Su le Noriche nevi alta già sparge le sue rose l'Aurora, e saltellante di ramo in ramo il passer mattutino in suo garrire la saluta, e chiama
alle cure campestri il villanello. Surge Ullin; ma d'amor punta la figlia già vegliava infelice, e del languente Terigi tutta notte avea portato
nel pensier le ferite e le parole. Trovolla il padre su le soglie assisa della stanza ove giace il giovinetto, guardiana pietosa, ad ogni lieve
rumor d'aura mettendo alle socchiuse valve l'orecchio, e palpitando. E quegli, fatto sicuro della vita, e vinto dal soave sopor che nelle stanche
membra sì grato la natura infonde, del perduto vigor prendea ristauro in dolcissimo obblìo. Sereno intanto l'almo d'Iperion lucido figlio,
su le pannonie cime i rugiadosi destrier sferzando, lampeggiava il puro fulgido riso allegrator del mondo, e su le vinte d'Ulma eccelse mura
di tremoli baleni illuminava lo sventolante tricolor vessillo. Dalle propinque rupi stupefatto il Tedesco lo vide, e de' futuri
danni presago ne tremò. L'accorto Tirolese lo vide, e su la speme di destino miglior sorrise e tacque. Il Bavaro lo vide, ed alto un grido
di giubilo mandò, che l'adorato suo Prence richiamava, e i rai divini della Vergine stella adornatrice del Vindelico cielo, e non sapea
che ciel più bello glie l'avrìa rapita. Vid'egli pur la vincitrice insegna dal romito suo tetto il Bardo Ullino, e al piagato Guerrier, che al dì novello
in quell'istante i lumi aprìa, ne porse esultando l'avviso. Ed ei l'infermo fianco sul letto sollevando, e tutto tremante di piacere: Oh! ch'io la vegga,
ch'io la vegga, gridava. E sì parlando barcollante si leva, alla fidata spalla si folce del buon vecchio, e il passo move; e di forze povertà non sente:
tanto puote la gioia. In rusticano acconcio seggio lo compose Ullino sul varco della soglia, e dirimpetto coll'accennar del dito il trionfante
vessillo gli mostrò. Corse al Guerriero tutta l'alma negli occhi a quell'aspetto, gli tolse il gaudio le parole; e l'atto della bocca, del ciglio e della fronte,
e tutta la sembianza era un sorriso del cor che lieto per la vista uscìa. Da quel dolce spettacolo rimossi ancor Terigi non avea gli sguardi,
quando cupo da lungi e ognor più spesso di bellicosi bronzi un tuon sentissi, che dell'Istro muggir facea le rive con lugubre rimbombo; a cui gementi
scotendo il peso delle bianche brume con sordo echeggio rispondean le selve. Eran pugne novelle, che ne' campi di Neresemo e Langenò novelli
rapidi lauri raccoglieano al crine del Magno Bonaparte, a cui, se pure altro resta da farsi, il fatto è nulla. Qua finisce un conflitto, e là comincia
l'altro; e veloci d'un sol capo al cenno per diverso sentiero alla vittoria volan dovunque delle Franche armate i magnanimi duci: a quella guisa
che dell'alto Gottardo i fragorosi liquidi figli dal paterno fianco con orrendo fracasso si devolvono per quattro parti, e sbarbicate e lacere
giù rotando le selve a quattro pelaghi portano le sorelle onde velivole a nudrir di Nettuno il vasto imperio, e le procelle risonanti e i turbini.
Come intese Terigi il tuon de' cavi fulminanti metalli, indizio certo di calda zuffa, fiammeggiò nel viso, erse il capo, gli prese il corpo tutto
una smania, un tremor: quale il pugliese generoso destrier che, delle tube lo squillo udito e delle spade il cozzo, vibra incontro al romor gli acuti orecchi
con erto collo e scintillanti sguardi; scàlpita la sonante ugna il terreno, spiran foco le nari, e alla battaglia par che sul dorso il cavaliero inviti.
Tal si fece Terigi. Ed ecco, ei grida fieramente animoso, ecco sanate le mie ferite: datemi, rendete al mio fianco l'acciar: vola il coraggio
de' miei fratelli a nuove palme, ed io, io qui resto? io che tutto ancor non diedi alla patria il mio sangue, al mio Signore? A me l'armi, su via, l'armi. Ed in questa
si rizzò, ricercò con gli occhi il brando, e verso quello la man stesa, il passo vacillante tentò; ma non rispose l'infermo piede alla virtù del core.
