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1754–1828

CANTO PRIMO.

Vincenzo Monti

Sollecita nel ciel l'alba sorgea Che su i flebili colli di Quirino La gran partenza illuminar dovea; E intrepido anelando al suo cammino

Già stavasi prostrato all'ara innante Della chiesa l'augusto pellegrino. La voce il gesto il mover delle piante Non d'uom mortale, ma parea d'un dio:

Foco eran gli occhi, e foco era il sembiante. Squallide e con lugùbre mormorío Affollate le turbe in Vaticano Traeansi a dirgli il doloroso addio;

Somiglianti ad un mar che da lontano Fremer s'ode, o a gemente aura notturna Che fa le selve lamentar pian piano. Là dove nell'orror sacro dell'urna

Dorme di Pietro in sotterranea sede L'apostolica polve taciturna, Sul marmo trionfal sedea la Fede: Più che la neve immacolato e schietto

Coprìala un velo dalla fronte al piede: Ma la bellezza del celeste aspetto Traspar più vaga da quel velo, e spira Riverenza ed amor, tema e diletto.

Essa lo sguardo che penétra e gira Fin sopra i cieli, e l'infernal trapassa Ampia vorago di tormento e d'ira, Profondamente sospirando abbassa,

E colla man la guancia si sostiene Da pensier grave affaticata e lassa; Ma di reina nel suo duol ritiene La maestà pur anco, ed infiammarse

Il cuor si sente d'ardimento e spene. Surse tosto, e sembrò nel suo levarse La bianca nube che dal ciel caduta Sul tabernacol folgorante apparse.

Corre all'eroe d'incontro, e lo saluta; E, poichè in atto di gentil clemenza Stettesi alquanto e riguardollo muta, — O uom, disse, cui l'alta Intelligenza

Per me tragge a pugnar, per me che sono Diva in ciel nata e d'immortal potenza, Guardami, uom forte: io son che ti ragiono, Io la figlia di Dio: guardami; e cura

D'un'afflitta ti prenda e del suo trono. Piena è l'impresa di perigli e dura: Ma fia bello il patir, begli i cimenti, Se il mio spirto ti guida e t'assicura.

Le inspirate da me parole ardenti Sono una spada che ferisce e sana, E d'ambe parti penetrar la senti. La ragion, che l'error doma ed appiana

E l'alme inonda de' bei raggi suoi, È mia scorta e compagna, è mia germana. Ella sul labbro degl'invitti eroi Su la cui tomba io seggo, e per cui stetti

E del cui sangue mi nutría da poi, Contro l'orgoglio degli umani affetti Parlò sicura, e per le vie del vero I cuor più schivi attrasse e gl'intelletti.

Or la mente dell'uom, per lo sentiero Di fallace sofia, fattasi ancella Di ree dottrine che vagar la fêro, Somiglia a un mar cui torbido flagella

Assiduo soffio di contrario vento, Che mesce il ciel coll'onda e la procella: Ma su l'irato instabile elemento E camminar su le tempeste io soglio,

Come sopra ben saldo pavimento. Al mio grido pietoso al mio cordoglio I mortali indurar l'alme sedotte, E si formar nel petto un cuor di scoglio:

Ma uscir dal fianco delle balze rotte I fonti io faccio limpidi e sinceri, E traggo il giorno dalla fosca notte. Per me confonde li Nabucchi alteri

Daniel fanciullo, e placan le tremanti Donzelle gl'inflessibili Assueri. Tu vanne, ardisci e parla. De' regnanti Sta il cor nel pugno di quel Dio che frena

L'ale del lampo e i turbini sonanti. — Disse; e sul volto dell'eroe serena Rifulse, e raddoppiògli entro le ciglia Mirabilmente del veder la lena.

