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1754–1828

CANTO SECONDO.

Vincenzo Monti

— Salve, l'ombra gridò, salve, aspettate Buon pellegrino. Al tuo cammin felice Arride folgorando il ciel placato. Dio s'affacciò dall'orrida pendice

Dell'altissimo suo monte profondo Che su l'altre montagne ha la radice: Diede uno sguardo al sottoposto mondo E il mondo vacillò. Cader sospinto

Temea del nulla nell'orror secondo. La gran catena da cui pende avvinto Scoteasi tutta, e alzarsi orribilmente Parea la polve del creato estinto.

Càlmati, disse allor l'Onnipossente, Càlmati, o mondo. — E al suon di sue parole Quel tremendo fragor tacque repente. Brillò sereno dall'olimpo il sole,

Riser campi e colline e in dolce aspetto Si rabbellîr di rose e di viole. O tu che calchi, ad alte imprese eletto, Dell'eterno voler la traccia oscura,

Apri al mio dir l'orecchio e l'intelletto. Non il silenzio sempre di natura Nè dei venti la calma e delle stelle I disegni di Dio compie e matura:

Talvolta ancor fra i lampi e le procelle Più luminoso il suo pensier traluce E le divine idee fansi più belle. Ei padre e fonte d'inesausta luce

Pur circonda talor gli eterei troni Di maestà caliginosa e truce; Onde sotto il suo piè s'odono i tuoni Ruggir profondamente e con baldanza

Mormorar le burrasche e gli aquiloni. In questa di furor torba sembianza Parla pur anco alla sua sposa, e il core Col rigor ne cimenta e la costanza:

Quindi spesso le invía guerra e terrore; Quindi gli affanni che funesti e rei D'odio sembrano segno e son d'amore. Nè da' barbari colli giebusei

Sempre il nemico turbine si scaglia Che il raggio offusca di quegli occhi bei. Nel seno di Sion fiera battaglia, Fiero nembo si desta anco talora,

Che l'invitte sue torri urta e travaglia. La bella Sulamite si scolora, Che il vide rovinar su le fiorenti Vigne d'Engaddi, e al ciel si volge e plora.

Odi il romor delle quadrighe ardenti D'Aminadabbo irato, odi il bisbiglio Dell'atterrito Giuda, odi i lamenti. Tu che pietoso accorri al reo periglio

Della redenta Sulamite, e vai In sul Danubio ad asciugarle il ciglio, Cresci speme e coraggio; e senti omai Come chiaro su te parla il destino

Là dell'abisso degli eterni rai. Splenderà la tua gloria, o pellegrino, Più che le chiome e le lucenti rote Dell'astro che le porte apre al mattino.

D'intorno a te s'affolleran divote, Siccome intorno al suo pastor le agnelle, Le più barbare genti e più remote: E tu la fè la caritade in elle

Accenderai col guardo e col sembiante, Mille mietendo al ciel palme novelle. Dietro a' tuoi passi estatica ed amante Affrettarsi vedrai l'Europa intera,

L'orme baciando dell'auguste piante: Dell'Istro la regal sponda guerriera Vedrai di vele e popoli coperta Vari di ciel di lingua e di maniera.

Come d'Orebbe la vallea deserta, Quando piovve sul querulo Israele Celeste cibo dalla nube aperta, Tu pioverai sul popol tuo fedele

Lo spirto che securo a Pier già feo Di Cafarnao calcar l'onda crudele; Spirto che del Tesbite e d'Eliseo Scaldò le invitte labbra, e tutta un giorno

La Palestina di portenti empieo. Un'altra volta di Moabbo a scorno Di Balamo la voce udrassi intanto Con maraviglia risuonar d'intorno.

Quanto son belle le tue tende! oh quanto, Alma Sion, leggiadro è il tuo stendardo, E glorioso de' tuoi duci il vanto! In Ascaln correa romor bugiardo,

Che in Babilonia ti dicea conversa E schiava di tiranno empio e codardo; Profanato l'altar, guasta e perversa La tua dottrina, e te in un mar che bolle

Di sozzura e d'orror tutta sommersa. Mentì l'orribil grido. Il tuo bel colle Di fiori ancor si veste e d'arboscelli Nudriti al fiato d'un'auretta molle.

I tuoi cedri famosi ancor son quelli: Ancor son fresche per la rupe e monde L'urne de' tuoi fatidici ruscelli. Venite a dissetarvi alle bell'onde,

O mal accorte agnelle che succhiate Del sozzo Egitto le cisterne immonde. Quel buon Pastor che abbandonaste, ingrate, Ecco ch'ei viene pellegrin pietoso

Fra' dirupi a cercarvi, o sconsigliate. Egli è tutto sudante e polveroso: Amor lo guida, Amor che al varco il prese E tolse agli occhi suoi sonno e riposo.

