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1754–1828

CANTO V

Vincenzo Monti

Taque il Bardo, ciò detto, e più vicina fece l'orecchia ad ascoltar. Vezzosa dall'altra sponda la gentil Malvina della bocca alcun poco aprì la rosa,

e coll'alma dal petto peregrina il bel viso sporgea, desiderosa d'udir gli accenti di quel labbro amato, su cui tutto già vola il cor piagato.

Allor Terigi incominciò: Gran cose, egregio veglio, a raccontar m'inviti, come in sua forza Bonaparte pose l'Egizia terra co' suoi pochi arditi;

e qual propizio Nume a più famose prove salvo il ridusse ai nostri liti, ove i furori della patria spense tutti, e d'Italia il rio destin redense.

Ma chi spinger potrà securo e solo per tanto mar la temeraria antenna? Il valor di che parlo, è di tal volo, che nol può seguitar vela né penna.

Stanca è la tuba della Fama, e solo qualcun de' fatti memorandi accenna; e si lamenta che, ognor schietta e vera, le più volte tenuta è menzognera.

Già l'orgoglio alemanno avea piegato dinanzi al franco sull'Isonzo il ciglio, e l'insubre paese trionfato nuove leggi reggean, nuovo consiglio;

mentre ruggendo e a miglior dì serbato, il veneto Lion perdea l'artiglio; ed Europa, che pace ai re chiedea, già le sue piaghe ristorar parea.

Sol del sangue d'Europa e del suo pianto cresciuta sempre, e sempre sitibonda, Anglia feroce dell'ulivo al santo ramo insultava su l'atlantic'onda,

e comprava delitti, e sol di tanto si dolea, che non fosse ancor feconda di tradimenti assai la disleale quant'era di valor la sua rivale.

Questa di ferro e di sublime ardire, quella d'oro e di fraudi era possente. Vide il grande Guerriero che ferire fea bisogno la cruda in Oriente,

e all'avara su l'Indo inaridire dell'auro corruttor la rea sorgente: ché su l'Indo inesausta ed infinita, non sul Tamigi, è di costei la vita.

Chiude l'alto pensier nel suo gran seno, fa di forti un'eletta, e al mar s'affida. Non sì tosto sul dorso hallo il Tirreno, che giunto al Nilo già la fama il grida.

Salvo uscito sul libico terreno, l'esercito si volse all'onda infida: guatò l'immensa liquida pianura, e ricordossi delle patrie mura.

Allor pronto le schiere a parlamento raccolse il Magno, e la serena vista girando intorno, con quel forte accento ch'ogni volere al suo volere acquista:

Soldati, ei disse, a illustre esperimento, a famosa io vi guido alta conquista, che costumi, virtù, commercio abbraccia, e di quest'orbe cangerà la faccia.

Voi ferirete a morte l'infedele Anglia, cui tanto il nostro danno alletta. Di qua si passa al cor della crudele, di qua vassi di Francia alla vendetta;

qua vi chiamano i pianti e le querele d'un altro mondo che soccorso aspetta. Al fulgor della gallica bandiera l'Indo da lungi alza la fronte, e spera.

Soldati, Europa vi contempla, e grande, grande è il destino che adempir vi resta. Rischi, affanni, fatiche, e memorande pugne, la danza a cui vi meno è questa.

Ma parlo ai forti, a cui già le ghirlande d'Arcoli e Dego coronar la testa; parlo al Franco guerrier, parlo a' miei figli nello stento esultanti e ne' perigli.

Molto voi feste per la patria, molto per la gloria, per me. D'assai più ancora farete adesso; ch'io vi scorgo in volto già la fiamma d'onor che vi divora;

già il suon dell'armi, già le voci ascolto accusatrici d'ogni vil dimora. Ma chi vil può mostrarsi in questo lido, ove ancor suona d'Alessandro il grido?

Quella che incontro torreggiar si mira, è città da quel Magno un dì fondata. Colà dentro la grande Ombra sospira dal molle abitator dimenticata.

