglia.

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