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1754–1828

CANTO VI

Vincenzo Monti

Amor di patria, amor di gloria un fiero fan certame nel Duce; e d'armi instrutto prepotenti è ciascun. Vince il primiero. In magnanimo cor la patria è tutto.

Sol di questa il dolor gli empie il pensiero: arde già di partir, già sopra il flutto vola il suo spirto, già le rive afferra, già vendica l'onor della sua terra.

D'Acri gli allori su l'infranto muro gli mostrava la Gloria, e gli dicea: Vieni, prendi, son tuoi, monta securo: ed Ei voltate già le spalle avea.

Un lauro più d'assai bello e più puro di qua dal mare il suo pensier vedea; di questo solo Ei vuol la fronte adorna. Francia, t'allegra; Italia, sorgi: Ei torna.

Ma senza memoranda alta vendetta non fia, no, dell'Invitto il dipartire. Intégra e degna dell'Eroe l'aspetta de' prodi il sangue estinti in Abukire;

e tal l'ebbe. Su l'onda maladetta le gallich'ombre si placaro e l'ire. Di turca strage il mar crebbe, e l'ondosa faccia sparì da tanti corpi ascosa.

Spente le forze de' nemici, e ogni uopo dell'armata provvisto, al lido aduna i suoi più fidi il Duce, e dal Canopo salpa; e nocchiera in poppa ha la Fortuna.

Né fragil prora vi fu pria, né dopo mai l'onde ne vedranno altra veruna di tanto carco. Il cor cui poco è il mondo, quel cor si cela in quell'angusto fondo.

Contra le vele del fatal naviglio, consci forse del Dio ch'ei porta in grembo, non osano di far lite e scompiglio i venti: dorme la procella e il nembo.

Solo increspa con placido bisbiglio dolce un Levante alla marina il lembo: E l'onda intanto: Chi è Costui, dir pare, a cui l'aria obbedisce, e serve il mare?

E certo il mar sentìa che su quel legno navigava il valor che al fier Britanno farà caro costar dell'onde il regno, finché ne spezzi lo scettro tiranno.

Quindi parve d'uman senso dar segno il tremendo elemento, e un bello inganno fatto all'inglese insecutor schernito, pose il vindice suo salvo sul lito.

Come giunto s'udì l'alto Guerriero, di giubilo delire a lui davante si versar le città lungo il sentiero: mise a tutti il piacer l'ali alle piante.

Ognun s'affretta e incalza, ognun primiero esser vuole a gioir del suo sembiante. Bonaparte gridare i vecchi padri, iterar Bonaparte odi le madri.

Bonaparte i fanciulli, Bonaparte rispondono le valli; e nell'ebbrezza di tanto nome, al vento inani e sparte van le memorie d'ogni ria tristezza.

Nel tripudio ognun corre ad abbracciarte, sia nemico, od amico: l'allegrezza non distingue i sembianti; un caro errore dona gli amplessi, e negli amplessi il core.

Francia tutta del Magno alla venuta rizzossi; ne tremò l'Alpe, e l'avviso dienne all'itala donna. L'abbattuta in mezzo al pianto lampeggiò d'un riso,

e serenossi. Ma in piè surta e muta di maraviglia, Europa il guardo fiso su la Senna converse, ove sentìa che alfin soluto il suo destino andrìa.

Qual, pria che fosse il mar, la terra, il cielo, del caos l'orrenda apparve atra mistura, ove l'umido, il secco, il caldo, il gelo fean pugna, e muta si tacea natura;

che tal, rimosso alla menzogna il velo, fusse di Francia il volto ti figura, quando il Magno a camparla dal Ciel fisso, venne, quale già Dio sovra l'abisso.

E l'abisso in che l'egra era sepolta, tutto il vide Egli sì. Vide il Delitto passeggiar venerato, e per istolta potenza fatto probitate e dritto.

La Virtù vide di gramaglie avvolta, atterrati gli altari, Iddio proscritto, la Giustizia mercato, e disciplina generosa la Frode e la Rapina.

Vide in bisso il codardo, e nudo il petto del forte, il petto ancor del sangue brutto per la patria versato; e a rio banchetto di sue ferite divorato il frutto;

e spinte al cenno di vil duce inetto al macello le schiere, e omai già tutto morto il bellico onor, morta la scuola de' prodi, e viva l'arroganza sola.

Fremé d'orrore e di pietade al diro spettacolo l'Eroe. Tutte discorre fra sé le vie, le guise, onde al martiro di tanto scempio alfin la patria torre.

Vede, ovunque gli sguardi Ei volga in giro, di colpe orrende intreccio, e che a disciorre cotanto nodo il taglio mestier fea, che del re Frigio il groppo un dì sciogliea.

