E te pur, dolce amico, e te pur prende
Del mio soffrir pietade: ed, in me fitto
Lo sguardo, mostri che il dolor ti fende
Di che misero io porto il cor trafitto.
Nè la virtù che agli altrui mali intende
In te si spense al meditar lo scritto
Del fiero vate, che in sentenze orrende
Di Farsaglia cantò l'alto delitto.
Tempri la tua pietà dunque il rigore
Di quei feroci sentimenti, e bello
In bei carmi ne renda anche l'orrore.
E diran tutti: — L'italo cantore
Vinse il latino: chè le Furie a quello
Fur Muse, e a te, leggiadro spirto, il core. —