Or la sdegnosa, raddolcendo l'ira, da que' merli contenta ella ne guata, e impaziente a vendicar ci chiama l'onor prisco già spento, e la sua fama.

Qui molte troveremo orme profonde dell'antico valor. Chiaro il Romano su questo suol fu spesso e su quest'onde, né il Franco andrà da quello oggi lontano.

L'emulaste finora; or, se risponde l'usato ardir, l'eguaglierete. Invano nol vi prometto. Ditelo, se mai, promettendo vittoria, io v'ingannai.

Fur ignei dardi al sen queste parole: Armi ognun grida, all'armi ognun si sprona. L'ali al piè, l'ali al cor, primo esser vuole a por ne' rischi ognuno la persona.

Tragge lampi e terror dai ferri il sole: l'allegro canto de' guerrieri intuona l'esercito volante, e si confonde l'inno di Marte col fragor dell'onde.

Animoso di ratte orme l'arena venìa stampando innanzi a tutti il Duce. Non macchiava vapor l'aria serena; schietta e larga dal ciel piovea la luce:

quando repente (a me medesmo appena il credo, e il vidi con quest'occhi) un truce prodigio apparve. Tu l'ascolta, e al vero darà fede in segreto il tuo pensiero.

Mugge il mar senza vento, e sopra il mare da prestissimi vortici sospinta negra una nube di lontano appare di vivo sangue tempestata e tinta.

Dal fosco grembo ad or ad or traspare una forma terribile indistinta. Dritta vêr noi, veloce, alta, tremenda venìa dall'Asia l'apparenza orrenda.

Dalla parte onde il nembo a noi procede, tutto è il ciel buio; dalla nostra è un riso di purissima luce. Il guardo vede quinci un inferno, e quindi un paradiso.

Giunta là dove nel mar bagna il piede degli Arabi la torre, all'improvviso tuona la nube, squarciasi, e fuor caccia immenso spettro con aperte braccia.

L'alto capo toccar gli astri parea, ma il piè sotterra s'inabissa. Stende su l'Africa una man, l'altra spandea su l'Asia, e parte ancor d'Europa offende.

Al fianco il brando, al fronte l'elmo avea, e sotto l'elmo dell'altar le bende. Scosse un gran libro, e il libro che s'aprìo, scritto in fronte mostrò: Voce di Dio.

Schifosa, oscena, e per gran piaghe impura tutta appar la persona. Ha la sembianza carca di duol, smarrita e mal sicura, quasi senta mancar la sua possanza.

Mette, e par che riceva la paura che altrui dar cerca. Cavernosa stanza di rance zanne la livida bocca pestifera mefite intorno scocca.

Girò su noi l'orribil guardo, e foco dagli occhi dardeggiò, ma smorto e tetro; digrignò i denti spaventosi, e roco muggì, come spezzata onda, lo spetro;

e udir mi parve questo tuon: Sì poco temuta è dunque la mia possa? Addietro, addietro, gente dell'altrui bramosa, la più di tutte audace e perigliosa.

Se con la spada e co' pensieri ardite tradurre al culto di ragion la terra che in mal punto attingeste, e alle meschite ed ai costumi ch'io fondai, far guerra,

e turbar l'ozio del mio regno, udite ciò che nel grembo all'avvenir si serra; Franchi, udite e tremate: mille porte per tutti esterminarvi apre la morte.

Altri in dure battaglie, altri di stento e di squallido morbo, altri trafitto sotto il ferro cadrà del tradimento; faran bianco le vostre ossa l'Egitto.

Le vele che portar tanto ardimento, fulminate dall'Anglo in rio conflitto, d'Abukir lasceranno infame, e bruna di Franca strage la fatal laguna. -

Mi fêr l'orrende profezie fremire. Volsi gli occhi al gran Duce, e su la fiera fronte gli vidi folgorar l'ardire; li rivolsi allo spettro, e più non v'era.

Ben di lampi e di fumo in Abukire una striscia mirai, che densa e nera tra le galliche antenne in frettolose rote nel mar tuffossi, e si nascose.