Dopo molte vegliate in questa cura torbide notti, alfin diè calma al vago pensier quel Dio che queta ogni rancura col ramo che di Lete intinse al lago.

Ed ecco in sogno manifesta e pura tornargli innanzi la medesma immago che gli apparve in Sorìa. Mesta del letto su la sponda s'asside, e con affetto

così prende a parlar: figlio, il crudele mio stato il miri. A che ti stai? Sol una è la via di salute, ed infedele all'alme dubitose è la fortuna.

In che mar di misfatti abbia le vele spinto il poter de' molti, e che nessuna esser può libertade ove son tutti liberi, il vedi: e assai n'ha il fatto istrutti.

Arroge, ch'ella è un'impossibil cosa in vasto stato; arroge l'opulenza, e lo splendor de' vizi, e la sdegnosa di tutte leggi popolar licenza.

Arroge la ribelle, imperiosa forza dell'uso, cui né violenza non doma, né lusinga; e in questo suolo l'uso comanda il comandar d'un solo.

Sorgi dunque, e novello e più temuto rialza e premi il necessario trono. Re codardo che fugge, ed ha potuto ne' perigli lasciarmi in abbandono;

re che vita non rischia, e fece acuto de' miei nemici il ferro, al mio perdono chiuse ogni varco. Re vogl'io chi forte vola al mio scampo, non chi vuol mia morte.

Ne l'arduo calle, a cui t'esorto, vedi, vedi tu capo di regnar più degno? china la fronte, ti ritira, e cedi, ch'esser qui debbe del migliore il regno.

Ma se nullo t'è pari, è colpa, il credi, il tuo rifiuto, e d'alto cor non segno. Le presenti e le tarde età vedranno questo vile rifiuto: e che diranno?

Diran: stanca la Gallia d'una stolta libertà che a perir la conducea, in mille parti scissa e capovolta un sommo e solo correttor chiedea.

Ogni brama, ogni speme era raccolta nel fatal Bonaparte: Ei la potea far salva, Ei solo; e ad un poter funesto lasciolla in preda, e si fe' reo del resto.

Diranno: I giorni del Terror tornaro tinti di sangue; e Bonaparte il volle. Rifisse la civil furia l'acciaro nel sen fraterno; e Bonaparte il volle.

I delitti, atterrato ogni riparo, inondar Francia; e Bonaparte il volle; ch'egli è un voler la colpa, ove i suoi passi frenar potendo, imperversar la lassi.

Questa di mali, o Figlio, onda fremente franger non puossi che d'un trono al piede, al voler d'una sola arbitra mente, che all'utile comun ratta procede.

Allor forte, allor grande, allor possente mi sarò tra le genti; allor fia sede di virtù vera la tua patria, or rio mar di vizi, 'u 'l furor soffia di Dio.

Allor tremanti abbasseran le ciglia i re giurati; e tu sembiante al Sole, che, fonte e centro della luce, imbriglia de' minor fuochi il giro e le carole,

tu porrai loro il freno; allor la figlia del tuo valor, che suo drudo non vuole né il Tedesco, né il Geta, Italia bella dirà: di Bonaparte ecco l'ancella.

E tu d'ancella la farai reina, e il serto che portò Carlo, all'incude ritemperato di miglior fucina, locherai su la fronte alla virtude,

alla virtù canuta e peregrina di giovinetto eroe, che in sen già chiude le tue vive scintille, e fia l'amore dell'Italo che giusto e caldo ha il core.

Disse e sparve. Apre gli occhi, erge la testa il supremo Guerrier: cerca col guardo il fuggito fantasma, e alla tempesta del cor ben sente che non fu bugiardo.

Balza in piedi agitato. Era già desta la foriera del dì, già il primo dardo della luce le torri ardue ferìa, e la vita spandea per ogni via.

A mirar l'ascendente astro divino fermossi; e in quella gli si fece appresso il figlio del suo cor, che mattutino scendea del padre al consueto amplesso.

Di Lui parlo, ch'or fa lieto il destino dell'italica donna, e forte ha messo la man pietosa entro sue piaghe, ond'ella a sanità già torna e si rabbella.

Dati e presi gli onesti abbracciamenti, in che tace la lingua e parla il petto, contra i puri del Sol raggi sorgenti seder si fece al fianco il giovinetto;

e gli uditi nel sonno eccelsi accenti pur volgendo nell'alma: O mio diletto, mira, disse (e nel dir stendea la mano), come bello è del ciel l'astro sovrano!

Delle stelle monarca egli s'asside sul trono della luce, e con eterna unica legge il moto e i rai divide ai seguaci pianeti e li governa.

Per lui natura si feconda e ride, per lui la danza armonica s'alterna delle stagion, per lui nullo si spia grano di polve che vital non sia.