Posto a giacer di nuovo, e in lui sedato quel non saggio desìo, grave lo prese per la mano il vegliardo, e così disse: figlio, mal serve al prence suo chi troppo
di servirlo s'adopra. Arsa di vero zelo hai tu l'alma pel tuo Re? fa stima d'una vita a lui sacra. I suoi guerrieri sono i suoi figli: sue pur anco adunque
le tue ferite. E tu le sprezzi? e vanto, folle! pretendi di fedel soldato? Figlio, a che questo intempestivo ardore, questo delirio di valor? Perduto
temi forse il momento di far chiara la tua prodezza? Della patria tutti giaccion forse i nemici? Odi vicina rimuggir la Sarmatica procella,
odi il pianto de' campi, odi le grida, l'ulular de' fumanti arsi paesi, e l'alta delle genti ira che chiede alle Galliche spade memoranda
la vendetta d'Europa, la vendetta della culta ragion venuta a zuffa con la barbarie. Allor ben mostro e speso fia l'ardir che t'accende, allor ben dato
il sangue. Or pensa a rintegrarlo, e in vana guerresca furia non gittar l'avanzo d'una vita non tua. - Dimesso e mesto chinò le ciglia a quel parlar Terigi,
errò col guardo su le sue ferite, le tentò con la mano, e dal cor pieno ruppe un sospir, che lo disciolse in pianto. N'ebbe il Bardo pietà; furtivo un cenno
fe' degli occhi a Malvina, che dell'arpa lieve lieve si pose fra le dita le dolcissime corde, e sul dolore dell'amato garzon sciolse il concento:
Piagato e languido giace il guerriero, dal muro pendere vede il cimiero;
fitta al suol mira l'asta, e sospira. Repente scuotelo il marzio carme;
l'invito intendere de' prodi all'arme pargli, e impedito freme il ferito.
Ma ve' che recagli il già mertato lauro la Gloria, ed al suo lato
dolce s'asside: l'eroe sorride. Sorride, e memore dei dì felici,
racconta agli avidi pendenti amici di Marte orrende alte vicende.
Narra dell'Itale pugne gli affanni, del Nilo domiti narra i tiranni,
e l'omai spenta patria redenta. Alle magnanime narrate imprese
l'orecchio tendono l'alme sospese; e qualche core batte d'amore.
Chinò i begli occhi al fin di sue parole l'infiammata donzella, e su le gote le si diffuse del pudor la rosa, che nata appena impallidì. La vide
l'accorto padre, nel cor imo scese della fanciulla, e tutta ne conobbe la ferita. Né già d'ira fe' segno né di dolor; ché i puri occhi del cielo
cosa non ponno contemplar più bella d'amor compagno d'onestate. In lui posa de' padri la speranza; ei dolci rende i tormenti della vita; ei porge
all'arso labbro de' mortali il sorso della celeste voluttade, e tutta gli sorride natura. E anch'ei sorrise il discreto buon vecchio, e nel pensiero
antiveggente l'avvenir, rifulse un santo nodo già nel cielo ordito; ma nella mente lo si chiuse, e tacque. Che cor fu il tuo, Terigi, che consiglio,
allor che aperto balenar vedesti tanto arcano d'amor? Fra l'armi e l'ire crescesti, è ver; ma di Gradivo i duri studi non fero al cor bennato oltraggio.
Valor da bella cortesia disgiunto resti al sozzo ladron che dagli eterni ghiacci d'Arturo a desolar le belle nostre spiagge calò; resti al crudele
che ne comprò le mercenarie spade; resti d'Europa all'assassino. Orgoglio di francese guerriero è un cor gentile. Come gli accenti, che stupor, rispetto,
desìo, speme, timor gli avean rapito, poté la lingua ripigliar, si volse il garzon generoso alla donzella; e con quel dolce favellar, che care
fa le parole e il parlator, sì disse: Celeste al par de' tuoi begli occhi è il canto del tuo labbro, Malvina; ed efficace ineffabil dolcezza su l'amaro
de' miei pensieri diffondesti. Assai, assai m'è grave udir di Marte il grido, saper ch'altri si coglie eterne palme in illustri perigli, ed io qui starmi,
lasso! inutile peso. Or, poi che tolto emmi il gran Duce seguitar, né posso, per lui pugnando e per la patria, un qualche lauro io pure intrecciarmi a questo crine,
seguirallo il cor mio, dolce mi fia raccontarne l'imprese, e far più mite, ragionando di lui, la mia sventura. Ma che prima dironne, e che dappoi?
Ché tutto nell'Eroe, tutto è portento di fortezza, di senno e di coraggio; e i dì son meno che i portenti, e il vero sì di menzogna le sembianze acquista,
che per fede ottener, forza gli è spesso la sua luce scemar. - Luce di vivo limpido sole, l'interruppe Ullino, fa cieco il guardo, né sostienla il ciglio,
se la man nol soccorre, o temperanza di frapposti vapori. E tal pur anco a noi sfavilla la virtù di questo ammirando mortal, che l'infinita
di lassù provvidenza in travagliosi tempi concesse al declinato mondo per emendarlo, e agli arbitri scettrati della terra insegnar la già perduta,
o ceduta a' malvagi arte del regno. Dell'ardue cose per lui fatte il grido a qual non venne orecchio? e chi narrarle puote od udirle, e serbar freddo il petto?
