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1754–1828

CANTO III

Vincenzo Monti

Mentre d'Ullino nei riposti alberghi tacitamente Amor un suo leggiadro colpo prepara, e la Virtù gli è duce, due di Virtù nemiche, e d'ogni bello

senso d'onor, Paura e Codardìa, nella stretta d'assedio Ulma turrita tale ordiscono turpe opra di guerra, che della più non sarà mai che parli

vergognando la fama. Allor che frutto d'infernale imeneo la tenebrosa dell'Erebo consorte eterna Notte l'Angoscia partorì, l'Insidie, il Pianto,

la malvagia Fatica, e la Menzogna, e con le bieche rubiconde Risse delle leggi il Disprezzo, e la deforme consigliera di colpe orrida Fame,

cognati tutti e spaventosi aspetti; la negra madre con nefando parto la Codardìa produsse e la Paura; luridi mostri, che di Giove il senno

fe' di Marte ministri. Ed ei, siccome più gli talenta, a sbigottir li manda le percosse città, di falsi empiendo rumor gli orecchi, e di sgomento i petti.

Or tu, Diva del canto, a cui palesi de' mortali son l'opre e degli Dei, e ti ragiona ei pure i suoi segreti il Fato, di cui trema ogni altro Iddio;

tu, che dentr'Ulma oprar le nequitose torve sorelle mi racconta, e adempi, libera e vera saettando i vili, la vendetta de' forti. E primamente

narrami di che loco al turpe fatto la Paura volò. Sola e disgiunta dalla sozza sirocchia (ché non sempre di Codardìa compagna è la Paura),

stava la Dira sul britanno lido seminando il terror delle francesche armi, e destando d'ogni lato in fretta le difese e l'offese. Era ne' porti

un sobbuglio, una pressa, una faccenda mirabile a vedersi. Altri devolve dai fervidi arsenali in mar gli abeti, che van su l'onde a rinnovar co' venti

l'antica lite, e i cavi seni han gravidi di tradigion, di ferro e di coraggio. Altri il fianco ristoppa alle sdruscite navi, e sarte rintègra, e monche antenne,

e lacerate vele. Altri ai ridotti e alle bastite orribile ghirlanda fan de' concavi bronzi imitatori del fulmine celeste. E per le vie

brulicanti frattanto, e per le prode tale un gemer di rote, un incessante picchiar d'incudi e di martelli, un sempre ire e redir di ciurme e di soldati,

d'armi, di carri e di navali arnesi, che l'udire e il veder mettean nell'alma in un solo sentir confusi e misti terror, diletto e maraviglia. A tanta

provvidenza di mezzi, a tanta mole di travaglio assistente è la Paura, che per tutto discorre e tutto osserva, tutto esamina attenta, e mai non posa.

Poi quando su le dure opre mortali stende il velo la notte, alto s'estolle su le nubi la Furia, e con lugùbre lungo ululato orrendamente grida:

Bonaparte. Si svegliano al tremendo nome gli azzurri addormentati, e corrono alle vedette rabbuffati e pallidi. Notano da che parte il vento spiri,

e del mar su le fosche onde la vista intendendo e l'orecchio, ad ogni fiotto temon l'arrivo delle Franche antenne. Svegliasi anch'esso di Windsor su l'ebre

piume il deliro Coronato, e corre con la mano a cercar su l'irta chioma in gran sospetto il regal serto, e pargli, pargli il trono veder che crolla e fugge.

Ma imperturbato il regnator ministro, che sonno non permette alla pupilla, né si scuote a quel grido, né sembiante fa di temerlo. Allor furtiva e queta

a lui viene la Dira, e nelle chiuse arcane stanze gli ritrova al fianco orrenda compagnia. Vi trova il vile Tradimento, che strigne nella dritta

pugnale acuto, e stende l'altra al prezzo delle scoppiate indarno in su la Senna polveri inferne; e più felici colpe feroce e bieco vantator promette.