Scarco di quel funesto ingombro il cielo tornò sereno, e tornar lieti i petti. D'un cor medesmo e d'un medesmo zelo moviam rapidi, quieti e circospetti.

E già quanto due volte è un trar di telo, in ordinanza militar ristretti, d'Alessandro siam sotto alla cittade scossa al baleno dell'ignote spade.

Qui l'ardua cominciò Nilìaca impresa. Chi fia che tutta a mano a man la dica? Il dì primiero combattuta e presa cadde d'Egitto la reina antica.

Munir le mura e il porto di difesa fu del secondo rapida fatica; norma si diede e provvidenza all'uopo de' cittadini il terzo e l'altro dopo.

In Rosetta nel quinto, in Damanuro brillò nel sesto di nostr'arme il lampo. L'altro fe' Rammanìa, l'altro fe' scuro d'Araba strage di Cebrissa il campo.

De' re alle tombe ne' seguenti un duro conflitto arse: vincemmo; e senza inciampo del fortunato Bonaparte al piede l'Egizie sorti il dì ventesmo vede.

Dietro il volar di sue vittorie è lento della parola e del pensiero il corso. Ancor Cinzia col bel carro d'argento tre giri intégri non avea trascorso,

che sottomesso ogni nemico o spento, Menfi sentìa del Franco impero il morso dal Pelusìaco seno alle rimote spiagge, ove dritta il piè l'ombra percuote.

E sagge furo e salutari e dive del vincitor le leggi, e dolce il freno. Sovente conquistar l'Egizie rive l'Arabo, il Perso, il Turco, il Saraceno;

ma fu crudo il conquisto, e ancor lo scrive colma d'orror la storia, che sereno farà il sembiante, e allegrerà gl'inchiostri l'opre narrando del Cirneo Sesostri.

Oltre Gaza respinti, oltre Siene del Canopo i tiranni, a far beati gli abitatori, a sciorne le catene i pensier tutti dell'Eroe fur dati.

I santi dritti, ond'esce il comun bene, i costumi, le curie, i magistrati restituisce; e pien di maraviglia l'uomo dell'uom la dignità ripiglia.

Con severa bilancia ripartito regola il carco che la patria impone; frange i ceppi al commercio che fiorito l'arti risveglia, a cui la pace è sprone.

Per le vie, per le case al dolce invito l'industria ferve: ogni squallor depone il già cangiato Egitto, e sente a prova la presenza del Dio che lo rinnova.

Vita di tutto Ei tutto osserva, e saggio dispon dell'opra il mezzo e la maniera. Tale il re delle pecchie, allor che il raggio del monton sveglia l'alma primavera,

a riparar del rio verno l'omaggio desta al lavor del miele e della cera l'industri ancelle, e, osservator severo, le fatiche ne scorre e il magistero.

Altre intendono ai favi, altre la manna van de' fiori a predar cupide e snelle. Qual le compagne a scaricar s'affanna, qual del dolce licore empie le celle.

Queste, tratti i pungigli, la tiranna torma de' fuchi caccian lungi; e quelle castigano le pigre. Un odor n'esce che ti ristaura, e il lavorìo più cresce.

Con infinita provvidenza il senno de' suoi sofi comparte il sommo Duce. Altri l'ombra del punto fissar denno, che rompe all'arco meridian la luce.

Altri i portenti investigar, che fenno chiaro l'Egitto, ovunque ne traluce l'orma ancor maestosa, alla cui vista il pensiero stupisce, e il cor s'attrista.

Quei dell'alcali indaga e de' metalli i segreti covili, arcano obbietto di maraviglia; per deserte valli questi raccoglie il peregrino insetto.

Qual pe' freschi del Nilo ampi cristalli del muto abitator turba il ricetto ittiologo bramoso, e qual procura nuove piante all'amor della natura.

Ai lenti ceppi di tenace arena altri toglie i canali; e quando i cólti chieggon del Nilo la feconda piena, corregge i flutti vagabondi e sciolti.

Altri all'aura le late ali disfrena di ventoso molino; altri per molti gorghi in severo idraulico travaglio getta nell'onde il tentator scandaglio.