E cagion sola del mirando effetto è la costante, eguale, unica legge, con che il raggiante imperador l'aspetto delle create cose alto corregge.

Togli questa unità, togli il perfetto tenor de' vari moti onde si regge l'armonia de' frenati orbi diversi, e tutti li vedrai confusi e spersi;

e l'un l'altro inghiottire, e furibondo il mar levarsi e divorar la terra, e squarciarla i vulcani, e nel secondo càos gittarla gli elementi in guerra.

Figlio, in questa ruina (e dal profondo cor sospirò) l'immagine si serra di nostra patria: cade la sua mole, perché a' suoi moti non è centro un sole.

Tacque; e surto del loco ove sedea, gli occhi al suol fitti, e a passo or presto or lento misurava la stanza; e sculto avea su la fronte l'interno agitamento.

Tra la primiera genitrice idea di perigliosa impresa, ed il momento dell'eseguire, l'intervallo è tutto fantasmi; e bolle de' pensieri il flutto.

Allor fiera consulta in un ristretti fan dell'alma i tiranni; e la raccolta ragion nel mezzo ai ribellati affetti sta, qual re tra feroci arme in rivolta.

Ma prestamente, ove la Gloria getti nel mezzo il dado, quella lite è sciolta. Tormenta i petti generosi allora il periglio non già, ma la dimora.

Tutto quel dì l'Eroe fu muto, e pronte tutte sue forze rassegnò. Non tante scoppiar scintille fa il martel di Bronte sovra l'incude di Vulcano, quante

scoppian le cure dentro quella fronte alla fronte di Giove simigliante, quando Pallade ancor non partorita del cérebro immortal chiedea l'uscita.

Scese la notte; e in sogno ecco plorando tornar la stessa vision, che in atto di sdegnoso dolor gli fea comando di precider le lunghe al gran riscatto.

Surse il Forte, e la man stesa sul brando: O Patria, disse, t'obbedisco. E ratto nel raccolto Senato al nuovo sole entra, e queste vi tuona alte parole:

In quale stato vi lasciai, Francesi? In qual vi trovo? Vi lasciai la pace, trovo guerra; lasciai conquiste, e scesi veggo dall'Alpi l'Alemanno e il Trace;

lasciai lucenti di guerrieri arnesi gli arsenali, e son vôti. La vorace rapina ha tutto dissipato, eretta in ria scienza dal poter protetta.

Hanno esausto lo Stato; il nume è spento di Giustizia; né senno, né decoro nel maneggio civil; qual vile armento spinti i soldati al marzial lavoro.

Ove sono i miei figli? ove li cento mila fratelli che lasciai d'alloro carchi? che avvenne di cotanti forti? Mi rispondete; che ne fu?... Son morti.

Morti, ahi! son della patria i difensori, e vivi i tristi che la patria uccidono; vivi non pur, ma eccelsi e reggitori supremi al comun pianto empii sorridono.

E delle leggi intanto i creatori senza consiglio, senza cor s'assidono in venduto Senato: han sotto il piede spalancato l'abisso, e nullo il vede.

Ma d'infamia coperto e irrevocato passò, lo giuro, de' ribaldi il regno; e della patria qui sul lacerato corpo il giura de' prodi il santo sdegno. -

Come vento tra scogli imprigionato, fremé il consesso a quel parlar già pregno di vicina tempesta; ed una voce: lo Statuto, gridò cupa e feroce.

Lo Statuto? il Magnanimo riprese, e l'accento suonò più che mortale. Lo Statuto? Ed ardisce alma Francese oggi invocarlo? Lo Statuto? E quale?

Quello cui tante e tante volte offese delle parti il furor? quello in cui strale non è che fitto non sia stato? Un nome che in fronte al giusto fa rizzar le chiome.

Dunque un nome s'oppon, che soli affida i traditori un nome in cui delinque santamente ogn'iniquo, e il parricida poter si sacra tuttavia de' Cinque?

E non udite ancor dunque le strida che le rive lontane e le propinque v'invian gridando: A terra, a terra l'empio Statuto, o Franchi, e fine al patrio scempio?

Tremar di gioia ai generosi accenti i pochi intégri, e di terrore i molti perversi; e fuggir sotto i vestimenti più man fur viste, e trasmutarsi i volti.

A camparlo quel dì dai violenti ferri di questi o scellerati o stolti, fama è che intorno al perigliante Duce fiammeggiar fu veduta una gran luce.

L'Angiol fu forse della patria, forse altro messo del ciel, che tolto al mondo l'onor non volle de' mortali, e torse il colpo che mettea Francia nel fondo.

Di noi pietoso un Dio certo il soccorse; né più bello, no mai, né più giocondo giorno brillò di questo, in cui la forte mano il fren prese della patria sorte.