Già più bianca si fea l'alba vermiglia Ch'a tergo i corridor sentía del giorno: Ei guarda, e il fere un'alta maraviglia. D'ombrose vigne e di ruscelli adorno

Appargli un campo. Collinette apriche, Verdi boschetti gli fan cerchio intorno. Pascono al rezzo delle piante amiche Ben cento greggi, e quinci e quindi ingombra

Fuma la spiaggia di capanne antiche. L'aria era queta e di vapori sgombra: Ma turbossi ad un tratto l'orizzonte, E di pallore si coperse e d'ombra.

Pria diè vento la terra, e poi dal monte Con orrendo silenzio orrenda emerse Nube e giù scese in procellosa fonte. Ahi quant'era terribile a vederse!

Di Dio lo spirto le gonfiava il grembo, E tale al muto campo si converse. E già squarciato d'ogni parte il lembo Piovea grandine e fuoco: e palpitando

Fuggìan le genti dall'irato nembo. Solo fra tanta tema un venerando Pastor si stette, e denudò la testa, Le palme al ciel pietosamente alzando.

Voce di tuono allor gridò: — T'arresta, Angelo punitor: lungi la spada Torci dal campo, e scendi alla foresta. — Tacque: e il turbo al furor mutò la strada.

E qual recisa dalle curve ronche Cader sul solco fa il villan la biada, Tal fea quello balzar divelte e tronche Le selve: e tutte per diversa via

Le fiere abbandonâr l'atre spelonche. Cotal portento al pellegrin s'offría; E mentre fise ei tienvi le pupille, Dispar l'oggetto, e un altro lo disvía.

Immantinente ei mille vede e mille Pronte a seguirlo angeliche figure Affrettarsi e gittar lampi e faville. Vede d'abisso le potenze oscure

Sbarrargli il passo, e in questo lato e in quello Di fantasmi assalirlo e di paure. Smunta il volto e con torvo occhio rubello V'è l'invidia di lui vecchia nemica,

E primo degli eroi vanto e flagello: V'è del vario Tarpéo tiranna antica Maledicenza, che, il pugnal deposto, L'anime di segreti odi nutrica:

V'è il falso zelo, che d'amor s'è posto Una larva sul volto, e un cuor nel seno Di demone crudel tiensi nascosto; Ed altri mostri che diverse avieno

Di prudente virtù forme mentite E le labbra stillanti di veleno. Come alla voce di Gesù smarrite Là nell'orto fatal caddero al suolo

Le turbe al grande tradimento uscite; Così davanti al pellegrin d'un solo Sguardo percosso sul negato calle Cadde rovescio il temerario stuolo,

Che non osò seguirlo, ed alle spalle A bestemmiar rimase e di sfacciato Susurro empiè del Tevere la valle. L'angel di Roma dalla fè chiamato

Alto allor si levò sul Vaticano, E largo diede alla sua tromba il fiato; Tromba a quelle simìl che del Giordano Arrestâr l'onde stupefatte e fêro

Gerico rovinar spezzata al piano. L'angelo della Senna e dell'Ibero, E quel del Reno e quel dell'Alpi udillo, E fecer plauso al difensor di Piero.

L'angel dell'Istro anch'esso al forte squillo Destasi, e l'altro ad incontrar se 'n viene, Pace gridando per lo ciel tranquillo. Fin dentro il lago dell'eterne pene

Giunse il suon della tuba; e un cupo udissi Doppio stridor di denti e di catene. Trascorse ancor fra i lumi erranti e fissi: E degli spirti a cui fur dati in cura

Forte l'orecchio rintronar sentissi. Allor de Uriele più lucente e pura Uscir del die la lampa imperatrice, Bella nemica della notte oscura.

