Oh! del nostro sentir parte migliore, generosa di belle alme fralezza, lagrime pie! per voi vinto il dolore tace, e la punta del suo dardo spezza;
per voi fra l'onde degli affanni il core beve, ignota al profano, alma dolcezza; voi degli afflitti voluttà, voi pura fonte di pace in mezzo alla sventura.
Misero quegli che cader vi mira, e, di voi schivo, ad altra parte abbassa la sdegnosa pupilla, e non sospira su l'infelice venerando, e passa!
Verrà del Cielo a visitarlo l'ira, che inulta la ragion vostra non lassa; né stilla pur del pianto altrui negato scenderà sul superbo abbandonato.
Ma tre volte felice chi di belle lagrime bagna, compatendo, il ciglio! La Pietà le raccoglie, e ammorza in quelle l'ira che ferve nel divin consiglio;
mentre il vostro vapor, ch'alto alle stelle e caro ascende dal terreno esiglio, su l'umano fallir stende un bel velo, e riconcilia colla terra il cielo.
Né voi già larghe scorrere godete tra il fasto cittadin sott'aureo tetto: ché la diva Pietà, da cui movete, non batte no del crudel ricco al petto.
Anime pure di vostr'acque han sete, di voi più degne in povero ricetto; ivi il cor di Terigi, ivi le ciglia v'aspettano d'Ullino e della figlia.
Poiché in parte per gli occhi ebbe disciolto il duol che chiuse al favellar la via, alzò Terigi il caro umido volto, che ancor più caro nel dolor venìa.
Vede il veglio che, il guardo in sé raccolto, lagrimava e tacea, vede la pia vergin che sopra gli pendea co' belli occhi intenti ed aperti in due ruscelli.
La man pose alla man della dolente, grato a tanta pietà, quell'infelice; sovra il cor la si strinse, ed il languente sguardo in lei fisso: Sospendi, le dice,
questo pianto sospendi, alma innocente; ché la lagrima tua consolatrice tempo non è che tutta su l'orrenda avventura trabocchi, e al cor ti scenda.
Se tu pur conoscesti e ti fu cara una madre, o Malvina, un'adorata madre, udirai e intenderai se amara fu la mia sorte e a rimembrar spietata.
Disse; e quale è colui che si prepara caso acerbo a narrar, l'addolorata mente raccolse il Cavaliero, e detti cercò conformi ai perturbati affetti.
Parla, riprese allor con un sospiro la giovinetta a confortarlo intenta; parla, caro infelice: il tuo martiro non l'apri a cor che fugga e non lo senta.
Anch'io conosco, anch'io sostenni il diro strale che l'arco del disastro avventa; anch'io l'ebbi una madre, una diletta madre ed amica che lassù m'aspetta.
Sì dicendo, levò le rugiadose luci, e, col guardo al ciel diritto e fiso, la man sul petto virginal compose, e sì dolce atteggiò l'aria del viso,
che l'anima parea le desiose ali aprire e innalzarse al paradiso, disdegnosa del carcere terreno che la divide dal materno seno.
Di quel dolce abbandono ancor non era d'Ullin la figlia generosa uscita, che apparecchiato a proseguir la fiera storia che il pianto avea prima impedita,
Terigi ripigliò: Poiché la fera pietosa m'ebbe in suo parlar chiarita la crudel sorte della madre, immoto rimasi e freddo, e d'ogni senso vôto.
Al tornar dello spirto, entro le chiome cacciai la mano, e del dolore il grido alzai d'intorno, e la chiamai per nome; né mi rispose che il deserto lido.
Di su, di giù mi ravvolgea siccome furente, e tuttavia raspando il fido cane ululava, e dir parea: M'aiuta, ché la misera ancor non è perduta.
Come rapida fiamma al cor mi corre questo sospetto, e nel pensier mi riede sotterraneo recesso, ov'ella porre potea nell'uopo a salvamento il piede.
Per udita esser anco mi soccorre fresco l'eccidio del paese, e fede danne il fumo che, in mezzo all'alto orrore, sfoga tra sasso e sasso, e ancor non muore.
A quel lampo di speme infiammarse le membra mi sentii di repentina forza; e alla parte ov'io pensai che trarse in occulto potea quella meschina,
il dì che crudo entrò il nemico e sparse d'ogn'intorno la morte e la ruina, ratto mi diedi a disgombrar la smossa bica di sassi e travi a tutta possa.
Ma solo, ahi lasso! che potea? Tropp'era alto l'ingombro, e la man poca a tanto, la man che tutta è sangue in quella fiera fatica, e un'onda il corpo tuttoquanto.
Pur proseguo, e vi spendo ogni maniera di travaglio e di pena; infin che franto ogni vigore, in mezzo all'affannosa opra al suol cado come morta cosa.
Cado, e abbracciava sanguinoso e rotto le accalcate ruine. In quello stato odo, o parmi d'udir, cupo di sotto un lamento lugubre e prolungato.
Mi riscuoto; e di nuovo in giù condotto l'orecchio al suol, di nuovo odo un plorato, che distinto m'avvisa e gemebondo un sepolto che grida in quel profondo.