Ben io molte n'intesi insin d'allora che dall'alpestre Mondovì comparso su le balze tremende i primi allori giovinetto mietea strappati al crine
di canuti nemici. E a me pur anco d'ogni tumulto cittadin diviso, a me pur giunse il suon della ruina che sul lombardo piano si diffuse,
e d'Arcoli al fatal ponte percosse la tedesca fortuna. - Oh che ricordi? Interruppe Terigi. Arcoli? oh nome ch'ogni cor Franco allegri, e il mio confondi!
Oh d'Arcoli crudel notte! tu splendi nel mio pensiero eterna: le tue sacre ombre fur conscie del mio fallo, e in uno del sacramento che giurai di tutto
espiarlo col sangue: e tutto ancora nol satisfeci. - Risvegliar que' detti curioso un desìo nell'ascoltante Bardo, e Malvina palpitò. Ma niuno
farne osava dimanda, e si tacea. Allor riprese il Cavalier: Porgete, miei cari, orecchio; e quale e quanto affetto, quanta fede legar debba d'eterno
nodo quest'alma al mio Signore, udite. Altri in mezzo alle pugne, o fra l'eccelse cure del trono, il grande animo cerchi di Bonaparte: io vo' mostrarne il core.
La notte che seguì d'Arcoli il duro conflitto, a me, del lungo pugnar lasso, fu commessa una scolta. Di vergogna nel rimembrarlo avvampo, e la parola
raccontando mi sfugge. La stanchezza, ch'anche in mezzo al ruggir delle tempeste addormenta il nocchier, vinse me pure, sì che posto in vedetta, immantinente
m'occupa il sonno, e tutti in un profondo obblìo sommerge i travagliati spirti. Ma l'indefesso Bonaparte, a cui par che tempra di membra il ciel conceda
d'ogni uopo intatta di mortal natura, scorrea tacito, solo, ed in vestire di gregario guerrier, l'addormentato campo. Il nemico non lontan rendea
perigliose le veglie, e più la mia, che più dappresso lo spiava. Ed ecco vien l'ora delle mute. Un improvviso scuotemi e desta calpestìo di piedi.
Eran le guardie successive. I lumi apro, nel sonno ancor natanti; cerco l'arme caduta, e non la trovo. In giro meno gli sguardi stupefatti, e veggo
ritto starsi ed armato alla vedetta vigilante in mia vece altro guerriero. M'accosto, il guato, il riconosco: è desso, desso il gran Duce. Me perduto! io grido,
e bramai sotto i piedi una vorago che m'inghiottisse. Ma con tale un detto di bontà, che più dolce unqua sul labbro né di padre s'udì, né di fratello:
Non temer, quel magnanimo riprese; dopo lunga fatica ad un gagliardo ben lice il sonno, e a me vegliar pel mio figlio e compagno. Ma tu scegli, amico,
meglio altra volta i tuoi momenti. E sparve. - Muto, tremante, attonito, siccome uom cui cadde la folgore vicina, mi restai lunga pezza. Alfin del fallo
la conoscenza e del perdon mi fece impeto al core: alzai le palme, al suolo mi prostrai su i ginocchi, e per l'orrore della notte gridai: Dio, che passeggi
per quest'alte tenèbre, e de' mortali miri le colpe e le virtù, gran Dio, dammi che un dì per lui morire io possa. Ecco il cor del mio Duce. - Anzi d'un nume,
riprese Ullino; né stupir più voglio se tu l'adori, ed ogni faccia affronta per Lui di rischio in campo il suo soldato. Or m'odi. Allor che, dissipati e spersi
quattro possenti eserciti, al nemico fe' tremar la corona in Leobéno, arsi io pur del desìo di veder questa di valor maraviglia, e del cospetto
d'un sì famoso satisfar la vista. Bramai l'armi seguirne, e con quest'occhi l'opre mirar della sua spada, e poscia bellicoso cantor porle su l'arpa
eternatrice degli eroi; ché tale è di Bardo poeta il ministero. Ma troncò l'ali a quella calda brama carità di costei, che pargoletta
mal potea le paterne orme seguire. Volò frattanto quel Tremendo a nuova audacissima impresa; e, liberando dal terror delle franche armi Lamagna,
piombò del Nilo su le sponde, e in forse mise d'Asia il destin. Ma incerta e poca di sì bel fatto a me giunse la fama. Or tu verace testimon di tutto,
tu lo mi conta, e qual fortuna, o Dio dalle libiche rive a salvamento il ridusse alle vostre; e come poscia campò la patria inferma, e la rapita
Itala figlia al rapitor ritolse. Il sol, vedi, a rincontro ti sorride, e il raggio sanator lungo la sponda t'invìa del letto a rallegrar la mente,
e porge al labbro narrator la lena.
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