Ad ingannar le cure, a far men rea Del mio stato la sorte, che diviso Dalla luce m'ha sì ch'io mi tenea Già disperato d'ogni suo sorriso,
Mentre cheto il pensier si raccogliea Sul gran padre Alighieri; un improvviso Spirto la fronte mi fer, che attente Fe tutte a sè le posse della mente.
Parve da prima una soave auretta, Che di maggio fra' lauri aranci e mirti Ai più bei fiori alla più molle erbetta Va depredando i ben olenti spirti,
Viva così che ne diffonde e getta L'odor anco fra dumi orridi ed irti, Lieve così che bacia in sue carole Senza agitarlo il capo alle viole.
Lo spiro di quell'aura a me venìa Sì delicato per le vie del core, Che su le sue ferite io già sentía Placato addormentarsi ogni dolore.
E nel gaudio che l'alma mi rapìa Tutto a' miei sensi un riso era d'amore; Quando in sùbita notte ed in profondo Silenzio immerso, si fe buio al mondo.
E un fracasso d'un suon pien di spavento Incontanente di quel buio usciva; Non altrimenti fatto che d'un vento Impetuoso per la fiamma estiva,
Che fier la selva senza alcun rattento, E ovunque fiero e polveroso arriva, Tutto schianta ed abbatte; e nulla arresta La tremenda ira della sua tempesta.
E nondimen di mezzo alla rapina Di quel turbo nascea tale un diletto, Tale (portento a dirsi!) una divina Correa dolcezza ad inondarmi il petto,
Che in me stesso dicea: — Qual pellegrina Virtù s'è questa di stupendo effetto, Che mi atterrisce a un tempo e mi rincora, E più cresce d'orror più m'innamora?
Ciò dissi appena...
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