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1754–1828

CXXIX. A FRANCESCO CASSI.

Vincenzo Monti

E te pur, dolce amico, e te pur prende Del mio soffrir pietade: ed, in me fitto Lo sguardo, mostri che il dolor ti fende Di che misero io porto il cor trafitto.

Nè la virtù che agli altrui mali intende In te si spense al meditar lo scritto Del fiero vate, che in sentenze orrende Di Farsaglia cantò l'alto delitto.

Tempri la tua pietà dunque il rigore Di quei feroci sentimenti, e bello In bei carmi ne renda anche l'orrore. E diran tutti: — L'italo cantore

Vinse il latino: chè le Furie a quello Fur Muse, e a te, leggiadro spirto, il core. —

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