Qual robusto di fianchi alto naviglio, che privo di governo in mar crudele estremo corse d'annegar periglio, frante l'antenne, e lacere le vele;

se di miglior piloto arte e consiglio il sottragge all'irata onda infedele, sue ferite ristaura, e sul mar scuro le tempeste a sfidar torna securo;

cotal la grande Nazion rinvenne, ché grande allor veracemente emerse, e sanò le sue piaghe, e di solenne luce vestita ogni squallor deterse.

Le virtù fuggitive in bianche penne tornar. Giustizia racconciò le sperse rotte bilance, e dal furor segnate cancellò le rubriche insanguinate.

La Concordia rifulse, e di catene indissolute la nemica avvinse; franse gli empii pugnali in su l'arene angle temprati, e l'ire tutte estinse.

La virtù che di Dio nell'uom mantiene la riverenza, la virtù che strinse col ciel la terra, più graditi e cari bruciò gl'incensi su i risurti altari.

Ebber norma ed impulso e vigoria i diversi doveri; e d'un sol fiato tutti sospinti per diversa via mossersi a gara ad animar lo Stato.

Così volge sue rote in armonìa l'ordigno che misura il tempo alato; hanno vario il cammino e vario il volo tutte; ma il punto che le move è un solo.

E le scienze intanto e le sorelle arti, splendor de' regni e formatrici d'almi costumi, senza cui né belle son le città, né i troni unqua felici,

schiuser liete i lor templi; e di novelle ghirlande ornate, con più fausti auspici ricominciar lor riti, e ogni villano costume entrato ne cacciar lontano.

Così tutte lasciò Francia le brune spoglie del lutto, e rivestissi il manto di sua grandezza. Io sol nella comune letizia, ahi lasso! io mi fui solo al pianto.

Redir d'Egitto, e alle paterne cune volar, fu il primo mio desire. Un santo dover spingea quest'alma intenerita ad abbracciar colei che mi diè vita.

Movo ratto di Freio, e per la via, di lei sola il pensier tutto ripieno, anticipando nel mio cor venìa il piacer del serrarla a questo seno.

E una dolcezza dentro mi sentìa da non dirsi, e godea che indegno almeno de' cari amplessi io non facea ritorno, di qualche bella cicatrice adorno.

In val di Varo, già narrailo, siede l'umil terra ove nacqui. Frettoloso vêr quella adunque celerando il piede odo annunzio per via fero e doglioso.

Odo che le vicine erte possiede il vincitor nemico, odo ch'egli oso fu di calarsi in suol Franco, e col fuoco desolarlo e col ferro in ogni loco.

Di mio villaggio fo dimanda, e tutto da' barbari l'intendo per feroce rabbia, correa due giorni, arso e distrutto. Mi strinse il gel le vene a quella voce.

Palpitando proseguo, e già condutto mi son davanti al suol natìo. Veloce raddoppio il passo, e m'apparisce, entrando, spettacolo crudele e miserando.

Avean le fiamme intorno orribilmente divorate le case, e su la scura solitaria ruina alto un tacente orror regnava e il lutto e la paura.

Irto i crini, e col cor che il danno sente pria che lo vegga, alle paterne mura tremante, ansante mi sospingo; ed arse tutte le trovo, e al suol crollate e sparse.

Se' tu fuggita in salvo, o sotto questa macerie orrenda, o madre mia, sei chiusa? Ecco il crudo pensier che alla funesta vista mi corse nell'idea confusa.

Gridai, gente cercai: tutto era mesta solitudin. Tenea la circonfusa oste i colli imminenti, e non ardiva uomo appressarsi alla deserta riva.

Nell'orribile dubbio odo un lamento d'afflitta belva, un ululato acuto che uscìa di mezzo alle ruine, e il sento in suon che sembra dimandarmi aiuto.

Salgo, ed ahi! veggo (umano sentimento, vieni e impara pietà), veggo giaciuto là sul rottame il mio Melampo, antico de' nostri lari e sempre fido amico.

Mi riconobbe ei sì, ma non diè segno dell'usata esultanza il doloroso; e d'amor e di fede unico pegno levò la testa e mi guardò pietoso.

Poi si diè ratto con umano ingegno a raspar le macerie, e lamentoso ululando e scavando tutta volta, dir parea: La tua madre è qui sepolta.

E, ohimè! che vero ei disse; ohimè! che quanto m'era dolor serbato io non sapea! Misera madre!... - E qui ruppe in un pianto, che degli occhi due fonti gli facea.

Pianse percosso di pietade il santo veglio, pianse Malvina, ed attendea, già disposta a maggior duolo, dal caro labbro la fine del racconto amaro.

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