D'improvviso tepor dispensatrice La gran face del sol tosto si mira Rallegrar la pianura e la pendice. Ovunque il passo imprime o il guardo gira

L'illustre viator, nuova virtude Sente natura e la stagion respira. Volea del verno le sembianze crude Depor la terra innanzi tempo e presta

D'erbe e fiori ammantar le spiagge ignude; Ogni arbor rinverdir volea la vesta, E le nevi, del gel rotto il rigore, Alle montagne liberar la testa:

Ma vietollo umiltà che del pastore Venìa scorta e compagna; e intorno a lui Parve del verno raddoppiar l'orrore. Languido un'altra volta i raggi sui

Contrasse il sole, e il capo aureo lasciosse Imbrunir da vapori erranti e bui. Dal suo speco l'acquoso austro si mosse E dalle nubi che la man stringea

E nevi e piogge furibondo scosse. Tutta qual pria tornò contraria e rea La gelata stagion, posta in obblìo La deitade che passar dovea.

Le sue porte l'olimpo intanto aprío, E calossi di fumo e foco mista Nube che l'aria di fragranza empío: L'ignea colonna imíta, che fu vista

Il ramingo guidar stanco Israello Per lo deserto alla fatal conquista. Ma la nube nel sen porta un drappello D'invisibili altrui spirti moventi

Quale l'occhiute rote d'Ezechiello; Spirti che di soavi almi concenti Van ricreando l'aure innamorate E raddolcendo della via gli stenti.

Pria le cure il travaglio e l'umiltate Del buon pastor cantaro, che la vita Pone in periglio per le agnelle amate: Poi, stendendo a più grave arpa le dita,

Cantar quell'alto sdegno onde la terra Fu sepolta nel pelago e punita; E come l'arca fra l'orrenda guerra Degl'irati elementi alto sul flutto

Galleggia e salva le montagne afferra: Indi il roveto rammentar, che tutto D'Orebbe apparve al pastorel famoso Dalle fiamme ravvolto, e non distrutto:

Nè quel vello obliâr, che in rugiadoso Molle terren su l'alba raccogliesti Secco ed asciutto, o Gedeon dubbioso; Onde di sangue madianito festi

Rosse le glebe, e di Giudea cattiva Le pentite pupille alfin tergesti. Tal era il canto e l'armonía festiva Che al sacro pellegrino il cuor molcendo

Soavemente dalla nube usciva. E già la balza del Soratte orrendo Scoprìasi tutta, e nebuloso il piede Il padre Tebro le venìa lambendo.

Dimentica del ciel spesso ivi riede Di Silvestro a vagar l'ombra pensosa, Innamorata dell'antica sede: Onde il verno alla rupe erta e petrosa

Per riverenza a tanto ospite nume Di nevi il capo più coprir non osa, E zefiro gentil scuoter le piume In sua stagion vi lascia, e folte al basso

Pender le spiche e tremolar sul fiume. Sul limitar dello scavato sasso, Ove al furor barbarico sottratto Raccolse un tempo fuggitivo il passo,

Stavasi il veglio venerando in atto D'uom che qualcuno attende e impaziente Per soverchio aspettare omai s'è fatto; Ed ecco che apparir vede repente

La portentosa nube, e più vicina Farsi l'ascosa melodìa già sente. Qual da un fiume talor la vespertina Nebbia s'estolle, e dopo breve istante

Giù nella valle rotasi e declina; Tal, la cima radendo delle piante, D'un venticel portata in su le penne, La celeste discese ombra aspettante.

Lieve d'incontro al pellegrin se 'n venne, E lampeggiando in un gentil sorriso Gli sfavillò su gli occhi e lo trattenne. Videro dalle nubi l'improvviso

Splendor gli spirti ascosi, e ravvisaro L'antico cittadin del paradiso. Tosto il canto e le dolci arpe fermaro, Chè agli atti al volto in lui desío cortese

Di favellar gran cose argomentaro. S'appressâr tutte ad ascoltarlo intese Quelle dive potenze. Allor di zelo Fe l'ombra scintillar le labbra accese,

E a parlar cominciò. Spirti del cielo Che dappresso l'udiste e di vostre ali All'uman guardo gli faceste un velo, Piacciavi di ridir, spirti immortali,

Ad un mortal le sue parole, e darmi Lingua ed accenti al gran subbietto eguali Se lice col pensier tanto levarmi.

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