Ella vive, ella vive; e balzo in piedi forsennato di gaudio; e tuttavia iterando, ella vive, a far mi diedi sforzo che vano e disperato uscìa.
Dio, gridai, Dio clemente, o mi concedi la sua vita, o ti prendi anco la mia. Così pregando, un improvviso e molto romor di piedi avvicinarsi ascolto.
Era di Franchi un bellicoso ardito drappel, cui patrio amore, ira movea contro il vicin nemico, e lui pentito far degl'incendii miserandi ardea.
Corsi, e squallido, ansante, irto, sfinito, narrai l'orrido caso; e non avea tutto ancor detto, che lo stuol già sopra ai franti muri di gran cor s'adopra;
e a quella parte ov'io lor destre invoco, sgombra il passo impedito, e mi seconda, e già siam presso al sotterraneo loco; già la chiamo, già par che mi risponda.
Oh momento! il mio core era di foco, e tremava ad un tempo come fronda. Apresi il varco alfine, alfin più chiara mi vien la voce lamentosa e cara.
Precipitoso per la data porta l'impaziente mia pietà mi caccia, gridando, O madre! e già la tengo (ahi corta immensa gioia!) fra le calde braccia.
La dolorosa omai tra viva e morta, al suon della mia voce alza la faccia, mi guarda, mi conosce, e messo un grido, cade spenta dal gaudio, ed io l'uccido.
Io per camparla le troncai la vita, misero incauto! e si fe' giuoco il Cielo di mia pietade filial tradita. Se ancor del crudo colpo mi querelo,
Dio, perdona: nasconde l'infinita tua provvidenza impenetrabil velo. Ma tanto amore ed una tanta fede, no, mertar non parea questa mercede.
Che si fosse di me, che mi facessi dopo l'alta sventura, io nol so dire; sì dall'ambascia e dal dolore oppressi gli spirti tutti uscìan d'ogni sentire.
Come fur chiamati agl'intermessi offici della vista e dell'udire, trovaimi cinto di dolenti volti in pio silenzio a me d'intorno accolti.
Muto li guato, e già il pensier tornando ne' suoi discorsi, colla man rimovo i circostanti, e con lo sguardo errando d'ogni lato, la cerco e non la trovo.
Dov'è? languido e fioco alfin domando, dov'è la madre? e tace ognun. Di nuovo chieggo, e fiero mi levo, e la discreta carità degli amici indarno il vieta.
In povero vicin tempio, dall'ira ostil non tocco, avean locato intanto umilmente su la nuda pira di poche pietre il corpo onesto e santo.
Giacegli gramo al fianco e lo rimira il povero Melampo, che di pianto avea gli occhi suffusi, e ad or ad ora solleva il capo, si lamenta e plora.
Di molte turbe, quivi convenute sotto la scorta del guerrier drappello, bisbigliavan le vie dianzi sì mute: ciascun tornava al suo deserto ostello;
e frugando dell'arse ed abbattute case ogni lato, accolto in quel sacello avean le salme d'alcun altro estinto, e deposte nel mezzo al pio recinto.
V'era una madre dal dolore uccisa, giovinetta col figlio alla mammella: una tigre, una Furia avrìa conquisa la sua sembianza dilicata e bella.
Crudel ferro sul petto in empia guisa il caro pegno le trafisse, ed ella per l'immenso dolore al punto istesso spirò col labbro su la piaga impresso.
Crescea materia di comun lamento un generoso che, a campar l'amico, si lanciò tra le fiamme e vi fu spento, vittima illustre dell'amor ch'io dico.
Lagrimavasi ancora il violento fato d'un veglio di valor antico, che, giusto, umano, liberal, cortese, tutti amò, Dio temette, e nullo offese.
Come il piè misi nella santa soglia tra quella di defunti atra corona, l'altrui sventura che la nostra doglia sospende e dolce a compatir ne sprona,
religion che pronta in noi germoglia nel disastro, e al pensier grave ragiona, sì mi scosser l'inferma anima anela, che tutta cadde al mio furor la vela.
Sentii, venendo nella sacra stanza, stanza augusta di Dio quanto più nuda, la sua sentii presente alta possanza, che d'ogni umano affetto ci denuda.
Questo Dio degli afflitti una costanza par che nel petto allor m'infonda e chiuda; la costanza del giusto, che la pace trae dagli affanni, inchina il capo e tace.
Oh necessaria agli infelici e cara religion! Tu davi al mio dolore sublime qualità, sì che l'amara piena non tutto mi sommerse il core.
M'appressai della madre all'umil bara, v'affissi le pupille, e di chi muore già mi stringea l'angoscia; ma le penne levò la mente al cielo, e la sostenne.
Sorse intanto la notte, e ricoprìa del benigno suo vel le lagrimate opre mortali; e ognun del tempio uscìa di mestizia dipinto e di pietate.
Ma me né forza né pregar partìa dalle care a' miei sguardi ed onorate spoglie, e là mi rimasi, onde di duolo inebbriarmi a mio pien grado, e solo.