La sannuta vi trova e ardimentosa, d'ogni onorato e degli eroi flagello, svergognata Calunnia con le piene man di libelli, in cui la ria distilla

i pagati veleni. Evvi l'avara, che d'oberato senator gli vende il suffragio e la voce. Evvi abbracciato con la Perfidia il rompitor de' patti

falso Interesse, che del patrio amore ha la larva sul ceffo. Evvi di tutte la più nera, colei che al conio suda de' falsati metalli, e di mentito

stigma imprime le carte, a cui di tutti la sostanza è creduta. Han le medesme figlie d'Averno orror di questa iniqua. Evvi ancor l'esquisito empio Diletto

delle lagrime altrui; evvi l'Orgoglio dei sublimi delitti; evvi la Rabbia delle vane congiure, e degli errati calcoli, ed altre d'esecrato aspetto

tartaree forme; e tutte intorno al capo dell'arbitro Britanno un mormorìo fan confuso e feral, quale ne' boschi del Gargaro racchiusi e già vicini

a far tempesta i venti: il rombo n'ode l'arator da lontano, e sul periglio della già bionda spiga impallidisce. Tale e più rauco è il susurrar là dentro

delle spietate in quella vasta e scura di misfatti officina; e or l'una, or l'altra va consultando e carezzando il macro degli Angli correttor, mentre alle porte,

che Crudeltà tien chiuse, inesaudito batte il pianto d'Europa. In mezzo a tanta tenebrosa congréga, la Paura comparisce improvvisa, e le raccolte

negre sorelle di spavento agghiaccia; gli occhi immobile affigge su lo smorto Anglo, il contempla, e non fa motto. Alfine dalle chiome spiccando una fischiante

cerasta, al petto glie l'appicca, e grida: Guarda e trema. In quel dir sciogliesi tutta in levissimo fumo, e per le nari e per la bocca gli discende al core.

Guarda il misero, e vede, oh che mai vede? Squarciato vede e sanguinoso il petto di larga piaga al fiero e non mai vinto vincitor d'Abukire; e alla caduta

del truculento Eroe pargli che tutto d'Albion cada il vanto e la speranza. Vede lui stesso atroce ombra rabbiosa su gli Atlantici flutti perseguire

dell'Ispano e del Franco i galleggianti cadaveri, ed il morso empio su quelli rinnovar di Tideo. Vede all'orrendo atto fuggir le vinte ombre atterrite,

ed ode in quella un'esultante voce, che su i campi Moravi la vendetta del Franco nome a contemplar le chiama. Ode poscia un lamento, un suon confuso

di molte voci di dolore e d'ira, che d'ogni parte lo percuote; e vede da quei gridi invocata e taciturna a gran passi venir la domatrice

d'ogni possanza e d'ogni rio, la Morte. E la vede egli sì, che già ne sente ne' polsi il gelo; e nel morir, più eccelso mira inalzarsi, ahi vista! e più temuto

del guerreggiato suo nemico il trono, e al piè di lui preganti con le rotte corone in mano i re venduti e vinti. Al crudele spettacolo d'un freddo

sudor si bagna il disperato, un guardo gitta smarrito alle bilance infami compratrici de' regi: ed ahi! le mira traboccanti di sangue, e le man sangue

grondano, e al piè gli sgorga e bolle un fiume di sangue che ognor cresce, e alfin l'affoga. Questi oprava la Dea strani terrori ne' Britanni cerébri. Si diparte

a iniqua provocato ingiusta guerra ratto qual lampo dal Piccardo lido il Guerrier de' guerrieri, e al suo partire si toglie anch'essa d'Albion la Dira,

precorrendo l'eroe. Piomba su l'Istro tacitamente; s'intromette occulta nel Teutonico campo, e de' suoi geli tutto lo sparge. Ma più ch'altri invade,

e al cor s'attacca del racchiuso in Ulma Austriaco duce. Di quel cor già donno la Paura ritrova un altro Nume più deforme d'assai, la Codardìa,

che d'Arcoli, di Dego e di Marengo incessante gli tuona entro l'orecchio i terribili nomi, né midollo né fibrilla gli lascia che non tremi.