Sagaci intorno al chimico fornello sudano intanto d'Esculapio i figli, che de' morbi a frenar l'atro flagello d'erbe e nitri facean dotti perigli.

La schiava al fato stirpe d'Ismaello l'arte che a morte sa troncar gli artigli stupita impara, e vede alfin che dove l'uom si guarda, il destin l'urna non move.

Così l'alme scienze ricondotte alla terra natìa per mano amica, dopo l'orror di lunga iniqua notte, salutar liete la lor cuna antica.

E di saper più ricche ed incorrotte, e con fronte più casta e più pudica, il delitto espiar d'un esecrando timor del Vero, che le spinse in bando.

Bello il vederle ai porti, alle bastite girar tra spade e bronzi, e con le pure man le seste, gli squadri e le matite oprar tranquille in mezzo alle paure.

Bello il veder le vie coperte e trite di guerrieri e di sofi: e le secure canopie genti intanto dappertutto raccor dell'armi e della pace il frutto.

Securo punge il suo cammel, né teme dall'Arabo ladrone onta e rapina il viator: libera il dorso preme l'Indica merce all'Eritrea marina.

Di Bonaparte è l'occhio ovunque è speme dell'utile, o del meglio: in sua divina mente Ei lo volge ad ogn'istante, e il piede move rapido e franco ove lo vede.

Tutto discorre il Delta, ed ogni passo è un beneficio. Intento a ciò che giova, ode, osserva, provvede, né mai lasso, o nascendo o morendo il sol, lo trova.

E se talvolta di vigor già casso, lo spirto no, ma chiede il corpo nuova di forze emenda, di veder ti pensa Giove in riposo all'Etiopia mensa.

Ché pari a Giove Ei pur talor discende alla dolcezza d'ospital convito. N'esulta in cor l'Egiziano, e pende da quelle labbra di stupor rapito.

Se in lui veder nelle battaglie orrende credette il divo d'Iside marito, or n'udendo il sublime almo sermone, Pittagora ascoltar pargli e Platone.

De' suoi gravi di senno alti pensieri fa tesoro la Fama; e sì voi pure moli eterne di Céope e di Meri li parlerete coll'età future.

Il maggior de' Potenti e de' guerrieri qui, direte, s'assise, e le mature sentenze svolse dal profondo petto, e fu degno di cedro ogni suo detto.

Gli occhi alzando di Céope al sublime monumento, dell'arte immenso affanno, contra cui le già stanche e mute lime del tempo vorator dente non hanno:

Venti secoli e venti dalle cime di quella mole a contemplar ci stanno, sclamò l'Eroe. L'udì la Fama, e disse: Cadrà quel masso, non quel detto. E scrisse.

Giunto là, dove Neco il gran tragitto fece alle Rubre nelle Libich'onde, con lieto grido salutar l'Invitto, sceso a bearle, quelle chiare sponde.

Ma sdegnoso dell'istmo il derelitto mar vermiglio, agitò le rubiconde spume, e cercò, sentendo il fato amico, pien di nuova speranza il varco antico.

Tutto guardando, e tutto in sé romito il Magnanimo intanto esaminava l'acque, le prode, il ben acconcio sito che le porte al commercio Indo dischiava.

Del figliuol di Psammìtico l'ardito genio il seguìa dappresso, e gli mostrava l'orme ancor vaste del canal che spinse l'orto all'occaso, e in un due Mondi avvinse.

E ben la fiamma al cor gli s'accendea dell'emula virtù, ben nell'audace pensier gli lampeggiò la grande idea, che forse ancora nell'Eroe non tace.

Ma diverso lassù fato volgea. Già nuove palme gli prepara il Trace stretto coll'Anglo, a cui la Franca sorte, arbitra fatta dell'Egitto, è morte.

Sul mar di Siria e in Acri, ove Fortuna sfida a conflitto la virtù francese, ondeggia al vento con la turca luna, ahi vile accordo! il leopardo inglese.