Le venerande tenebre rompea del sacro chiuso una lugùbre e muta lampa; e la fioca luce orror crescea dai distesi cadaveri sbattuta.
Al nudo capo maternal facea letto una pietra, ed io su la sparuta fronte tenea le ciglia immote e fisse, quasi aspettando che le sue m'aprisse.
Poiché alfin la solinga aspra mia cura fu di lagrime sazia e di sospiri, o poter fosse della pia natura che tutti placa col pianto i martìri,
o fosse opra del Ciel, me su la dura terra giacente con pesanti giri tale avvolse un sopore, e mi si fuse su gli occhi, che domati alfin li chiuse.
Ed ecco vera innanzi e luminosa starmi l'immago della cara estinta, che i rai m'asciuga colla man pietosa e in soave d'amor voce distinta:
Figlio, disse, pon modo all'affannosa doglia, che offende il mio gioire. Io cinta d'immortal luce in ciel mi godo, e quivi al senso alzata degli eterni Divi,
t'amo d'amore che in mortal non scende intelletto, e di te con Dio ragiono, e in lui veggo il tenor delle vicende a cui tu resti, e di che lieta io sono.
Ma sollevarne il vel mi si contende; di conforti e d'avvisi unico dono farti mi lice, e venni a ciò. Tu gli odi, e in cor li figgi di ben saldi chiodi.
La patria, per cui bella è ognor la morte, a fecondi d'onor nuovi perigli minacciata d'esterne empie ritorte di nuovo appella ad alto grido i figli.
Soccorso invoca su le Cozie porte Italia stretta dai tedeschi artigli, e il brando che a tarparli il ciel destina, il fatal brando è fuor della vagina.
E già splende sull'Alpi, già l'eterna neve incalcata da terreno piede sente l'orma francese, e la superna cima d'armi fiammeggia, e il varco cede.
Là ti chiama l'onor che ti governa, di là si scende ad immortal mercede, alla mercé del forte che sé stesso dona alla patria ed all'amico oppresso.
Sceso in valle di Po l'alto Guerriero, a cui nullo guerrier si paragona, farà gran pugna, fiaccherà del fiero Teuton l'orgoglio, che temuto or suona;
vittoria mieterà che dell'impero Italo e Franco la regal corona daragli al crine, e più non dico: il Fato matura il resto a più bei dì serbato.
Ciò che possa l'ardir Gallo ne' campi di Marengo tremendi, fia dimostro. Ivi sarà che di valor tu stampi orma degna, tu pur, d'eterno inchiostro.
Va dunque, e tua virtù chiara divampi per l'onorato calle che ti mostro. Fa che di te quel Grande che ti guida, qualche bel fatto intenda, e ti sorrida.
Con questa speme al ciel beata io torno; più non lice indugiarmi: al tergo mio olezzante aleggiar sento del giorno l'aura vietata che m'incalza: addio. -
Sì dicendo mi cinse al collo intorno le braccia, e sparve in un balen, mentr'io per rattenerla a lei m'avvento, e a vôto tornan le mani al petto, e mi riscuoto.
Confortato mi desto, e coll'aìta de' già pronti compagni a dar mi volsi, duro officio! la tomba a chi la vita diemmi; e tutto al grand'uopo il cor raccolsi.
Pietosamente in parte erma e romita ne recammo la spoglia, e anch'io ne tolsi su queste spalle il peso, alle sante ossa anch'io scavai con questa man la fossa.
Io la calai là dentro, io sovra il letto dell'eterna quiete la composi; delle man giunte le feci croce al petto, e i fior mesti di morte al crin le posi;
e dato il lungo estremo sguardo, e detto l'ultimo addio, su i santi e preziosi membri gittammo della terra il velo, pregando all'alma eterna luce in cielo.
Oh Malvina! al cader delle versate gementi zolle sul materno volto, qual mi movesse assalto la pietate, alle labbra d'un figlio il dirlo è tolto.
Così sparir vid'io, lasso! le amate sembianze, e ancor le veggo, ancora ascolto il cupo suon della terra che piomba su quella fronte, e dentro mi rimbomba.
Ma de' tuoi casi, o mio Melampo, degni di ricordanza e di perpetuo vanto, non tacerò, ché ovunque pietà regni privo il tuo fato non andrà di pianto.
E noi sol d'odio e di superbi sdegni stirpe nudrita, dalle belve intanto, se imitarne la fede un dì sapremo, noi la vera amistade impareremo.
Poiché la donna sua scender sotterra vid'egli, e tutto già deserto il lito, a plorar sulla fossa che la serra rimase, empiendo d'ululati il Sito.
Ed or si corca, or si raggira ed erra sulla sepolta; e quando è il dì partito, romper non cessa l'animal fedele di gemiti la notte e di querele.
Sventurato! tre volte il sol morendo in quella tomba a lamentar lasciollo, immemore del cibo, e tre nascendo su quella tomba a lamentar trovollo;
finché attrito di duolo, e già sentendo mancar la vita, i piedi adagia e il collo placidamente sul sepolcro; il mira l'ultima volta gemebondo, e spira.
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