Da due tante d'onore avversatrici posseduto, incalzato, esagitato, che farà l'infelice? Arduo torreggia ed aspro tutto di fulminee bocche

il muro che lo serra, e par che debba da tutti assalti assicurarlo. Gravi gemon di molta cerere, e per molte lune provvista, le riposte celle.

Nulla è che manchi a qual sia uopo. Al fianco gli stan tre volte dieci mila intatte spade, e assai prodi, a cui morir più giova che patteggiar la vita, ed incruente

ceder l'armi. Che più? Pugnan per lui i venti e l'onde. Impetuosa pioggia l'assediante flagella. Irato inonda l'Istro il vallo Francese. E qual già sotto

le fatali di Troia inclite mura di Teti al figlio oppor si vide il Xanto i divini suoi flutti, e del grand'Ilio ritardar la caduta; non diverso

contra il Gallico Eroe le violente onde solleva il regnator superbo de' Germanici fiumi, e d'Ulma i tristi fati pur tenta differir. Ma indarno

per lo vil duce, che li tolse in cura, d'un Dio combatte la possanza. Antica sua compagna fedel la Codardìa, ogni favilla di valor gli ammorza

nell'attonito petto. E quando i lumi gli occupa il sonno, la schifosa assume gli atti, l'andar, la voce, il portamento della Diva Prudenza, e a lui sul capo

librandosi, e raggiando di gran luce, così prende a parlar: Macco, tu dormi? Tu, diletto mio figlio? E in qual ti stai rischio orrendo non badi? Il Franco ardito

l'erte intorno già tiene, e signoreggia la non forte città. Cadde Memminga, cadde Gunsburgo: d'ogni parte rotti fuggono i tuoi: le Russe armi son lungi,

e il saranno; nessuna in tanto estremo speme rimanti di soccorso: e ancora fai dimore alla resa, e l'ire inaspri del vincitor? Che attendi? Il rio macello

forse ignori di Iaffa, e che crudele spesso diventa la pietà schernita? Sorgi, e fa senno de' miei detti, il senno che un dì nel campo Capuan ti fece

la rossa abbandonar vinta bandiera prigionier fortunato, e poi di nuovo più fortunato fuggitivo. Il vulgo quell'abbandon vil disse, e quella fuga;

ma ti diè laude di scaltrito il saggio, e l'Anglo t'ammirò, l'Anglo che volle de' congiurati eserciti commesso al tuo saper il carco e la fortuna.

Renditi dunque, renditi, son io che di ciò ti consiglio, io che il passato dell'avvenir fo speglio. Se più tardi, passa il momento del perdon: furente

entra il Franco d'assalto, e tu con tutti, tu se' morto. - Disparve in questo dire con un guizzo di luce la mentita Diva, e tornò nel primo volto. Allora

sul cor tutta gli stende la Paura la man fredda, e lo strigne, e della suora la vile opra sigilla. Esterrefatto balza il misero in piedi. Udir già pargli

degl'ignivomi bronzi il tuono, e il grido dell'assalto; veder pargli divelta dai fondamenti la cittade, e sopra la fervida ruina alto apparire

il gran guerrier, che inesorato invìa d'ogni intorno la morte. Alla pensata vista feral confuso, istupidito, pensa, volge, rivolge. Ira, rimorso,

e furore e vergogna in un raccolti l'avvampano, ma tutti in cuor gli estingue delle paure tutte la più cruda, Napoleon. Da tanto nome oppresso

cede l'arme il meschin, cede un intégro esercito captivo; e, col terrore sol del nome, incruente e stupefatte cittadi e regni il mio Signor conquista.

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