Di Joppe e Gaza la campagna è bruna di barbari già pronti a inique offese. Ma tante torme e tante armi son polve dinanzi a quel valor che tutto solve.

Vide il costoro orribile macello il monte che l'Ebreo sacra ad Elìa. L'umil terra lo vide, u' Gabriello, siccome è scritto, salutò Maria.

E tu il vedesti, tu che d'Israello apristi all'arca trionfal la via, retrogrado Giordano, e la seconda fuga tentasti con la trepid'onda.

E fôra il muro al suol caduto alfine che in Acri il sommo Vincitor rattenne; e avrìa rimesso la Fortuna il crine alla mano che stretto ognora il tenne;

ma il Ciel, che a più mirande e peregrine prove il chiamava, all'alto ardir le penne precise, il Ciel che a più levarlo inteso, due gran fati al suo brando avea sospeso.

D'Asia il fato e d'Europa era pendente da quella spada, e trepidava il Mondo. Librò, credo, amendue l'Onnipossente, e ponderoso in giù scese il secondo.

Sparve l'altro più lieve, e nella mente si rinchiuse di Dio, che nel profondo del suo consiglio or forse il fa maturo, né par che molto restar debba oscuro.

S'offerse agli occhi allor di Bonaparte grande un prodigio, e qual vulgossi, occulto nol vi terrò; ch'egli è d'eterne carte degno, né debbe rimaner sepulto.

Già d'Acri a terra rovinose e sparte cadean le mura; del superbo insulto già il fio pagava l'Ottoman, cui resta solo un riparo, e mal potea far testa.

Tacita uscìa dalle cimmerie grotte la nemica del dì; ma non del Duce tacea la cura, che per l'alta notte in mille parti il suo pensier traduce.

Ed ecco balenando aprir le rotte ombre a' suoi sguardi un'improvvisa luce; ecco stargli davanti eccelsa e ritta l'augusta immago della Patria afflitta.

Avea lacero il crin, smorto il bel viso, e su la guancia lagrime e squallore. Guatò muta il Guerriero, e il guardo fiso parea sul volto gli cercasse il core.

Indi un sospir dal petto imo diviso: Mi conosci tu? disse: al suo dolore non ravvisi la madre? e il suo periglio dunque ancora non parla al cor del figlio?

Tu fra barbare genti, inutil vanto, cogli d'Asia gli allori; e il fero Scita, giunto coll'Unno, al crin mi sfronda intanto quei che lasciasti nella tua partita.

Né questa è tutta la cagion del pianto, lassa! né sola è questa la ferita che mi dà morte. I figli, i figli, ahi stolti! spengon la madre in ree discordie avvolti.

Grande, felice, e di valor precinta feci io tutti tremar, mentre fui teco. Or giaccio oppressa, disprezzata e vinta; ché Bonaparte mio non è più meco.

Il tuo lasciarmi, il tuo partir m'ha spinta, m'ha, misera! sommersa in questo cieco di mali abisso, e dell'uscirne è vano ogni sforzo, se lungi è la tua mano.

Torna, deh! torna a me, figlio, mia speme, mia speranza, mio tutto. A che ti stai cercando pur su queste rive estreme gloria minor del tuo coraggio? e il sai.

Salvar la patria che t'invoca e geme, pensaci, è gloria più solenne assai. Deh! non patir ch'empio ladron ne tolga la vita, e il pugno in queste chiome avvolga.

Non patir che la bella itala figlia usurpator sarmatico t'involi. Piange in barbari ceppi, e si scapiglia l'infelice, e non è chi la consoli.

A te le sue catene, a te le ciglia alza, pregando che a scamparla voli. Il promettesti, lo giurasti, e furo sempre d'un Dio la tua promessa e il giuro.

Vieni dunque, e ne salva. Delle genti in te gli occhi son fissi. Il mormorìo del mar che freme è carco de' lamenti che ti manda l'Europa; odi, per Dio!

se frapponi al soccorso altri momenti, tu più patria non hai. - Disse, e sparìo come baleno; e per la via che prese, di gemiti suonar l'aria s'intese.

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