Deh! voli una soave aura cortese, Che dalla via gli tempri le fatiche Fra le piene d'orror balze scoscese. Stendete la vostr'ombra, o piante amiche:

E voi di fior spargetegli il sentiere, O pastorelle del Saron pudiche. Fra sì dolci d'amor note sincere Verrai su l'Istro, e ti vedrai davanti

Le tedesche piegarsi aste e bandiere. E le madri di gioia palpitanti T'insegneran col dito ai pargoletti, Con mille baci confondendo i pianti:

Ed essi delle madri al fianco stretti Ti cercheran col guardo, e si dorranno Che veloce trapassi e non aspetti, Ed il picciolo mento allungheranno,

Onde sul folto della calca alzarse Con avid'occhio e fanciullesco affanno. Ecco intanto le grida raddoppiarse: Ecco Giuseppe.... — A questo nome un foco

Del pellegrino sulle guance apparse: Fu il cor che dentro si commosse, e poco Di sè capace ritrovando il petto Tentò co' balzi dilatarsi il loco.

Tenerezza e pietà, gioia e rispetto Gli fêro assalto all'anima, e sul viso Si spinser tutti con diverso affetto. Del visibile fremito improvviso

S'avvide il parlator veglio canuto; E il divin labbro aprendo ad un sorriso, — Vedrai, seguìa, vedrai questo temuto Eroe dell'Austria innanzi a cui vacilla

E stassi il mondo riverente e muto, Non già truce il sembiante e la pupilla, Qual sovente il mirâr la Molda e il Reno Là tra il fumo di Marte e la favilla,

Ma placido gentil mite e sereno Venirti incontro, e, come al padre il figlio, Chinarsi, e palpitar stretto al tuo seno. Oh palpiti d'amor non di periglio!

Oh regal bacio! oh memorando amplesso! Oh d'alta providenza alto consiglio! Le sue le tue virtù d'un nodo istesso Si stringeranno, e si faran tra loro

Scambievole di rai dolce riflesso. Aureo d'affetti l'amistà lavoro Nelle vostr'alme tesserà, che poi Fian del tempio di Dio base e decoro;

Finchè d'applausi carco, e degli eroi Il più grande lasciando all'Istro in riva Innamorato de' pensieri tuoi, Alle contrade della tua giuliva

Difficil Roma tornerai lodato Coll'invidia al tuo piè vinta e cattiva. Ivi lungo di giorni ordin beato Trarrai sicuro; e del tuo sacro impero

Salomon nuovo tranquillando il fato, Auspice avventuroso e condottiero Sarai del secol che s'appressa e chiede Del tuo bel nome ornar l'anno primiero.

Questo è il voler di lui che al tuo cor diede L'alto coraggio, e su l'avel lo scrisse D'onde al sacro cammin movesti il piede. — L'amica ambasciatrice ombra sì disse,

E girò gli occhi quai due soli: e il monte Par che tutto di luce si vestisse, Che poi si stese all'ultimo orizzonte; E ne rise per giubilo la valle,

E traballonne d'Appennin la fronte; Onde agitate su l'acute spalle Si scomposer le nevi, e sciolte in fiumi Giù per rotto dirupo aprirsi il calle.

Grondavan tutti delle balze i dumi, E le colline rugiadose un nembo Alzavan di gratissimi profumi. Ma l'ombra già confusa erasi in grembo

Dell'angelica nube, che repente Per abbracciarla avea squarciato il lembo. Sparir la vide il pellegrin dolente, E col guardo la nebbia accompagnando

Che portavala al cielo dolcemente, Ed ambedue le palme alto levando, — Padre, gridò, così t'involi, e lassi Meco le cure del divin comando?

Meglio era che il mio corso anco mutassi. Ma, se vuolsi che io resti e alle serene Sedi d'Olimpo senza me tu passi, Deh! narra a Pietro, se a incontrar ti viene,

Narra pietoso i miei disastri e tutte Del suo fedele successor le pene. — Disse; qual su l'erbe appaiono le stille Delle nubi d'april scosse e produtte,

Che brillan tremolando a mille a mille Davanti al sol che irradiale e percote, Tal corse il pianto intorno alle pupille. Si terse il pellegrin santo le gote;

E pien la mente della grande idea Che inspirògli l'antico sacerdote, Fiamme spargendo, ovunque il piè volgea, D'amor di fede di pietà di zelo,

Corse oltre la gelata alpe Retea Gli alti presagi ad avverar del cielo.

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